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LA TEORIA MARXISTA SPIEGA QUESTA CRISI?

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[ 18 giugno 2010 ]

METAMORFOSI
Capitale industriale, capitale finanziario e decadenza dell’occidente
Anche in risposta a Massimo Fini
di Moreno Pasquinelli

Nel grafico la curva storica della crescita economia mondiale 1960-2008 – Fonte: www.roubini.com, su dati FMI

Sottoponiamo ai lettori questo importante saggio del Pasquinelli che mentre mette a verifica, alla luce dell’attuale crisi, le categorie marxiste, insiste che i corni del dilemma non sono la “ripresa” o il “crollo” del capitalismo occidentale, quanto la decadenza e/o il redde rationem  bellico.

Con la consueta efficacia evocativa così Massimo Fini immagina cosa ci sarà in fondo alla grande crisi che attraversa il capitalismo occidentale: «.. un bagno di sangue, quando, crollato questo modello di sviluppo paranoico, la gente delle città, accorgendosi che non può mangiare il cemento e bere il petrolio, si dirigerà verso le campagne dove verrà respinta a colpi di forcone da chi, avendo compreso le cose per tempo, sarà tornato, come ai vecchi tempi, all’economia di sussistenza (autoproduzione e autoconsumo) in cui il valore di una mucca, a differenza di quello del denaro o del petrolio, resta sempre tale, perché una mucca bruca, trasforma l’erba in latte, caga come dio comanda e concima, in un ciclo biologico perfetto, e, al limite, se ne può sempre fare bistecche. In quanto a Tremonti e a tutti i Tremonti della Terra per loro è pronto, se saranno ancora vivi, l’albero cui saranno pregati di appendersi».  
(Le balle che preludono al caos, Il Fatto quotidiano del 1 giugno).
«Denaro sterco del demonio»

Questa appassionata perorazione (decrescitista e antimercatista) per il ritorno all’economia di sussistenza, i marxisti di una volta l’avrebbero bollata come “anticapitalismo reazionario”. In effetti Marx, nel suo Manifesto, dedicò all’anticapitalismo aristocratico un passaggio caustico e e senza appello. Esso faceva da pendant all’apologia della borghesia industrialista e mercantilista come classe rivoluzionaria, dissolutrice dei vecchi e mummificati rapporti sociali feudali, della stagnante economia rurale fondata sull’autoconsumo sempre uguale a se stessa. “Missione storica” del proletariato sarebbe appunto stata, secondo Marx, quella di raccogliere il testimone della “progressista” borghesia, dal momento che quest’ultima era condannata a diventare un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive sociali che pur aveva scatenato.

Non è quindi difficile indovinare cosa Fini pensi di Marx, egli lo riterrà, in quanto fervente partigiano dell’idea economicistica di “progresso”, l’ultimo, seppur inconsapevole, grande pensatore borghese, e il socialismo da lui immaginato un colossale e fraudolento “capitalismo di stato”.

L’articolo in questione non parla tuttavia di Marx, bensì di Tremonti.
Prendendo spunto dalla intervista concessa a Cazzullo, Fini attacca la tesi di Tremonti per cui una “cattiva globalizzazione” avrebbe portato al sopravvento dell’economia di carta su quella reale. Ecco il passaggio tremontiano: «… Per la prima volta nella storia [abbiamo a che fare col] sopravvento dell’economia di carta sull’economia reale. Un tempo, l’ economia era economia reale – la fabbrica, la manifattura, il lavoro; alla base, le famiglie e le persone – e l’economia di carta, quella delle vecchie banche e della vecchia finanza, era solo strumentale, era al servizio dell’ economia reale. Questo rapporto è stato più o meno fisso nei due secoli del capitalismo. Tra la fine del Novecento e il principio di questo secolo il rapporto si è invece improvvisamente rotto, e l’ economia di carta si è affrancata dal vincolo della realtà, si è progressivamente autoalimentata, è salita in verticale sull’ asse della ricchezza. Una volta, per una transazione reale – la compravendita di una balla di cotone, di un barile di petrolio, di un titolo pubblico – c’ erano una e poi al massimo due o tre transazioni finanziarie collegate e comunque strumentali rispetto alla transazione reale sottostante. Adesso non è più così».
(Corriere della Sera del 31 maggio)

