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NOTE SUL CROLLO BORSISTICO DEL SETTEMBRE 2008

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[ 05 gennaio 2010 ]

per una critica delle analisi empiriste
di Gianfranco Pala*
Non sono in grado di dire, e suppongo che nessun altro lo sia, come andrà a finire questa crisi. Né penso che ciò possa avere un qualche senso (tranne che per le “impanicate” richieste personali di singoli che si affannano a domandare: “che fine faranno i miei soldi?”).
Il problema è nel capire che le radici pure di questa crisi stanno molto a monte. Gli equivoci sono moltissimi, a cominciare dalle strambe idee della “crisi bancaria” e particolarmente dell’incubo del tracollo del 1929. Anche allora, tuttavia, prima del panico provocato dal crollo delle borse e dai fallimenti bancari, chi aveva prospettive
più ampie – come Henryk Grossmann – la vedeva così.
Erano già alcuni anni che, per essere precisi, ancora non erano passati gli effetti della Ia guerra mondiale. Le crisi, del resto, al pari delle guerre in cui esse sono celate, vengono come le ciliegie: una tira l’altra. Ma è importante capire quale alternativa prenda il sopravvento: o come tra di esse possa esserci una scissura e una periodicità ricorrente, o invece una sorta di continuità segnata solo da ostinati e relativamente brevi fenomeni senza via d’uscita.
Si ricordi – anche per l’attualità – che Marx indicò precisamente come ogni crisi appaia nella sua prima fenomenicità come crisi monetaria; ma aggiunse con chiarezza che le manifestazioni monetarie – e prima la moneta e poi il credito –non siano mai la causa agente delle crisi.
Viceversa la formazione intellettuale empiristica, soprattutto anglosassone anche se critica, non può che galleggiare sulla superficie dei fenomeni apparente, nell’esatto ordine in cui essi si manifestino; è nella stessa impostazione empirico-critica che la cause ultime degli eventi non siano cercate. 

Dunque anche col nazismo, quando si sono viste le conseguenze della Ia guerra mondiale, sembrò ai più – a lungo, incluso il regolamento dei conti con la IIa guerra mondiale – che la dittatura e l’ideologia nazionalsocialista fossero originate dai guasti della crisi del 29 anziché dallo sfacelo economico della Germania. imposto dall’imperialismo anglo-americano contro quello tedesco: insomma Hitler e non Krupp, per citare due nomi
emblematici. Delle due alternative possibili della crisi avrebbe
dovuto alla fine prevalere la seconda, in attesa della IIa guerra
imperialistica. Ma a cagione di un’illusoria interpretazione che
ignorava le due guerre come crisi, l’attenzione pseudo-scientifica
come quella popolare concentrarono l’attenzione sul
venerdì-nero-del-1929 come origine di tutto lo sconquasso degli anni
1930: perciò si legge nei libri di testo che “il crollo della borsa di
New York scatenò la crisi economica”.
L’effetto è stato trasformato in causa; si suppone che tutto sia stato
generato dal panico di borsa, dove i titoli avevano ridotto la loro
quotazione di otto volte, ma intanto era la produzione industriale che
si era già dimezzata. Dunque quelle cause reali, già operanti, avevano
fatto spostare lo sguardo sui successivi fallimenti bancari, e di lì
sulla mostruosa disoccupazione – fino al nazismo. Viceversa Grossmann,
con un’analisi marxista delle contraddizioni economiche, vide che la
sovraproduzione formatasi in Usa negli anni 1920 non trovava sbocchi
neppure nell’Europa, con l’Italia fascista prima ancora del
nazionalsocialismo tedesco o del populismo francese. La Ia guerra non
era bastata. Anzi. La crisi del 1914-1918 non era risolta e,
nonostante le illusioni dei primi anni 1920, la continuità critica fu
ristabilita fino alla conclusione della guerra 1939-45.
Dunque anche gli eventi bancari del 1929 avevano le loro fondamenta
nella straripante sovraproduzione di capitale.
