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IL 13 DICEMBRE DI SILVIO BERLUSCONI

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[ 20 dicembre 2009 ]

di Leonardo Mazzei
Il potere di un’immagine che ci parla di una crisi del potere 
 
L’uomo fatto immagine ha paura delle sue fotografie datate 13 dicembre? Sembrerebbe di sì. 
Sta di fatto che Google, di gran lunga il più importante motore di ricerca, ha censurato fino a ieri le immagini del Cavaliere ferito e insanguinato. Digitando “Berlusconi ferito”, “Berlusconi insanguinato”, “Berlusconi colpito” nella sezione “immagini” uscivano soltanto foto di un Berlusconi sorridente, che fa le corna, che alza il dito medio. Insomma il Berlusconi di sempre, quello del suo popolo che canta “Meno male che Silvio c’è”.
La cosa è stata notata da molti, e questa mattina, come per incanto, una piccola parte delle foto del Berlusconi colpito è riapparsa. Al tempo stesso, altre foto che fino a ieri comparivano su altri motori di ricerca (es. Yahoo, ma non solo) sono ora scomparse. Insomma, è come se qualcuno avesse deciso di mettere in atto una censura parziale, rimuovendo l’anomalia più vistosa (quella di Google) per estendere però il filtraggio selettivo delle immagini agli altri motori di ricerca.
Non sappiamo da chi sia partita l’iniziativa censoria. Forse c’è stata una prima decisione di Google, con la quale alla fine gli altri hanno deciso di raccordarsi. Ma anche se fosse “soltanto” così, la cosa avrebbe comunque un preciso significato: è finita l’epoca del Paese imbambolato, i tempi si vanno incattivendo, meglio non mostrare l’immagine di un potere ferito e confuso. Del resto, si sa, le immagini hanno un grande potere simbolico ed evocativo. 
L’Italia è ormai devastata da oltre un quindicennio dal teatrino politico bipolare, il cui piatto forte non è stata tanto l’ormai decotta dicotomia destra-sinistra, quanto la tragicomica rappresentazione di uno scontro tra la squadra nero-azzurra dei berlusconiani e quella multicolore, ma ultimamente tendente al viola, degli antiberlusconiani.
Finché il Paese galleggiava, pur tra sacrifici, privatizzazioni e precarizzazione bipartisan, questo teatrino sembrava un gioco – da qualcosa sarà pur nato il concetto di politica-spettacolo. Un gioco che faceva a pezzi la democrazia, che uccideva la politica ed ogni idea di protagonismo delle masse, ma pur sempre un gioco al quale un popolo cloroformizzato si prestava passivamente.
Oggi, che dal galleggiamento si sta passando progressivamente allo sprofondamento, le cose cambiano. Al gioco seguirà lo scontro. Anzi, assai più realisticamente, seguiranno vari tipi di scontro. Tutti lo sanno, molti lo temono ed in tanti vorrebbero esorcizzarlo. Ecco perché l’immagine del Cavaliere ferito può dar fastidio. A destra e a manca.
Coloro che ragionano solo sulla politica del giorno per giorno – un occhio ai sondaggi, un altro alla rassegna stampa, non dimenticando mai la chiacchiera dei salotti televisivi – tendono a vedere il cui prodest immediato. A chi giova la bottarella nei denti del Paperone d’Arcore? Questo è il loro unico pensiero.
A costoro non passa neppure nella mente che il suo volto insanguinato, sorpreso, incupito e smarrito, possa invece diventare l’icona di un cambio di fase, sia rispetto agli assetti governativi a breve, sia soprattutto per quanto riguarda gli scenari politici e sociali nel medio periodo.
La nostra ipotesi è che sia proprio quest’ultima possibile funzione simbolica, quella che infastidisce maggiormente tanto a destra quanto nel centrosinistra.
Proviamo ad immaginare di essere stati raggiunti dalle immagini di piazza Duomo ad una certa distanza dal pollaio di casa nostra. Tentiamo di figurarci cosa può aver pensato un osservatore attento ma fisicamente lontano, poniamo per esempio uno svedese, ricordandoci che spesso la visione del contesto migliora con l’aumentare della distanza.
Cosa può aver pensato questo ipotetico osservatore, se non di avere davanti l’istantanea della crisi italiana? Una sintesi fotografica dove la parola “crisi” contiene i diversi ma convergenti significati di crisi economica, sociale e politica?
Da questo punto di vista poco importa chi sia Massimo Tartaglia. Di lui sappiamo soltanto che si tratta di un anonimo signore senza identità politica, un ingegnere elettronico titolare di una ditta, abitante nell’hinterland milanese e dotato di una discreta mira nel lancio di modellini del duomo.
Questa volta i dietrologi delle opposte sponde, che pure non sono mancati, hanno davvero poche frecce da lanciare.
 