Massimo Fini, fedele alla weltanschauung passatista esposta nel suo “Denaro, sterco del demonio”, contesta radicalmente l’affermazione di Tremonti: «la distinzione fra capitalismo finanziario e capitalismo industriale (l’“economia reale”) è un inganno». Fini non solo non riconosce alcuna differenza tra capitalismo industriale e speculazione finanziaria, non solo nega sia avvenuta una metamorfosi dentro il capitalismo occidentale per cui la sfera speculativo-finanziaria ha preso il sopravvento su quella industriale; egli giunge in buona sostanza a ritenere che ogni società fondata sul denaro sia per sua natura predatoria e usuraia.

Questa volta Massimo Fini ha torto mentre Tremonti ha (quasi) ragione nel sostenere che “l’ economia di carta si è affrancata dal vincolo della realtà, si è progressivamente autoalimentata, è salita in verticale sull’ asse della ricchezza”. Diciamo quasi perché Tremonti, oramai prigioniero della grottesca parte in commedia che da tempo va recitando —quella di uno che mentre occupa la poltrona di ministro dell’economia e avanza un piano d’austerità a solo beneficio del capitalismo predatorio di banchieri e finanzieri, si atteggia a censore dei vizi del capitalismo presente— fabbrica il mito delle passate e fantomatiche virtù del capitalismo, descrivendo i suoi amici di Confindustria come se fossero agnelli, mentre anch’essi fanno parte del branco dei lupi.

Chi più di tutti, studiando il sistema capitalistico, sottolineava la differenza tra capitalismo industriale e speculazione finanziaria, fu proprio Marx, le cui analisi e categorie sono ancora oggi indispensabili per capire il capitalismo e le cause delle sue crisi.

Cosa contraddistingue il capitalismo?

E’ vero che il mercato, il denaro, la speculazione e l’usura sono nati prima del capitalismo, che anzi quest’ultimo si è potuto affermare grazie ad essi, ma questo non vuol dire che i diversi sistemi sociali (schiavista, asiatico, feudale, capitalistico) si equivalgano. Col sopravvento del capitalismo, certo, queste forme restano, ma mutano di segno e natura, e mutano la relazione fra loro. Il capitalismo le sussume in un nuovo modo di produzione, le subordina a nuovi rapporti di produzione, le aggancia a nuove forze produttive. (1)

Cos’è ciò che in prima battuta distingue il capitalismo dai modi di produzione che l’hanno preceduto e dai sistemi sociali ad essi corrispondenti? Che in tutti i sistemi precedenti, principalmente agrari, era destinato agli scambi, al mercato, solo il surplus, l’eccedenza creata dal processo lavorativo, essendo essi principalmente basati su un’economia di sussistenza e dunque volti all’autoproduzione e all’autoconsumo. In seconda battuta che il guadagno o profitto ottenuto dalla vendita di questa eccedenza era sì appropriata dalle classi dominanti, ma giusto per il loro consumo improduttivo.

« Quali che siano le forme sociali della produzione, lavoratori e mezzi di produzione restano sempre suoi fattori ma gli uni e gli altri sono tali soltanto in potenza nel loro stato di reciproca separazione. Perché in generale si possa produrre essi si debbono unire. Il modo particolare nel quale viene realizzata questa unione distingue le varie epoche economiche della struttura della società».
(K. Marx, Il capitale II)

Repetita juvant: l’economia monetaria è comune ad ogni produzione di merci e il prodotto prende la forma di merce nei più diversi organismi sociali di produzione.
La grande svolta che si ha con l’avvento del modo capitalistico di produzione è che esso trasforma in merce non solo l’eccedenza (surplus) ma il lavoro stesso nonché tutto ciò che risulta dal processo lavorativo, che si produce quindi non più per l’autoconsumo quanto per il mercato. In secondo luogo, la classe che detiene i mezzi di produzione e pone questi in movimento grazie all’acquisto della merce forza-lavoro, contrariamente alle vecchie classi dominanti, non consuma improduttivamente il surplus, ma lo getta nel mercato come capitale che deve nuovamente valorizzarsi.

