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UN GIUDIZIO DI «ALTERNATIVA»

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[ 22 aprile 2010 ]

Brevi note sulla proposta di Giulietto Chiesa
di Leonardo Mazzei

Il 17 aprile, con la relazione introduttiva di Giulietto Chiesa, è nato un nuovo movimento politico: “Alternativa”. Le esigenze da cui muove questo tentativo sono le stesse che animano Rivoluzione Democratica, e questa è già una buona ragione per avviare una discussione.
Buona parte del ragionamento sviluppato da Chiesa è condivisibile, sia nelle analisi che nelle proposte. Altri aspetti, per la verità non secondari, restano invece meno convincenti. Anche per questo il confronto è necessario.

Per restare all’essenziale, elencherò prima in forma sintetica i principali punti di accordo, per poi mettere a fuoco i punti problematici.
Chiesa afferma di non voler costituire “l’ennesimo gruppetto”, un rischio sempre presente ben al di là delle intenzioni. Su questo, comunque, l’accordo è totale. Un “ennesimo gruppetto” non servirebbe a nessuno. Non è il momento di scelte identitarie. Oggi la sfida è quella di entrare seriamente nella contesa politica, ponendoci la questione di quella che Chiesa chiama “grande voragine”. E’ il tempo di scelte decisive, che sappiano ingranare in tempi sufficientemente rapidi, che riescano ad interagire con l’esodo popolare dalla politica fattasi regime,  un esodo evidenziato ad esempio dalla forte crescita dell’astensionismo.
In questo quadro va bandita ogni forma di settarismo, mentre tutti i tentativi che mirano ancora a ricavarsi nicchie (oramai di mera sopravvivenza) dentro il sistema politico, vanno denunciati per quello che sono: operazioni di salvataggio di un ceto politico allo sbando, ormai privo di idee, ma ancora in grado di fare qualche danno alla prospettiva di un’alternativa anti-sistemica.
Proprio in virtù di queste considerazioni credo che dovremmo valorizzare al massimo i punti di accordo, punti che toccano questioni essenziali e dirimenti.

Quali sono questi punti è presto detto:

1. Il giudizio sulla portata della crisi, che non è certo congiunturale, che non è solo economica, né tantomeno solo finanziaria. Una crisi che noi definiamo storico-sistemica, che vede l’intreccio di fattori economici con altri di natura politica e geopolitica. Ma, soprattutto, una crisi che è principalmente “sociale”, nel senso che investe direttamente il modello sociale affermatosi in occidente. Da qui la condivisione della centralità assegnata alla contraddizione tra il capitalismo, che per definizione non può accettare confini alla sua “crescita”, ed i limiti imposti dalla finitezza delle risorse.

2. La necessità di contrastare frontalmente l’intero sistema politico, non soltanto il berlusconismo che per certi aspetti è la rappresentazione più verace dell’intera strutturazione politica frutto di un ventennio all’insegna del bipolarismo, della governabilità, delle logiche maggioritarie e presidenzialiste, dell’americanizzazione: in una parola della politica ridotta a governance.

3. La conseguente esigenza di contrapporsi al PD, per quello che concretamente rappresenta, sfuggendo così alle sirene del menopeggismo che prepara sempre il peggio. Il PD, non a caso il partito più vuoto di contenuti dell’intera storia dei partiti italiani dall’ottocento in avanti, è infatti il portatore più coerente di una visione della politica che concepisce i partiti come mera struttura di servizio delle èlite economiche, la cui funzione sarebbe quella di garantire consenso e mediazione sociale all’interno di una concezione tecnocratica ed asetticamente a-ideologica.

4. La necessità di congedarsi definitivamente dalla “sinistra”, non per quello che fu, ma per quello che concretamente è ormai da lungo tempo. Questo è un punto delicato quanto essenziale. Contrapporre una “sinistra ideale” da ricostruire, ad una sinistra reale che c’è e fa le cose fa, non avrebbe alcun senso. Giustamente Chiesa si domanda per quale motivo si dovrebbe chiedere a milioni di giovani di denominarsi di “sinistra”, quando una sinistra non l’hanno mai incontrata sulla loro strada e se l’hanno incontrata non hanno potuto che provarne schifo.
L’attuale sinistra, pur nelle sue varie ramificazioni, non ha più nulla da spartire con i valori e gli ideali originari del socialismo e del comunismo. Valori ed ideali invece tuttora validi e da rilanciare, ma che non potranno risalire la corrente partendo dalla mera riproposizione della falce e martello.