Le dissipazioni bancarie di allora erano certamente anche attribuibili a una carenza
di normative adeguate, ma i fautori di quella tassativa tesi
fenomenica, oggi si dovrebbero ricredere. Questa sui fatti del 1929,
perciò, non è una divagazione. È nella base reale, allora come adesso
e come sempre nel modo di produzione capitalistico, che vanno
rintracciate le cause della crisi. Da metà anni 1960 a oggi, per
quarant’anni, non c’è stata alcuna ripresa effettiva; e invece –
attraverso Kissinger, Baker, Reagan, Greenspan, Bush’s e via
speculando – tutti hanno concorso a gonfiare il pallone di carta color
verde dollaro. E così tutti quanti i politici e i loro sicofanti
socio-economisti – fino alle “protesi” Berlusconi, Tremonti, ecc. –
hanno seguitato a dire che i “fondamentali” sono sani (senza dire che
cosa siano per loro quei cosiddetti fondamentali).
Ma, di fronte al tracollo delle banche Usa, sono tutti andati in
panico. Ormai – solo adesso – è diventato un tormentoso leit motiv
prendersela con gli Usa: non c’è osservatore o commentatore, ancorché
reazionario, che non lanci loro i suoi strali. Dicono – a cominciare
dal “mercatista” Tremonti, re di privatizzazioni, cartolarizzazioni
per “trasformare debiti in titoli”, e che se avesse potuto si sarebbe
venduto pure con “titoli spazzatura” le spiagge italiane, e in tutte
le speculazioni in generale – che oggi si contempla la morte di un
sistema: quello Usa. Straparlano del fallimento del neoliberismo e
della fine del liberismo, come se il “liberismo”, che è uno solo da
Böhm-Bawerk a Keynes a da Mises a Hayek, come se quell’unico liberismo
e il suo mercato non avessero da tempo dato prova dei loro limiti e
delle loro falsità. Ma sono stati sempre altri – siamo stati altri – a
capirlo e dirlo, ma “altri” inascoltati perché … inattendibili
marxisti, come Grossmann.
Non si tratta, perciò ancora oggi, di ripetere noiosamente “lo avevo
detto”. Il problema è che la faccenda risale a molto tempo prima del
crollo delle torri gemelle, e ancora in precedenza con l’invenzione
della “nuova economia” (a es., basterebbe ricordare le folli
speculazioni sui titoli derivati stile banca Baring’s di Singapore).
La fatiscenza dell’economia mondiale (Cina, India, ecc. a parte)
guidata dagli Usa era da lunga pezza sotto gli occhi di chiunque
volesse vederla senza infingimenti. La speculazione montante è stata
fomentata esplicitamente da un sistema finanziario fittizio in rottura
prolungata. Una politica di bassissimi tassi di interesse, prestiti
facili senza alcuna garanzia, rigonfiamento di decine di volte del
prezzo dei “pacchetti” di titoli secondari spediti alla ventura sul
mercato mondiale ha portato alla situazione attuale (esempio
folgorante, è l’aggettivo adatto, sono stati i finti fondi-pensione
della serie Maxwell, Enron, ecc. e quindi gli appelli anche sindacali
per “farsi la pensione privata”). Di qui l’urgenza di interventi
statali di “salvataggio” dei banditi della speculazione (con dirigenti
degli enti incriminati, premiati con favolosi “premi di produzione” –
fino a 400 mln $! – … perché hanno fatto fallire le rispettive
imprese!).
Ma noi e qualche altro (non molti, ma in numero sufficiente ancorché
non riconosciuti) “lo avevamo detto” da più di dieci o quindici anni.
Il collasso del sistema Usa, dei suoi malamente detti fondamentali e
della sua valuta, era un’annunciata “storia di ordinaria follia”. Gli
esperti-coglioni seguitavano ad assicurare che “l’economia Usa è
solida e va benissimo” e che “la crisi dei titoli secondari è un fuoco
di paglia senza conseguenze significative”. L’illusione che la crisi
della bolla immobiliare fosse finita è stata nutrita dai suddetti
esperti broker (o meglio “broccoli”) presso gonzi investitori e
speculatori d’accatto, non solo, ma anche presso
grandi-dirigenti-bancari. Epperò un commentatore, illustrando le crepe
della crisi, ha potuto dire che “con le notizie di Merrill e di Citi,
le persone stanno capendo che siamo ben lontani dalla fine, che non si
aggiusterà tutto velocemente e che c’è ancora più incertezza di quanto
chiunque vorrebbe”.