La presenza di denaro circolante non attesta dunque che siamo in presenza di capitalismo, occorre che esso acquisisca la funzione di capitale, che diventi capitale monetario, e che questo diventi capitale produttivo, destinato cioè a produrre plusvalore su una scala sempre più ampia. Per dirla con Marx: «Ogni volta che viene esercitata la produzione di merci viene contemporaneamente esercitato lo sfruttamento della forza-lavoro; ma soltanto la produzione capitalistica di merci diviene un modo di sfruttamento che fa epoca, il quale nel suo successivo sviluppo storico attraverso l’organizzazione del processo lavorativo e il gigantesco progresso della tecnica, sovverte l’intera struttura economica della società e si lascia enormemente indietro tutte le epoche precedenti». (K. Marx, Ibidem)

Il capitale industriale come unica fonte di plusvalore

Vero è che fare denaro, non l’utilità dei prodotti, è pur sempre principio e scopo del capitale, ma dal momento che questo denaro passa in un processo produttivo creatore di un plusvalore cristallizzato in merci destinate ad essere vendute, esso subisce una metamorfosi, cambia pelle e funzione. Il capitale monetario non è dunque denaro qualsivoglia, non è solo denaro che si trasforma in  più denaro (ad esempio l’usura o il prestito a interesse); è denaro destinato a diventare capitale produttivo di plusvalore, ad essere investito nel processo lavorativo per sfornare merci su una scala sempre più estesa, che così agendo stimola un incessante sviluppo delle forze produttive sociali, materiali e cosiddette “immateriali”.

Non è che se io presto cento euro e domani ottengo un interesse di dieci euro, allora io ho il capitalismo, e non ho capitalismo per la semplice ragione che io non ho consumato (investito) in maniera produttiva i miei cento euro, ma in maniera improduttiva. Alla fine ho ottenuto una plusvalenza, un profitto, ma non ho creato plusvalore. Anche per il capitalista il fine è certo quello di ottenere l’eccedenza più alta possibile rispetto alla somma iniziale investita, lo distingue la maniera con cui ottiene l’ecedenza, il fatto che tratta quella somma iniziale come capitale, che cioè consuma il denaro non solo come mera moneta ma come capitale monetario, lo spende in maniera produttiva (creativa di plusvalore), lo consuma in mezzi di produzione e forza-lavoro, per riconvertirlo nuovamente in capitale addizionale. Quelli che Marx chiamava “consumo produttivo” e “riproduzione allargata”.

C’è un passaggio decisivo sempre nel secondo volume de Il Capitale, che non solo ci aiuterà a comprendere a pieno il pensiero di Marx (la sua teoria del valore), ma ad entrare nel cuore della questione che stiamo discutendo, se cioè il turbo-capitalismo, ovvero la iper-finanziarizzazione che il capitalismo occidentale ha conosciuto dagli anni ’70 in qua, sia o non sia un passaggio qualitativo rispetto all’epoca precedente.
E’ una citazione lunga ma ne vale senz’altro la pena:
«Il capitale industriale è l’unico modo di essere del capitale in cui funzione del capitale non sia soltanto l’appropriazione di plusvalore, rispettivamente di plusprodotto, ma contemporaneamente la sua creazione. Esso è perciò la condizione del carattere capitalistico della produzione: la sua esistenza implica quella dell’antagonismo di classe fra capitalisti e operai salariati. Nella misura in cui esso si impadronisce della produzione sociale, vengono sovvertite la tecnica e l’organizzazione sociale del processo lavorativo, e con ciò il tipo economico-storico della società. Le altre specie di capitale comparse prima di esso entro condizioni sociali di produzione passate o declinanti non solo vengono ad esso subordinate e mutate nel meccanismo delle loro funzioni in maniera ad esso corrispondente, ma si muovono oramai soltanto sul [nuovo] fondamento.
Capitale monetario e capitale-merce, in quanto con le loro funzioni compaiono accanto al capitale industriale come depositari di branche proprie, sono modi di esistenza oramai soltanto per la divisione del lavoro, resi autonomi e sviluppati in senso unilaterale, differenti forme di funzione che il capitale industriale ora assume, e che ora abbandona entro la sfera della circolazione».  
(K. Marx, Ibidem, sottolineatura e corsivi nostri)

