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discussione sulle proteste operaie

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[ 18 febbraio 2010 ]

HIC RHODUS! HIC SALTA!
  
considerazioni sull’intervento di Moreno Pasquinelli «Dopo il genocidio della coscienza»
di Giulio Bonali

Una volta tanto mi sia consentito di partire da questa frase latina resa celebre dal Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte, che solitamente viene usata per concludere un’argomentazione ritenuta stringente.
Ma il fatto é che Moreno Pasquinelli con il suo scritto ha proprio messo il dito nella piaga, evidenziando con la necessaria franchezza il drammatico scarto esistente fra la soggettiva capacità di intendere i fatti e di agire efficacemente da parte delle masse lavoratrici dell’ occidente (ormai da diversi decenni del tutto prive -a livello per l’ appunto di massa- di un’ adeguata coscienza di classe) e il precipitare oggettivo della crisi sistemica che sta rapidamente facendo venir meno la possibilità per le classi dominanti di servirsi di quelle concessioni e dell’ elargizione di quei limitati privilegi che così a lungo hanno loro garantito il necessario consenso per lo meno (ma non solo) passivo allo stato di cose pesente (concessioni e privilegi goduti non solo dai ceti medi, ma anche da “aristocrazie operaie” che, contrariamente a quanto rilevava Lenin, non erano rimaste limitate e minoritarie, ma tendevano anzi a generalizzarsi nell’ ambito degli “esclusi dalla proprietà dei mezzi di produzione che contano” -tanto per intenderci- dell’ occidente; o del “centro” del sistema imperialistico mondiale).