Perciò chiunque può vedere come stanno andando le cose. Dopo il
collasso di dollaro su euro e il passaggio da azioni a obbligazioni,
l’Ue ha continuato a reggere un po’ meglio l’urto (ma ora anche in
Italia molti disperati per debiti su mutui-casa non riescono a pagare
le rate, mentre “pagano” senza saperlo per le case ipotecate negli
Usa, nei debiti “impacchettati”); perciò la valuta Usa ha dovuto per
un po’ invertire la tendenza per correre ai ripari. Intanto le borse
asiatiche, che dipendono di più dal dollaro, seguitano ad andare giù
ripetutamente (ma, in tutte le piazze, ci sono giornate di pausa in
cui si dà tempo agli affaristi di rivendere quei titoli, che avevano
comprato ai minimi, a prezzi momentaneamente maggiorati per una
mattinata).
Dunque se megabanche del livello di Bear Stearns, Lehman Brothers,
Morgan Stanley e Goldman Sachs – le quattro maggiori banche di
investimento Usa – hanno registrato più del 20% di perdite in un
trimestre, perché sorprendersi? Il caso Bear Stearns è stato per
qualche tempo l’apice di questo imbroglio; quella banca d’affari ha
avuto una crescita esplosiva dell’intermediazione di derivati (per un
giro d’affari di 13 mmrd $) con ogni tipo di speculatori finanziari;
l’utilizzazione delle riserve del sistema creditizio negli Usa ha
raggiunto i 45 mrd $ per coprirne più di 600 di prestiti fuori
bilancio (importi quindici volte superiore) “scommettendo” sulle
capacità di restituzione dei prestiti da parte di imprese e stati. È
in tali frangenti che Bear Stearns è stata acquistata da Jp Morgan a
un prezzo stracciato delle azioni (scese da oltre 150 a 2 $), con
vantaggio per essa stessa e per le remunerazioni dei dirigenti; con
rovina per azionisti, dipendenti e fondi pensione di insegnanti e
altri funzionari pubblici, cui è stato “consigliato” l’acquisto dei
“pacchetti” di derivati.
Poco dopo ha fatto il vero grande botto Lehman bros, emblematico per
l’intero sistema speculativo: perfino Bernanke lo temeva [cfr. per
tali considerazioni Vampirismo geoeconomico su www.carmillaonline.com,
e pubblicato poi a stampa in la Contraddizione, no.122, che “Sbancor”
Lattanzi aveva scritto già in primavera prima di morire; ma lo diceva
anche molto tempo prima]. Questa banca di banditi poco rispettabili ha
così diffuso guai in tutto il mondo per la mostruosa quantità di
derivati detenuta, indebitandosi fino a 600 mrd $. Nel frattempo la
prima impresa di assicurazioni in Usa, la Aig, perché di interesse
pubblico, è stata salvata dal governo. Siccome anche le citate Morgan
Stanley e Goldman Sachs avevano ormai raggiunto l’orlo del fallimento,
lo stato federale, senza nazionalizzarle perché ciò è ancora vietato
dalla legge per le banche di investimento, le ha ritrasformate in
banche di credito ordinario ed è intervenuto con i dollari.