In altre parole: (a) Il capitale industriale (2) non è soltanto la forma fondamentale del modo capitalistico di produzione, ma “l’unico suo modo d’essere” che crei plusvalore, la condizione essenziale senza cui non avremmo capitalismo dispiegato o meglio una struttura sociale a capitalismo dominante; (b) solo dal momento che il capitale industriale si impadronisce della produzione sociale (espropriando i produttori sia dai mezzi per produrre che dal prodotto del lavoro) abbiamo che la legge del valore (creazione di plusvalore grazie allo sfruttamento della forza-lavoro) diventa dominante; (c) per questo il capitalismo industriale è dunque per eccellenza la forma che contiene l’antagonismo di classe fra capitalisti e operai salariati; (d) date queste condizioni merce e denaro diventano capitale-merce e capitale monetario, due forme che il capitale industriale sussume a subordina a sé nell’ambito della circolazione, circuito che il capitale deve compiere per potersi auto-valorizzare.

«Ciò è qualcosa di assai differente dalla produzione e anche dalla produzione di merci, il cui scopo è l’esistenza dei produttori; una sostituzione di merci con merci, condizionata così da produzione di plusvalore, è qualcosa di completamente diverso da quel che è in sé uno scambio di prodotti, mediato solo dal denaro. Così invece viene intesa la cosa da parte degli economisti, a dimostrazione che non è possibile una sovrapproduzione».
(K. Marx, Ibidem)

Le crisi capitalistiche

La qual cosa ci spinge dentro al discorso della crisi, più precisamente delle crisi generale di sovrapproduzione, che mentre l’economia classica escludeva in linea di principio era invece per Marx la destinazione obbligata del processo capitalistico di valorizzazione.

Vediamo. Il ciclo del capitale produttivo (industriale) si compie a patto che il plusvalore contenuto solo in potenza nella merce si materializzi in atto, e ciò avviene a due condizioni: che le merci create nel processo lavorativo e quindi incapsulanti plusvalore, siano vendute integralmente e al loro valore effettivo (ovvero ad un prezzo che riconsegni non solo il valore anticipato dal capitale ma pure il plusvalore), e che il denaro ricavato dalla vendita delle merci non giaccia ozioso ma sia reimpiegato nell’acquisto di mezzi di produzione e della forza lavoro consumati nel processo produttivo. Se questo flusso si interrompe, se le merci non vengono vendute o vengono vendute al di sotto del loro valore, il ciclo si spezza, abbiamo il corto circuito, si manifesta la crisi (di sovrapproduzione).

Non basta dunque, al capitale produttivo (industriale), produrre merci, per quanto elevata possa essere la quantità di plusvalore in esse potenzialmente contenuto. Queste devono essere vendute, e questo implica che la produzione è un momento (mediano) del ciclo di rotazione del capitale. Allora abbiamo che dev’esserci un’armonia funzionale, una stretta complementarietà (rotazione) tra le tre forme o modalità del capitale monetario, del capitale produttivo e del capitale-merce.
Si noti, en passant, che quest’armonia, per Marx, è l’eccezione non la norma, in quanto queste tre forme o modalità corrispondono, nella gran parte dei casi a tre entità diverse e in competizione fra loro. Ognuna di esse, fermo restando che solo il capitale industriale (produttivo) crea plusvalore, combatte per accapparrarsi pro domo sua la quota più alta di plusvalore. In fase di vacche grasse, di saggi crescenti di plusvalore, i tre ladroni non hanno difficoltà a spartirsi il bottino. Nei momenti di vacche magre, quando il capitale industriale subisce suo malgrado una caduta del saggio di profitto, quando cioè la riproduzione allargata si interrompe, la lotta tra i ladroni diventa senza esclusione di colpi. Ciò che contribuisce ad inceppare il ciclo virtuoso.

