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UNO SGUARDO ALLA SITUAZIONE ITALIANA

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[ 02 febbraio 2010 ]
A commento degli ultimissimi dati Istat
disoccupazione, crollo delle ore di sciopero e immigrati
di Moreno Pasquinelli

No, non vogliamo occuparci della diatriba tra destra e sinistra, della guerra per bande all’interno dei due blocchi sistemici, dei pettegolezzi su questo o quel piccante aspetto della vita privata dei politicanti, e nemmeno delle prossime elezioni regionali.

Poco c’è da dire sulle vicende di Palazzo, se non che fanno pena ma, ancora più importante, è che osservando quella roba lì, non si guarda in verità al  paese reale, ma ad uno spettacolo (indecoroso) che neanche lontanamente può essere considerato specchio o metafora della realtà sociale.

Può darsi che D’Alema abbia ragione nel sospettare che la “società civile” non sia migliore della sua rappresentanza istituzionale. A parte il fatto che cresce ogni giorno il distacco tra questa e quella, è evidente che l’agenda politica istituzionale appare alla maggioranza dei cittadini pura fumisteria politicista, una roba dell’altro mondo. E’ proprio così, e ardui appaiono i tentativi dei mezzi di comunicazione di rappresentare, via tubo catodico, un’altra realtà, consegnando un’immagime che non è solo distorta ma falsa.

Vogliamo piuttosto occuparci di tre questioni, a partire dai dati appena consegnati dall’Istat, tre indici che ci dicono dei mutamenti in atto nella società, cento volte di più dei discorsi truffaldini, demagogici e populisti dei politicanti di diverso colore.

Prima questione: la crescita inesorabile della disoccupazione

Sentiano l’Istat: “La crisi economica ha un impatto pesante sul mercato del lavoro. I dati sul lavoro confermano le difficoltà dell`occupazione nel 2009, soprattutto per i giovani, il cui tasso di disoccupazione è salito in 12 mesi di 3 punti percentuali, giungendo al 26.2%, mentre il tasso di disoccupazione complessivo è all`8.5%”

A parte il fatto che la disoccupazione reale è più alta visto che tantissimi sono “disoccupati invisibili” perché non passano per i registri statistici, la cosa segnala non solo che la crisi economica è davvero profonda, ma che i decantati segnali di “ripresa” sono una bufala. E poi diciamola tutta: anche in caso di “rpiresa” sarà difficile che la disoccupazione scenda, poiché le aziende capitalistiche, alle prese con la concorrenza globale, le faranno di tutti i colori pur di scaricare il lavoro su meno occupati.
Per di più sappiamo bene a cosa serva l’esercito industriale di riserva, è una leva formidabile per abbassare i salari, è una pistola puntata alla tempia dei lavoratori affinché lavorino come bestie da soma e se ne stiano in posizione supina.

Seconda questione: con la crisi economica calano gli scioperi

Sentiamo ancora l’Istat:
“Più che dimezzate le ore di sciopero nei primi dieci mesi del 2009. Nei primi 10 mesi del 2009 sono state perse per conflitti originati dal rapporto di lavoro 1,8 milioni di ore con un calo del 58,2% rispetto allo stesso periodo del 2008. Tra le motivazioni – rileva l’Istat – quelle che presentano le incidenze maggiori sono le «altre cause» con il 29,7% delle ore non lavorate, mentre il licenziamento e la sospensione dei dipendenti ha riguardato 22,8% delle ore di sciopero (oltre 400.000), superiore alle rivendicazioni economiche che si sono fermate al 18,8%”.

Che con ad ogni recessione corrisponda una discesa del movimento degli scioperi è fatto noto. Come è noto che esso tende e crescere in caso di “ripresa”, quando i lavoratori cercano di riadeguare i salari che nella recessione si sono abbassati. Che scendano le ore di sciopero perse proprio mentre c’è la crisi è il segno della cronica debolezza del movimento operaio, della consapevolezza che davanti ad un disastro globale a poco serva scioperare, tanto più nelle forme indolorio e incolori proposte dai sindacati. Ma è pure indice della paura che regna sui luoghi di lavoro, e quindi di una certo andazzo corporativo per cui è meglio farsi il culo e non danneggiare il padrone che mettersi a fare casino.

Veniamo alla terza questione: stranieri +77% di posti in quattro anni

Sentiamo l’Istat:
“Gli immigrati baluardo della crisi. Grazie alla loro occupazione infatti l’effetto sul mercato del lavoro è un po’ più contenuto. Tra il 2004 e il 2008, in Italia, l’occupazione è aumentata di 1,1 milioni di unità per larga parte grazie all’assunzione di lavoratori stranieri che hanno contribuito alla crescita dell’occupazione con 850.000 persone, il 77% del totale. La quota degli occupati stranieri nel periodo sul totale degli occupati è più che raddoppiata passando dal 3% al 6,5% nell’arco del quadriennio considerato”.

Che vuol dire questo dato? Che le aziende ricorrono, a maggior ragione perché l’economia non tira, a forza-lavoro immigrata, ovvero più ricattabile, meno sindacalizzata, e più disposta ad accettare carichi di lavoro crescenti nonché più docile.
Sono le regole del capitalismo signori, quelle che tornano a galla in tempi duri per le economia occidentali.

Prime conclusioni

Questi dati ci consentono di di confermare quanto da tempo andiamo dicendo: che la crisi scoppiata nell’autunno 2008, ma che era strisciante da tempo, è destinata a cambiare a fondo il panorama sociale, la composizione e i rapporti tra le classi e i ceti sociali. La crisi porta con sé disgrazie per la maggioranza dei lavoratori, mentre farà affluire riccheezza supplementare sugli sfruttatori, gli affaristi e gli aggiotatori.
Per quanto non in modo meccanico ciò causerà la rinascita dei conflitti sociali, di cui oggi vediamo solo i primi segni.
Ma sarà un conflitto che risentendo della strage di coscienza e di civiltà venuta avanti nei decenni, non potrà che essere un “conflitto sporco”, a fosche tinte, forse anche reazionarie e xenofobe. Invece di prendersela coi dominanti, i dominati se la potrebbero prendere con quelli che stanno ancor più sotto nella scala sociale. Quelli che, mentre cresce la disoccupazione, “rubano il lavoro”. L’ultimo dato fornito dall’Istat è in questo senso emblematico delle consguenze sociali e politiche che può produrre.
Il senso comune della maggioranza degli italiani, che già sta “a destra”, con la crisi, almeno per una fase, non andrà “a sinistra”, ma nella direzione opposta.

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