Da questo dato di fatto assai negativo ma ineludibile si può ricavare la previsione che per lo meno in una prima fase, di durata e di portata (per quel che riguarda le conseguenze, comunque gravi e negative, che ne deriveranno) difficilmente immaginabili, le turbolenze sociali e i veri e propri disordini che l’ incalzare della crisi favorirà tenderanno con ogni verosimiglianza ad avere un segno reazionario, che molto facilmente potranno essere cavalcati e incanalati in senso xenofobo, razzista, reazionario da correnti politiche come la Lega che già da tempo esistono ed alimentano con ignobile consapevolezza e determinazione queste tendenze, e che personalmente trovo ancora utilmente classificabili come “fasciste in senso lato” (con tutto il rispetto per, e la buona volontà da parte mia di interloquire con, quelle frange di estrema destra che hanno operato negli ultmi tempi una scelta di campo più o meno coerentemente antiimperialista -oltre che antiamericanista- ed antisistemica, cioé inconciliabile con il pensiero unico politicamente corretto nel quale sono irrimediabilmente invischiati i miserabili resti della fu sinistra “rivoluzionaria” o “di classe”; il che comunque oggi, di fronte alla crisi sistemica, costituisce in un certo senso il presupposto più elementare, la più fondamentale ed imprescindibile conditio sine qua non di una corretta collocazione rivoluzionaria).
I fatti di Rosarno sono lì a confermarlo, e noi dobbiamo certamente saper guardare in faccia la realtà, per ripugnante o spaventosa che sia, senza cedere alla tentazione di abbellirla a nostro piacimento, se vogliamo cercare di dominarla anziché esserne travolti.
Concordo quindi con Moreno che dobbiamo cercare di attrezzarci per i tempi difficili che abbiamo davanti a noi.
Scorciatoie non se ne presenteranno, e personalmente sono convinto che, pur con la necessaria duttilità tattica, sia necessario da parte nostra lavorare sui tempi medio-lunghi, gettando in faccia con grande franchezza alle masse occidentali il fatto che il parto di un superamento in avanti dello stato di cose presenti sarà (anche per loro) molto, molto doloroso e difficile.
La cosa peggiore che potremmo fare sarebbe cercare di cavalcare passivamente le tendenze reazionarie che inizialmente tenderanno (e tendono) a prevalere (contribuendo all’ ulteriore ottundimento a livello di massa del senso critico e della consapevolezza della gravità della situazione incombente); o anche solo cercare di “abbellire” il cammino che ci sta davanti, minimizzando i sacrifici e i prezzi che sarà necessario pagare per cercare di uscire in avanti dalla crisi.
Ricostruire un’ adeguata coscienza di classe sarà difficilissimo e richiederà tempi non brevi ed esperienze non indolori; la stessa guerra qui da noi, nel “centro privilegiato” del mondo non può certo più essere esclusa a priori; e nel caso dovesse scoppiare, anche se avrebbe -certamente, nel caso…- aspetti fortemente non convenzionali, molto diversi da quelli delle esperienze vissute dai nostri padri -intendo dei più vecchi fra noi!- o dai nostri nonni, sarebbe certamente qualche cosa di estremamente tragico (e d’ altra parte le avanzate rivoluzionarie più consistenti verso il comunismo di fatto finora sono sempre state per lo meno in larga misura “figlie della guerra”: il parto indolore é certamente realizzabile letteralmente, per le madri, malgrado la maledizione biblica, ma non sembra punto realistico come metafora della rivoluzione!)
Necessiterà fra l’ altro l’ acquisizione (tutt’ altro che agevole!) della consapevolezza a livello di massa che finora qui in occidente abbiamo vissuto tutti (ovviamente in abissalmente diversa misura, ma comunque tutti, tranne chi si trovasse in una condizione -letteralmente- di “emarginazione”) al di sopra dell’ oggettivamente possibile.
Cioé al di sopra di ciò che é oggettivamente possibile compatibilmente: a) con il recupero delle loro risorse umane e naturali da parte delle popolazioni vittime dell’ imperialismo (che é un processo certamente molto contrastato ma in atto, sia pur contraddittoriamente; b) con la concorrenza sempre più competitiva nella produzione di beni e servizi e nello sfruttamento delle risorse mondiali da parte della Cina in primo luogo ma in parte anche di talune altre potenze emergenti del mondo fino ad ora dominato e meno sviluppato; c) con la salvaguardia delle condizioni naturali necessarie alla sopravvivenza delle generazioni future.
E’ una strada strettissima e impervia, difficilissima, e nulla ci può garantire a priori che potremo percorrerla fino in fondo anche perché il tempo stringe, ma sono profondamente convinto che sia per noi un passaggio obbligato, che -e scusate se mi ripeto- ,scorciatoite non ve ne siano.
E nell’ ambito di questa paziente e faticosa opera di ricostruzione-sviluppo di un’ adeguata coscienza di classe rivoluzionaria all’ altezza dei tempi presenti personalmente credo (ma vi prego, compagni, di leggere fino alla fine quanto sto cercando di argomentare, con pazienza, evitando di liquidarlo affrettatamente come espressione “nostalgica” di una incapacità da parte mia di accettare ed “elaborare”, come si suole orrendamente dire, “un lutto”) che un qualche ruolo (certo, accanto ad altre considerazioni anche forse più decisive; ma comunque un qualche ruolo non del tutto trascurabile) debba averlo la demistificazione della demonizzazione largamente corrente delle esperienze novecentesche del “socialismo reale”.
Ovviamente senza minimizzarne i limiti e le carenze che potentemente hanno contribuito a favorirne il crollo; crollo che comunque secondo il mio modo divedere non si configura come un’ “implosione” autogena ma come una sconfitta -a cui ovviamente non sono estranei anche importanti fattori endogeni- di fronte all’ ininterrotta, forsennata ostilità dell’ imperialismo.
A parte la considerazione che il luogo comune secondo cui il crollo del “s. r.” falsificherebbe per così dire “sperimentalmente” la “pretesa” scienza marxista (il “socialsimo scientifico”) é una delle più potenti leve su cui hanno agito le classi dominanti e i loro “chierici” per ridurre nel miserevole stato in cui si trovano la coscienze delle masse popolari dell’ occidente… A parte questo, mi sembra che sia assolutamente necessario sottolineare il fatto che non si può pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca, nel senso che il nettamente minore sviluppo economico e tecnologico di quei paesi (al di là degli innegabili errori e difetti che ne hanno caratterizzato la storia, certamente non ineluttabilmente segnata dal destino, ma che avrebbe potuto anche seguire strade in larga misura diverse e migliori) comunque era anche, in una qualche misura (e solo in una qualche, limitata misura, sia chiaro!) conseguenza del fatto la proprietà privata capitalistica, per il fatto di esigere necessariamente la concorrenza sfrenata, senza esclusione di colpi fra le diverse unità produttive (pena il fallimento, in una sorta di “lotta all’ ultimo investimento” per la sopravvivenza) costituisce probabilmente, al contrario di quanto credevano i classici del marxismo, la base economica oggettivamente più adatta di qualsiasi altra a favorire uno sviluppo meramente quantitativo delle forze produttive, pur se inevitabilmente gravato da ingiustizie e contraddizioni (soprattutto relative alle condizioni di vita che necessariamente tende ad imporre alle popolazioni delle parti svantaggiate nel suo sviluppo inevitabilmente “ineguale”), ed inoltre del tutto incompatibile con la limitatezza delle risorse naturali presenti sulla terra e con la necessità di salvaguardale per le generazioni future. E che dunque la negazione e il superamento dell’ ordinamento sociale capitalistico oggettivamente  comporta anche un tendenzialmente minore benessere materiale (rispetto a quanto mediamente realizzato dal capitalismo in occidente; ma il benessere umano più complessivamente ed autenticamente inteso non si limita certo a questo!) e una minore disponibilità media di agi e “comodità” rispetto a quanto verificatosi negli ultimi decenni “qui da noi”, e non solo presso infime minoranze superprivilegiate.
Anche ammesso (e non concesso) che mai lo sia stato in passato, certamente oggi non é di nessuna utilità, ma anzi é disastrosamente deleterio ai fini dell’ avanzata rivoluzionaria verso una società migliore, qualsiasi ottimistico od utopistico “abbellimento” (oltre che qualsiasi pretesa trionfalistica “certezza oggettiva” della “vittoria finale”) di tale prospettiva di progresso che comunque dobbiamo ostinarci a lavorare e lottare perché rimanga aperta davanti all’ umanità.

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