Diamo per l’ultima, ma decisiva volta, la parola a Marx:
«Finché il prodotto viene venduto, dal punto di vista del produttore, tutto segue il suo corso regolare. Il ciclo di valore del capitale che egli rappresenta, non viene interrotto. E se questo processo è allargato —ciò che implica allargato consumo produttivo dei mezzi di produzione— questa riproduzione del capitale può essere accompagnata da allargato consumo individuale (domanda) dei lavoratori, poiché esso è introdotto e mediato dal consumo produttivo. Così la produzione di plusvalore e con essa anche il consumo individuale del capitalista può crescere, l’intero processo di produzione trovarsi nelle condizioni più fiorenti, e tuttavia una gran parte delle merci essere entrata solo in apparenza nel consumo, in realtà invece giacere invenduta nelle mani dei rivenditori, e di fatto dunque trovarsi ancora sul mercato. Flusso di merci segue flusso di merci, e finalmente viene alla luce il fatto che il flusso precedente solo in apparenza è stato inghiottito dal consumo.
I capitali-merce si contendono reciprocamente il loro posto sul mercato. Per vendere gli ultimi arrivati vendono al di sotto del loro prezzo. I flussi precedenti non sono stati ancora resi liquidi, mentre scadono i termini di pagamento. I loro possessori devono dichiararsi insolventi, ovvero vendere a qualunque prezzo per pagare».
E a dissipare ogni possibile equivoco sottoconsumistico che fraintenda la sovrapproduzione, ovvero che consideri quest’ultima come determinata non dalla spinta del capitale a fabbricare merci su scala sempre più ampia senza alcun riguardo per i “limiti del mercato” (offerta) ma, appunto, a causa dei “limiti del mercato” (domanda), Marx conclude:
«Questa vendita non ha assolutamente nulla a che fare con lo stato reale della domanda. Essa ha a che fare soltanto con la domanda di pagamento, con l’assoluta necessità di trasformare la merce in denaro. Allora scoppia la crisi. Essa diventa visibile non nell’immediata diminuzione della domanda di consumo, della domanda per il consumo individuale, ma nella diminuzione dello scambio di capitale con capitale, del processo di riproduzione del capitale»
(K. Marx, Ibidem, corsivo nostro)

Con l’inceppamento del ciclo della riproduzione allargata, il capitale non riesce più a valorizzarsi (realizzare il plusvalore), anzi, si svalorizza, abbiamo così disinvestimento e crisi di sovrapproduzione, il crollo del valore del capitale e dei mezzi di produzione, l’espulsione della forza-lavoro e l’aumento dell’esercito industriale di riserva. (3) 

E qui siamo all’oggi, anzi a ieri.

L’iper-finanziarizzazione come concausa della decadenza del capitalismo occidentale

Il capitalismo mondiale ha conosciuto dopo la seconda guerra mondiale, durante quello che è stato definito “periodo d’oro”, ben 16 recessioni, considerando quella in corso, iniziata nel 2008. 
Nel grafico di testa, che tiene conto del periodo 1960-2008, saltano agli occhi le quattro più recenti e grandi recessioni a carattere globale. Come si può vedere, malgrado le riprese ad esse succedute, la curva della crescita economica mondiale è andata scendendo costantemente. In altre parole i cicli di ripresa non hanno riguadagnato ciò che nelle recessioni era andato perduto. È di straordinaria importanza segnalare che la tendenza alla de-crescita è stata costante malgrado tre basilari fattori di contrasto: (a) i forti tassi di crescita prima delle “Tigri asiatiche”, (b) poi della Cina, dell’India, del Brasile e (c) la tanto decantata “revolution technology” degli anni ‘90.  

Siamo in presenza di una curva tendenziale, causata anzitutto dall’effetto di trascinamento del declino del capitale dell’Occidente, una curva che esprime un processo storico epocale, quello della decadenza del capitalismo (imperialista) occidentale, che è stato per quattro secoli il motore del capitalismo mondiale.