5. L’esistenza di una “«grande voragine» che si è aperta tra la politica e il paese reale”. Il fenomeno non è nuovo, ma le elezioni regionali ci hanno consegnato un paese spaccato in due: da una parte un sistema politico bipolare sempre più in affanno, dall’altra un esodo popolare (l’astensionismo) – inevitabilmente contraddittorio, ma sempre più consapevole – da questo sistema.
Abbiamo scritto dopo le elezioni che ora “il dissenso sarà chiamato a farsi opposizione, perché sta qui il discrimine tra un esodo impotente ed una separazione cosciente”. Ed è qui che emerge il nodo imprescindibile della soggettività politica.
Chiesa, a differenza di Rivoluzione Democratica, non ha dato l’indicazione secca dell’astensionismo. Una scelta che argomenta nella sua relazione e sulla quale ora non entriamo. Quel che conta, comunque, è la comune consapevolezza dell’esistenza della “grande voragine”, di quello che noi abbiamo chiamato “frattura con il regime” od “esodo popolare”.

Mi pare che la condivisione di questi 5 punti sia già un’ottima cosa, una base comune non indifferente.
Ovviamente, affinché il confronto possa essere proficuo, è bene mettere in luce anche le questioni problematiche. I punti sui quali esistono diverse opinioni, o che comunque richiedono un serio approfondimento. Temi che ci interrogano, per i quali magari non abbiamo ancora risposte adeguate, ma che credo debbano far parte della comune ricerca.

Mi pare che queste questioni siano quattro:

1. Quali dinamiche sociali e politiche produrrà la crisi? Questa domanda, a mio modesto avviso assolutamente decisiva, non viene trattata nella relazione di Chiesa. E’ un’assenza che colpisce, tanto più proprio per la premessa sui caratteri e la gravità della crisi di cui abbiamo detto.
Se (e siamo d’accordo) la crisi è così grave, perché non sforzarsi di vedere quali dinamiche sociali, politiche e geopolitiche innescherà. Dinamiche sicuramente non univoche, necessariamente diverse e comunque sfasate nei vari quadranti del pianeta, ma la cui previsione è decisiva se ci si vuol cimentare con la costruzione di una forza politica.
Veniamo da un lungo periodo di letargia delle masse. Continuerà? Se sì, progetti come “Alternativa”, “Rivoluzione Democratica” od altri riconducibili allo stesso filone – e sperabilmente unificabili – sarebbero morti in partenza. Se invece, come io credo, siamo entrati in una fase di grandi turbolenze che potrà portare ad un risveglio, il discorso cambia. Questo, sia chiaro, senza alcuna mitologia delle “masse”, che tra l’altro in una prima fase potrebbero andare (almeno in Italia, almeno in Europa) più facilmente verso derive populiste di destra. Senza mitologie, ma avendo ben chiaro che da questo risveglio, dai caratteri che potrà assumere, non si può in alcun modo prescindere.
Viceversa non resterebbe che attestarsi sul presente, ritenendo che l’unica battaglia degna di essere combattuta sia quella sul terreno dell’informazione. E’ giusta l’importanza che Chiesa assegna a questa battaglia, che ha oltretutto una sua specificità, ma quale possibilità di successo vi sarebbe anche in questo campo in assenza di veri sommovimenti sociali?

2. Siamo certi che la “narrazione dominante” della società italiana sia del tutto falsa? Questa domanda è collegata a quella precedente. Chiesa lo afferma categoricamente: “La narrazione dominante della società italiana è falsa. Radicalmente falsa. E’ quella che viene dal mainstream, è parte del «rumore di fondo» che milioni di persone sono costrette ad ascoltare e vedere”.
Io credo invece che si debba distinguere e che si debba rifuggire dalle descrizioni monocromatiche. Quella descrizione non è del tutto vera, ma non è neppure del tutto falsa. Vedo di spiegarmi.
Siamo tra i pochi che dopo le recenti elezioni hanno cercato di dimostrare, dati alla mano, l’inesistenza di una vittoria berlusconiana in termini di consenso. Il Pdl ha avuto il voto di un italiano su sei, la Lega di uno su quindici, la coalizione di governo di uno su quattro. Dunque la “narrazione” di un’Italia berlusconiana è falsa.
Tuttavia, quella “narrazione” corrisponde a grandi linee ad una trasformazione che si è effettivamente compiuta nel tessuto della società italiana, grosso modo negli ultimi 30 anni. Consumismo, individualismo, egoismo sociale, tendenziale rottura di ogni vincolo solidaristico, accettazione della “legge del più forte” (dal mondo del lavoro a quello della scuola, della sanità ecc.), sono soltanto il frutto dell’onnipotente forza dei media? Difficile crederlo. Come non vedere, ad esempio, il ruolo di potente acceleratore di questi fenomeni, rappresentato dal tragicomico crollo del comunismo novecentesco?
Come non interrogarsi sul peso avuto in questa tremenda deriva sociale dalla scomparsa di ogni “pensiero forte” in grado di tenere viva e rilanciare l’idea di un’altro modello di società?

