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Americanizzazione all’amatriciana

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[ 27 febbraio 2010 ]

Dalla privatizzazione 
dei partiti a quella delle tangenti

di Leonardo Mazzei
Ha davvero torto chi vede nella politica attuale solo affarismo e corruzione? E’ davvero un qualunquista chi esclama che i politici «sono tutti uguali»? In breve: è forse sbagliata la percezione popolare di un potere sempre più chiuso nella difesa dei suoi specifici interessi di casta?
No, non è affatto sbagliata. La percezione è assolutamente giusta, ma va accompagnata con la comprensione di un degrado che appare inarrestabile.
Senza di ciò continueremo a parlare dei singoli casi: Bertolaso piuttosto che Verdini, i tanti scandali nella sanità, le tangenti milanesi, oppure quelle toscane. Casi significativi, che ci rimandano però ad una questione più generale: qual è oggi la causa prima di una corruzione così diffusa?

Sgombriamo subito il campo da alcuni possibili equivoci. Il primo: è vero che la corruzione è sempre esistita e che non è certo una prerogativa posseduta in esclusiva dal nostro paese. E’ altrettanto vero, però, che stiamo indiscutibilmente assistendo ad un gigantesco salto di qualità. Chi si ostina a non volerlo vedere, limitandosi a commentare il solito cui prodest di questa o quell’inchiesta, coglie magari aspetti interessanti legati alla tempistica delle Procure, ma finisce con l’oscurare l’inarrestabile salita della melma prodotta dall’americanizzazione della politica.
Il secondo punto da premettere sta nel fatto che solo dei farabutti possono propagandare, e solo dei gonzi possono credere, all’idea di un capitalismo regolato dal mercato e da un’«etica» degli affari. Il capitalismo ha un solo Dio, il denaro, ed in questo caso il fine giustifica sempre i mezzi. Se questa è la regola generale, non può sfuggire l’accelerazione degli ultimi decenni verso un capitalismo sempre più criminale ad ogni livello.
Il terzo punto è che, premesso tutto quanto detto, non ci convince affatto l’idea (che fu anche di Tangentopoli) di una società civile sana contrapposta ad una società politica corrotta. Il marcio della politica è anche il marcio della società; la casta si è potuta formare grazie ad una società in decomposizione che ha accettato la trasformazione della politica in governance, in mera amministrazione dell’esistente.
La corruzione non può dunque stupirci, ma guai a non vedere le ragioni specifiche del suo attuale dilagare.
Prendiamo allora in esame le più recenti affermazioni che ci vengono dagli esponenti governativi, anche perché dalle parti della presunta «opposizione» l’elettroencefalogramma risulta irrimediabilmente piatto.
Berlusconi e Fini, i due galletti del pollaio pidiellino che in genere litigano su tutto, questa volta sono stati d’accordo. Leggiamo la dichiarazione di Berlusconi, riportata dal Corriere della Sera del 16 febbraio: «Bisogna far capire che si tratta di singoli casi di corruzione, di singole persone che sbagliano, non di un sistema generalizzato come quello di Tangentopoli». Non molto diverse le affermazioni del presidente della Camera: «Non mi convince la tesi di chi sostiene che oggi è più o meno come era prima di Tangentopoli…. Spero che nessuno voglia sostenere che la politica è marcia perché ha bisogno di tanti soldi» (Sole 24ore, 16 febbraio).
Depurati questi discorsi dalle evidenti necessità di minimizzazione, resta un concetto fondamentale: non è una nuova Tangentopoli, questa volta sono «soltanto» i singoli che rubano per sé. Ed è proprio quel «soltanto», che vorrebbe essere giustificativo, ad essere invece involontariamente il miglior atto d’accusa nei confronti dell’attuale sistema politico.
A parte il fatto che il rubare per sé non è certo meno grave che il rubare per il partito, a parte il fatto che se così tanti rubano per sé la risultante è evidentemente un intero sistema fondato sul ladrocinio, quel che si vorrebbe nascondere ancor di più è la causa di questa situazione.
Se vent’anni fa chi rubava lo faceva (anche) per il partito è perché i partiti esistevano; se oggi lo fa solo per sé è perché i partiti sono stati integralmente sostituiti da un sistema di relazioni affaristico, lobbystico e trasversale dove i singoli (non più i partiti) sono diventati i terminali decisivi.
Si è così realizzata una sorta di privatizzazione della politica, che di riflesso ha portato alla privatizzazione delle tangenti.
Questo esito non è per niente sorprendente. E’ invece la versione italiana di una politica integralmente americanizzata a partire – paradosso solo apparente – proprio dalla mitica Tangentopoli. Quando, nella primavera del 1993, ci trovammo in netta minoranza di fronte alla marea che chiedeva il maggioritario, fummo tra coloro che denunciarono, tra le altre cose, le conseguenze di una personalizzazione della politica secondo il modello statunitense. Un modello che esigeva denaro a fiumi e potenti legami lobbystici, un modello che via via si è effettivamente affermato anche in Italia e del quale oggi possiamo osservare i frutti.
Non accettiamo, perciò, discorsi moralistici dai fautori della Seconda Repubblica, che non potevano non sapere dove saremmo andati a finire.

Concludiamo, tornando alle domande iniziali. La percezione popolare del ceto politico come casta è fondamentalmente giusta. Che poi questo ceto sia il prodotto della putrefazione sociale complessiva è un fatto altrettanto certo. Ma c’è anche un sincero sdegno popolare, tanto più nel momento in cui la crisi sta cominciando ad incidere seriamente sulla condizione materiale di milioni di persone, che deve essere raccolto. E c’è un solo modo per farlo: parlare il linguaggio della verità, chiamare le cose con il loro nome, cogliere il distacco dal mondo della politica come un’occasione per una rifondazione della politica stessa, contrapporsi integralmente all’intero sistema politico attuale non per estremismo anarcoide (che detestiamo) ma per realismo rivoluzionario.
Contrapporsi politicamente, culturalmente, idealmente: ecco quel che serve. Tutto il resto è conservazione, attardarsi nelle macerie del mondo che fu, politicantismo da quattro soldi, menopeggismo straccione.
Non ci stupisce affatto che un sistema in crisi abbia preso la strada del «Viva il terremoto», viva le mille emergenze, vere o false che siano, su cui speculare. Questo lo sapevamo già. Quel che ci preoccupa è invece il ritardo nella risposta, nel prendere atto della necessità di una vera rottura senza la quale sarà inutile aspettarsi un qualunque cambiamento.

(tratto da: www.campoantimperialista.it) 
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