Volendo spiegare le cause che soggiacciono a questa decadenza e alle sue recessioni intermittenti bisogna distinguere quelle che  stanno a monte e quelle che stanno a valle. L’impianto categoriale marxista è fondamentale per capire quelle che stanno a monte, un po’ meno quelle che stanno a valle, poiché attengono appunto al turbo-capitalismo venuto avanti negli multimi quaranta anni.
Marx ci aiuta a comprendere la crisi come crisi di sovrapproduzione, ovvero le difficoltà del capitale a realizzare un adeguato saggio di profitto. Sovrapproduzione e caduta del saggio di profitto determinano le recessioni e sono la causa a monte della tendenza al declino (sulla legge della caduta tendenziale abbiamo espresso i nostri giudizi critici nel primo convegno del Campo Antimperialista sulla crisi del giugno 2009 (La teoria marxista e l collasso dell’economia capitalistica).

Marx, a ragione, segnalava che esse sarebbero state sempre più frequenti e gravi, e se non sono state ancor più devastanti è stato solo grazie al ruolo di supplenza dello Stato (Keynesismo), alla rapina imperialistica ai danni dei paesi della periferia o sottosviluppati (imperialismo), al ruolo collaborativo del lavoro salariato (opportunismo), e all’aumento della produttività del lavoro (accrescimento del plusvalore relativo) e grazie ad accorgimenti quali il Just in time, il toyotismo, il World Class Manufactoring, la robotica, ecc.,
Tuttavia, per tornare al tema e all’oggi, questa difficoltà del capitale produttivo (industriale) occidentale a creare plusvalore crescente (accumulazione e riproduzione allargata), ha causato i due fenomeni di dimensioni colossali che contraddistinguono la cosiddetta “globalizzazione”: (a) la fuga del capitale dalla sfera della produzione materiale, dal consumo produttivo, per dirigersi verso la speculazione finanziaria e l’economia improduttiva e (b) l’esodo  dei capitali nei luoghi a più alta creazione di plusvalore (leggi tasso di sfruttamento e bassi costi della forza-lavoro), ovvero dall’Occidente verso Oriente il  tutto a conferma della teoria del valore di Marx, che solo il lavoro vivo crea plusvalore).
Marx, per quanto nel Terzo volume si fosse soffermato sulla funzione decisiva del credito, delle borse e delle banche, sul capitale produttivo d’interesse e sulla rendita, era ben lungi dall’immaginare il fenomeno della iper-finanziarizzazione, il sopravvento del capitale speculativo su quello industriale, che si sarebbe insomma capovolto il rango tra i due, che il capitale improduttivo avrebbe soggiogato quello produttivo, succhiandogli come una sanguisuga gran parte del suo plusvalore, che la borghesia sarebbe diventata in larga parte una classe rentier e parassitaria. Marx lo aveva forse sospettato (quando affermava che la borghesia avrebbe cessato di svolgere un funzione sviluppista) ma riteneva che il proletariato avrebbe prima preso in mano le redini della storia. Così non è stato. Lenin invece, nel suo “Imperialismo. Stadio supremo del capitalismo“, si era avvicinato, e di molto, ad intuire come sarebbero andate le cose.
Per tornare a noi. Come già la crisi del 1929 aveva mostrato, esiste una stretta correlazione tra la sfera finanziario-speculativa e quella produttivo-industriale. Questa correlazione si spiega facilmente perché non c’è tra capitale industriale, capitale monetario, capitale produttivo d’interesse, rendita e credito, alcuna muraglia cinese. Abbiamo piuttosto un sistema di vasi comunicanti, visto che qui siamo in presenza di sfere e settori di quello che Marx definiva unico capitale complessivo sociale. Solo dei somari, e ce ne sono in circolazione, possono ancora pensare che i trilioni di dollari che ogni giorno si muovono nelle borse e più ancora Over the counter (fuori dai circuiti ufficiali borsistici e quindi senza alcuna regola), che le enormi masse di denaro che viaggiano in tempo reale sulle reti telematiche pilotate da algoritmi, le spaventose quantità di debito e di moneta circolante; solo dei somari, dicevamo, possono ritenere che siano tutta una roba “sovrastrutturale” e virtuale rispetto alla struttura e alla “economia reale”, che i crack e le “bolle” finanziarie  siano addirittura salutari al capitalismo (destructive creation).