Ma per Lehaman bros ormai non restava che il “mercato” con il tacito
assenso statale per l’intero scompiglio determinatosi. Lo spazio è
stato perciò occupato dalla banca inglese Barclay, così come viene
fatto da altre banche per altri eccellenti fallimenti di istituzioni
finanziarie mondiali, come la ricordata acquisizione Jp Morgan su Bear
Stearns (anche in Italia Unicredit sta a rischio, dopo i “capolavori”
di Banco di Roma – Geronzi, da Ior a Federconsorzi o da Berlusconi a
Parmalat, ma forse conta su qualche altra protezione). La rovina però
ormai, come ha ricordato il citato Lattanzi, coinvolge tutte le
principali istituzioni bancarie del mondo con svalutazioni da
capogiro: alle suddette Bear Stearns, Morgan Stanley e Goldman Sachs
(aggiungendo la belga Fortis ai fallimenti) fanno coorte Ubs,
Citigroup, Merrill Lynch, Credit Suisse. “Perdite di sangue. Emorragie
di denaro. Sintomi gravi, ma, temo, non terminali. I vampiri cercano
sangue. E prima o poi lo trovano” [Sbancor]. Ebbene anche due tra le
altre principali banche usamericane – Merrill Lynch e Citigroup,
appunto – sono barcollate sotto i colpi della speculazione edilizia e
dell’improprio vasto ricorso agli inaffidabili titoli derivati, ormai
definiti da molti senza mezzi termini “titoli spazzatura” [junk
bonds].
Già l’estate scorsa, Merrill Lynch era stata indagata dalla
commissione per il controllo della borsa (Sec) per l’uso spregiudicato
di simili truffaldine pratiche contabili. L’immondizia di quei “titoli
spazzatura”, derivati da una realtà produttiva smarrita per sempre,
sarebbe servita a Merrill Lynch per, come si suol dire, “parcheggiare”
i suoi crediti più a rischio presso alcuni fondi chiusi di
investimento, ossia per occultarli. La perdita nella quotazione delle
azioni, svendute da molti possessori proprio a causa di quei contratti
truffaldini, è arrivata in un attimo a scendere del 15%. Cosicché la
banca-banda avrebbe poi potuto “ricomprare” tale spazzatura
ulteriormente deprezzata in maniera da far guadagnare i fondi stessi,
coprendo così le svalutazioni. Fatto sta che la svalutazione effettiva
di tali titoli immobiliari ha raggiunto rapidissimamente gli 8 mrd $
(ma alcuni ottimisti-nel-pessimismo avevano azzardato a preconizzarne
ancora svalutazioni necessarie per ulteriori 10 mrd $! Ma la realtà è
molto più grave).
Senonché Merrill Lynch è momentaneamente sopravvissuta accaparrando le
attività “buone” di chi è fallito prima di essa, ma la sua
“affidabilità” ufficiale è scesa di sei gradi (da A1 a Ba1). Si
prevede che anche per Citigroup – ma soltanto se come Merrill non
fallisce prima – saranno necessarie svalutazioni per un’altra decina
di miliardi di dollari. Con una diminuzione di oltre la metà degli
utili, a causa della bolla immobiliare, una perdita di quasi un quarto
del proprio valore di borsa e una caduta dei titoli vicina al 10% (in
un anno la valutazione era già crollata del 30%), pure su di essa la
Sec ha aperto un’inchiesta per gli accordi sottobanco con i “fondi
chiusi”, e anche in questo caso col fine di occultare alcune
svalutazioni. La realtà dello sfascio bancario in corso ha superato la
fantasia.
Un pretestuoso piano-di-salvataggio, detto di 700 mrd $ (ma in realtà
salito poi fino a 850) è stato tardivamente e ambiguamente tirato
fuori dal cappello di Bush dal ministro del tesoro Paulson. Esso si è
aggiunto alle precedenti centinaia di miliardi rapinate (altro che
“bruciate”!, come fanno dire ai mezzi di comunicazione) appena l’anno
precedente ai contribuenti Usa per mettere, come si suol dire, una
“pezza fuori colore” sull’enorme buco dei derivati “scrausi” (che loro
adesso chiamano “tossici”). Quei buontemponi degli yankees hanno
pensato di gridare allo scandalo “socialista”, tipo Urss di un tempo,
per la perversa-politica-statale-di-
nazionalizzazioni.