La torbida situazione italiana
Ieri è stato il giorno delle dimissioni di Berlusconi, dall’ospedale ovviamente non dalla carica di primo ministro. Se qualcuno pensa ad una qualche pausa (anche solo “natalizia”) nella crisi politico-istituzionale del Paese, verrà presto smentito.
Per comprenderlo bisogna fare un piccolissimo passo indietro, alle dichiarazioni di Casini del 12 dicembre, in cui il leader dell’Udc ha parlato esplicitamente di un fronte antiberlusconiano che arriverà a comprendere (ecco svelato il segreto di Pulcinella) Gianfranco Fini.
Il problema per Berlusconi non saranno tanto i postumi della “duomata” milanese, quanto la resistenza al blocco oligarchico che vuol dargli il benservito, di cui Fini e Casini sono soltanto gli agenti politici.
Questo blocco, anche se ancora in formazione e non privo di contraddizioni, ha comunque bisogno di accelerare i tempi. Il suo scopo principale è infatti quello di arrivare ad una sorta di esecutivo d’emergenza, che potrà essere definito “governo tecnico” od “istituzionale”, ma che avrà in ogni caso la ragion d’essere nella sua politica emergenziale, specie in materia economica. Per capirsi, sarà il governo che avrà il compito di riportare in auge la parola “sacrifici”. Una parola incompatibile con il “populismo” del Cavaliere.
A questo blocco oligarchico-progressista, dai colori multiformi in piazza ma dal ferreo comando padronale nella cabina di regia, si contrappone il blocco populistico-reazionario capeggiato da Berlusconi. Un blocco, quest’ultimo, che non mollerà facilmente la presa. Il capo del governo si è tagliato ormai tutti i ponti alle spalle, ed è dunque costretto a combattere fino in fondo. La grande maggioranza dei suoi uomini è costretta a seguirlo, anche se molti ne farebbero a meno e non pochi stanno già tenendosi aperte le solite vie di fuga.
Il problema, per la destra, è quello di disporre di un consistente blocco sociale, ma non di un adeguato strumento politico. Da questo punto di vista la destra è tuttora Berlusconi-dipendente, per cui tutti comprendono che se dovesse saltare il capo si aprirebbe una furibonda guerra per bande al proprio interno ben difficile da governare.

Il passaggio delle regionali
In questa situazione di stallo il blocco oligarchico-progressista potrà arrivare a prevalere solo a condizione che inizi a sfaldarsi almeno un po’ il blocco populistico-reazionario berlusconiano. Fini da solo non basta ed i “finiani” sicuri sono ancora troppo pochi.
Quando vi saranno le condizioni di un simile sfaldamento? Semplice, quando i peones del Pdl cominceranno ad aver chiara la percezione dell’affondamento della loro nave. A quel punto, e solo a quel punto, i sorci scapperanno alla disperata ricerca della (loro) salvezza, abbandonando insieme alla nave il capitano al quale avevano giurato eterna fedeltà.
Questa percezione dell’affondamento non potrà però essere figlia né di manifestazioni di piazza, né di inchieste giudiziarie, né di uno scontro istituzionale, ma solo di una netta sconfitta elettorale; l’unico linguaggio comprensibile all’attuale ceto politico (non soltanto quello di destra).
Per questa ragione, non per altro, sarà decisivo il risultato delle elezioni regionali previste a fine marzo. Assisteremo dunque in questi tre mesi all’intensificarsi della guerra per bande, a colpi bassi, a trucchi di ogni tipo. La posta in gioco non sarà tanto il governo di questa o quella regione, quanto piuttosto il potere centrale.
Questo scontro, che si preannuncia oltremodo feroce, avverrà ancora secondo lo schema classico di questi ultimi 15 anni: berlusconiani contro anti-berlusconiani. Ma il suo esito potrebbe rappresentare proprio la fine di questa strutturazione del sistema politico. Lo schema attuale zoppica infatti da anni, ma è stata soprattutto la crisi a metterne in luce il disfacimento e l’inadeguatezza dal punto di vista di quelle stesse classi dominanti che lo vollero costruire ad ogni costo agli inizi degli anni ’90.
 
Costruire un’alternativa al blocco reazionario ed a quello oligarchico
Non possiamo sapere quali saranno i rapporti di forza tra i due blocchi, quello populistico-reazionario e quello oligarchico-progressista, alla fine di marzo. Pensiamo però che lo scontro politico sarà furibondo anche perché andrà ad intrecciarsi con una questione che per ora sembrerebbe sullo sfondo: chi pagherà la crisi? Quali saranno i settori sociali più colpiti?
Abbiamo già detto che l’immagine del Cavaliere ferito rappresenta un’icona assai forte degli scontri che si aprono: quello a breve, con in palio il governo nazionale; ma soprattutto quello che prevedibilmente si scatenerà nel medio periodo, con la fine della lunghissima letargia sociale dell’ultimo trentennio.
Se il primo di questi scontri si giocherà inevitabilmente sul terreno bipolare, con le masse ancora relegate ad un ruolo se non passivo certamente subalterno; quello che prevedibilmente seguirà avrà leggi e dinamiche del tutto diverse.
La conclusione, in breve, è che mentre occorrerà tenersi fuori dal primo di questi scontri, combattendo entrambi i blocchi in lotta tra loro; bisognerà invece prepararsi al meglio allo scontro successivo.
No dunque ad ogni risorgente “menopeggismo”, no alla trappola elettorale in questo contesto truccato ed antidemocratico. Sì, invece, alla riorganizzazione politica per affrontare uno scontro politico e sociale che potrà forse riaprire la questione della fuoriuscita dal capitalismo.
Detto in altri termini: un no fermo e radicale all’attuale teatrino della politica come premessa indispensabile per entrare credibilmente nella mischia del conflitto che si annuncia per i prossimi anni.
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