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L’ISOLA DEI CASSINTEGRATI

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[ 15 aprile 2010 ]

Considerazioni 
controcorrente
di Moreno Pasquinelli
«Nel mondo realmente rovesciato, 
il vero è un momento del falso»
Guy Debord

«Alla Rai prende il via L’isola dei famosi, aveva annunciato uno degli operai sbarcati lo scorso 25 febbraio ai funzionari del Parco. Qui all’Asinara noi da oggi cominciamo ‘L’isola dei cassintegrati’, e non ce ne andremo fino a quando non sapremo qualcosa sul nostro destino».

Nacque così, in sordina, la vicenda. Se gli operai del petrolchimico di Porto Torres volevano in tal modo uscire dalle catacombe, dal momento che le televisioni e i giornali si sono occupati di loro, non c’è dubbio che ci sono riusciti. L’apoteosi c’è stata con la diretta di Annozero, che avrebbe battuto, in quanto ad indice di ascolti, l’Isola dei famosi originale, quella condotta dalla Ventura.
E ora che sono usciti dalla catacombe, ora che sono sotto i riflettori della ribalta, possiamo vedere chi sono questi operai, cosa sono diventati. E non è un bello spettacolo.
“Non chiediamo la luna, chiediamo solo il posto di lavoro”. Quante volte, in quest’ultimo anno, questi lavoratori privati di ogni utopia egualitaria, lasciati soli da partiti e sindacati, dalla cima dei tetti o da sopra un gru, hanno proposto questa implorazione. E quanta commiserazione è giunta, da ogni parte sociale e politica, verso questi “poveracci” gettati sul lastrico.

La modalità scelta dai cassintegrati di Porto Torres aveva l’ambizione  legittima di bucare il muro di gomma dei media, di farsi ascoltare. Ci ha colpito la risposta di un operaio alla domanda del giornalista che chiedeva come fosse loro venuto in mente di fare la parodia dell’Isola dei famosi. Risposta: “Perché i vecchi metodi usati dal movimento operaio non solo non servono più, ma sono dannosi”.
Ci sia permesso, senza nulla togliere al rispetto per il diritto al lavoro che questi operai rivendicano, chiederci: non sarà che la modalità spettacolare, ovvero utilizzare uno dei più infami format televisi american-style, finisce per creare più danni di quanti guasti ripari?
“E’ la società dello spettacolo bellezza!”, avrebbe esclamato Guy Debord, che col suo libro del lontano 1967, intuì, con lucidità sorprendente, che nell’epoca dell’estremo sviluppo capitalistico lo spettacolo sarebbe diventato “la principale produzione della società attuale”, che il mondo reale sarebbe stato inghiottito da quello della sua rappresentazione televisiva, così che gli uomini non avrebbero più saputo distinguere il il primo dalla seconda.

Così Debord, e sulla stessa scia Pasolini, chiamavano alla battaglia, al corpo a corpo col pervasivo mostro nascente, i mass media e la Tv anzitutto, dato che il portato sarebbe stato il genocidio delle coscienze e dell’intelligenza collettiva.
Chi conosca Guy Debord potrebbe insinuare che in verità, il format scelto dai cassintegrati, segue proprio la modalità situazionista del  “détournement”, del “deviamento”, o del “dirottamento”, ovvero della “decontestualizzazione”.
In effetti il détournement era l’idea della riappropriazione delle opere d’arte di altri autori, la loro riconversione, il ricollocarle in altri orizzonti di senso. La tesi era che col cambiamento del contesto comunicativo, con l’inserimento  di una data opera d’arte in un paesaggio alterato, essa avrebbe subito una trasfigurazione, un diverso significato, finanche rivoluzionario.  Sarebbe dunque lecito un’uso operaio dell’Isola dei famosi? Per niente.

Il danno, dicevamo. 

Sapevamo che il movimento operaio fosse morto, e che nessuno si decideva a fargli un degno funerale. Abbiamo avuto, con la parodia dell’Isola dei famosi, un funerale indegno e, quel che è peggio, gli operai se lo sono celebrati da soli. Dall’autorganizzazione all’autodissoluzione. Dalla lotta di classe all’autocommiserazione della classe.  Il mezzo, il format televisivo, non è infatti né neutrale né innocente. La società dello spettacolo ha le sue leggi, essa ha cortocircuitato la relazione per cui il fine giustifica il mezzo, l’ha invertita. Il mezzo è fine a se stesso, e se pensi di fare la festa alla TV finisce che resti fregato. Ciò che viene trasformato in spettacolo è condannato a perdere ogni contenuto che non sia entertainment, divertissement, stratagemma per accrescere gli “ascolti” di cittadini inebetiti, a tutto vantaggio quindi di un mezzo che per la propria gloria inebetiti li vuole.
Ogni evento spettacolarizzato ha infatti una sua potenza simbolica. E cosa simboleggiano gli operai dall’Asinara? La disperazione di  un pezzo di ex-classe operaia costretta, per ottenere ascolto, a ostentare la scelta del chiostro, l’abbandono della fabbrica come luogo di conflitto (non l’occupazione per capirci, che non se li sarebbe filati nessuno), il proprio esilio dalla città e dalla comunità, dai propri cari. E’ il dazio che si deve pagare per essere visti in Tv, essere vittime o carnefici, stuprati o stupratori, puttane o puttanieri, santi o peccatori. Per essere visti in Tv non puoi che essere come la Tv ti vuole.

Non era certo questo a cui pensava Debord col détournement. Ammesso e non concesso che possa esserci un uso rivoluzionario delle modalità della  società dello spettacolo, Debord concepiva quest’uso come “un’arma partigiana”, nel contesto di quella che lui riteneva fosse la “fase di guerra civile di classe”. Affermava nel 1979: «Gli operai italiani, che possono essere oggi portati come esempio ai loro compagni di tutti i Paesi per il loro assenteismo, per i loro scioperi selvaggi che nessuna concessione particolare riesce a placare, il loro lucido rifiuto del lavoro, il loro disprezzo della legge e di tutti i partiti statalisti, conoscerono abbastanza il soggetto nella pratica per aver potuto trarre profitto dalle tesi de La società dello spettacolo, anche quando non ne leggevano che delle mediocri traduzioni».

Sono passati decenni da allora. Siamo in una diversa epoca storica. Gli operai italiani di oggi non sono che un triste simulacro di quelli di ieri. Tutto si spiega. Un’altra generazione dovrà affacciarsi sulla ribalta. Speriamo non sceglierà l’esilio della rassegnazione, né rifugio nel vittimismo.

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