Ovviamente le cose sono ben diverse e stanno altrimenti. Intanto la faccenda non è
piaciuta, non solo ai “nazionalisti” repubblicani di
McCain-Bush(jr&sr)-Reagan, ma neppure ai populisti e ai finanzieri
“democratici”, che tengono d’occhio Obama.
La mediazione, inevitabile, è architettata solo affinché i candidati
non rischino alle elezioni parlamentari, oltre a pensare a quelle
presidenziali; ma l’obiettivo principale di Paulson & Bush è quello di
“tutelare” i loro più stretti compari di Wall street, ancora ai danni
dei contribuenti. Tant’è vero che né questi ultimi manifestando
scontento (anche reale, se pur basato sul rifiuto di rinunciare
all’american way of life), né gli operatori di borsa hanno considerato
valido il provvedimento: o perché vessatorio nei confronti dei più
poveri, o perché insufficiente per proteggere i titoli, sì che gli
indici d borsa sono continuati a cadere.
Neppure il bluff tentato dalla Fed, prima dell’aumento dei tassi di
interesse, col loro primo provvisorio taglio – per alleviare l’onere
passivo buttato sulle spalle degli scrausi mutuanti compratori di
case, che dovrà essere reiterato appena possibile – è servito a
nessuno dei tre motivi principali che lo avevano ispirato:
– anzitutto perché il “parcheggio”, presso oscuri pacchetti inventati
da fondi investimento a insaputa dei compratori dei debiti da essi
contratti, è rimbalzato da lì sull’ormai perdurante insolvenza di
quegli sciagurati e quindi sull’asfissia, come largamente previsto,
anche delle grandi banche creditrici che venivano a mancare di
liquidità; per cui esse hanno perso tutti i vantaggi che alcuni
supponevano che avrebbero tratto da quel taglio dei tassi; ciò
comportava anche la necessità di immettere centinaia di miliardi di
dollari, euri o yen da “bruciare” in borsa, e altrettanti messi in
circolazione a breve termine (in “nottata”, lèggi overnight) dai
cosiddetti prestatori di ultima istanza, cioè le banche centrali di
Usa, Ue e Giappone per prime;
– l’abbassamento del tasso ufficiale da parte della Fed non ha neppure
potuto evitare l’allontanamento degli investimenti dal mercato
azionario di New York, divenuto sempre più insicuro, verso il
relativamente più stabile mercato obbligazionario, cosa che sta
avvenendo in tutto il mondo come detto sopra; tutto ciò ha impedito
quindi di frenare l’arresto dell’afflusso di capitale straniero alla
borsa Usa, andato a favore di altre destinazioni; la Fed, come appena
detto, dovrà così intervenire ulteriormente sul tasso, con esiti
imprevedibili;
– la caduta del livello del corso del cambio del dollaro soprattutto
rispetto all’euro, che era salito fino a quota 1,50 sulla valuta Usa,
ha obbligato questa a una contromossa, confermando la disastrosità
della situazione usamericana (e di qui anche il rigonfiamento
valutario e nominale del prezzo del petrolio greggio).
A parte questi dati di fatto più recenti – ma non nuovi, né
analiticamente né praticamente – nulla muta circa le considerazioni
sulla struttura economica delle cause della crisi, degenerata nella
sua forma speculativa verso la quale si era indirizzata da
dieci-quindici anni la scelta delle istituzioni bancarie e monetarie.
Le analisi – dollaro, petrolio, mutui, derivati – sono quindi quelle
di cui ho riferito nell’ultima quindicina di anni e non ho nulla da
aggiungere. Così è pure per la fase critica attuale, con particolare
riferimento al predominio del capitale fittizio e all’invasione
mondiale dei titoli derivati, primari e secondari. Su quest’ultima,
per me, fa testo lo scritto sui derivati che presentai per l’ultimo
nostro incontro; semmai è su quello che servirebbero osservazioni
specifiche di merito, se come indicatomi sarebbe opportuno ricavarne
un opuscolo (nel quale terrei conto anche di cause e significato delle
difficoltà bancarie recenti qui sommariamente illustrate).


* tratto da: Proletaria – 11 novembre 2008
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