3. La difesa della Costituzione può essere una valida linea Maginot? Questa domanda contiene volutamente un ossimoro. Come tutti sanno la linea Maginot non risultò per niente valida, consentendo alle straripanti armate tedesche un tranquillo aggiramento che decretò l’invasione della Francia. Da 70 anni dire “Linea Maginot” equivale a dire “difesa assolutamente inefficace”. E’ certo dunque che scrivendo che “E’ su questa linea Maginot che dobbiamo costruire la controffensiva”, Chiesa intendeva dire un’altra cosa, proponendo la difesa della Costituzione come pilastro decisivo da cui ripartire.
Tuttavia, e questa è una vera differenza, attestarsi strategicamente sulla difesa della Costituzione sarebbe davvero – a parere di chi scrive – l’ennesima linea Maginot destinata alla sconfitta, peggio, all’irrisione dell’avversario.
Questo non vuol dire che non si debba difendere la Costituzione: la si deve difendere dagli assalti presidenzialisti, dalle controriforme che bollono in pentola, dal tentativo di snaturarne completamente la prima parte, da quello di cancellare ogni elemento di giustizia sociale.
Ma detto questo, e non è poco specie se guardiamo alle possibili battaglie dei prossimi mesi, guai all’idea della guerra di posizione. Le trincee della Grande Guerra non ci sono più, e comunque la loro difesa potrà risultare vincente solo se abbinata ad una valida guerra di movimento. Fuor di metafora: la difesa della Costituzione potrà essere efficace solo se accompagnata dalla capacità di far emergere un nuovo pensiero, nuovi principi che possano ispirare ed innervare una autentica rifondazione repubblicana.
Una domanda: ma se tutto è cambiato – i soggetti sociali, i partiti, le istituzioni, la struttura della società, le stesse forme del controllo e dell’egemonia culturale – come facciamo a pensare che possa bastare la difesa di una Costituzione che, per quanto avanzata, è il condensato di quel panorama che non c’è più?
Certo che la Costituzione va difesa, come va difeso il salario operaio e quel che rimane del welfare, ma avendo chiaro (come pure è chiaro nella relazione di Chiesa) che il quadro è cambiato di brutto e che, di conseguenza, la sola difesa non potrà mai essere vincente.

4. Come perseguire i punti programmatici indicati? La relazione alla prima assemblea di “Alternativa” si chiude con l’indicazione di una serie di punti programmatici e di misure concrete di cui il movimento vuol farsi portatore.
Si tratta di indicazioni largamente condivisibili, sulle quali rimandiamo alla lettura integrale del testo,  rinunciando ad un esame dettagliato in questa sede.
Il problema che vogliamo sottolineare è infatti un altro. Come pensiamo di poter arrivare alla concretizzazione di quel programma? Certo, alcune misure potrebbero essere il frutto di lotte di opposizione da avviare da subito, ma l’insieme di quel programma prefigura un’altra società. E qui bisogna essere chiari, perché i casi sono due: o si tratta della solita lista messa ad ornamento ma lasciando capire che quel programma è in realtà irrealizzabile – atteggiamento tipico di tutta la sinistra (ex?) arcobalenica – o si tratta invece di una cosa seria in cui credere, per cui lottare.
Sicuramente, trattandosi di Chiesa anziché di Bertinotti e dei suoi epigoni, ed essendo la conseguenza di un ragionamento politico piuttosto stringente, siamo di fronte ad una cosa seria. Ma allora il problema diventa quello del percorso, perché il raggiungimento anche solo parziale di quegli obiettivi richiede un autentico sovvertimento della situazione sociale e politica presente. In parole comprensibili al popolo questo significa una vera rivoluzione, parola nobile che il “politicamente corretto” ha non a caso criminalizzato.
Il nome di “Rivoluzione Democratica” nasce anche da questa consapevolezza, da questa volontà di chiarezza.

Concludendo, queste a me sembrano le questioni che meritano una discussione. Ho usato una forma volutamente sintetica ed aperta, con molti interrogativi ed alcune convinzioni.
La situazione è grave ed i tempi stringono. Augurarsi un confronto è doveroso, cominciare a lavorare ad un progetto unitario e plurale anche.

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Un pensiero su “UN GIUDIZIO DI «ALTERNATIVA»”

  1. simone dice:

    ECCELLENTE! E' PROPRIO CIO' CHE HO BISOGNO DI SENTIRE AFFERMARE. CONCORDO SU TUTTO.

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