Tutte le ultime grandi recessioni sono state invece scatenate da crack relativi alle sfere della finanza, delle monete e del debito. Quella degli inizi degli anni ’70, quella degli inizi degli anni ’80, a maggior ragione quella degli inizi degli  anni ’90 (collasso dei junks bond e esplosione del debito pubblico giapponese). Quella del 1999-2002 (crollo finanziario delle tigri e poi la bolla delle Dot Com). Infine l’ultima, esplosa con lo scopio della “bolla” dei muti sub-prime che ha portato al fallimento delle più grandi banche statunitensi come la Lehman Brothers.
Il tutto a conferma di quanto da noi affermato al recente Seminario di Vienna del Campo Antimperialista Capitalismo o Socialismo”:
«Il processo di finanziarizzazione consiste essenzialmente nel fatto che il capitale, giunto al suo massimo punto di espansione nel periodo keynesiano, con l’ausilio determinante del potere politico imperiale nordamericano da Nixon in poi, per diverse cause (tra cui l’avanzata delle lotte operaie e dei popoli oppressi, la concorrenza forsennata tra monopoli, il declino dei tassi di plusvalore) è stato spinto ad orientarsi verso la speculazione (denaro che riconsegna più denaro) senza passare per un ciclo produttivo di plusvalore che implica investimenti produttivi, accumulazione di capitale e quindi sviluppo delle forze produttive materiali. In termini marxiani, inceppatasi la “riproduzione allargata”, il capitale, che per sua natura cerca anzitutto profitto, ha finito per scegliere le modalità speculativo-finanziarie per ottenerlo. Abbiamo che in  Occidente il capitale monetario fa fatica a convertirsi in capitale produttivo, che l’eccedenza ottenuta nel processo di produzione, invece di essere riconvertita in plusvalore, preferisce ottenere plusvalenza monetaria nei mercati finanziari, del debito e delle valute. Siccome capitale produttivo è solo quel capitale che crea sì profitto ma solo in quanto crea plusvalore su scala sempre più ampia, abbiamo che il capitale è diventato appunto anzitutto speculativo e improduttivo. I settori produttivi che resistono sono quelli in cui il ciclo di valorizzazione è sempre più breve (a danno di investimenti che hanno periodi lunghi di remunerazione) e quelli rivolti al mercato dei beni di consumo (che infatti hanno generalmente tempi brevi).
Ciò ha indotto profonde trasformazioni sia per quanto attiene alla composizione delle due classi fondamentali e alle loro relazioni reciproche, che  alla composizione della società tutta. Alla crescita abnorme del capitale improduttivo (e dei settori rentier della borghesia) ha corrisposto necessariamente l’aumento del lavoro improduttivo. Ha infine causato la definitiva sussunzione dello Stato e della sfera del politico, nella forma della loro privatizzazione da parte degli organismi e dei consorzi speculativi transnazionali (sotto le mentite e ingannevoli spoglie dell’osservanza delle “regole del mercato”, nel frattempo brutalmente manipolate dai pescecani della speculazione).
Un simile modello sistemico è per sua natura parassitario, instabile e destinato a passare, nel contesto della fine della crescita e dell’opulenza, da un crack all’altro, senza la possibilità (salvo un redde rationem bellico) di potere invertire il corso decadente, producendo nuove e inedite tensioni sociali all’interno stesso delle roccaforti imperialistiche, e dunque il ritorno al centro della scena della necessità di una rottura rivoluzionaria e della fuoriuscita dal capitalismo».

NOTE

(1)    «Il capitale è costituito dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte determinata della società, dai prodotti e dalle condizioni di attività della forza-lavoro, resi autonomi nei confronti della forza-lavoro vivente, che vengono mediante questa contrapposizione personificati nel Capitale. Questo è costituito non soltanto dai prodotti dei lavoratori trasformati in potenze autonome, dai prodotti come dominatori e compratori dei loro produttori, ma anche dalla forze sociali (…) che si contrappongono ad essi come qualità del loro prodotto» (K. Marx, Il capitale, III)
(2)    Per capitale industriale Marx non intende solo quello delle fabbriche, ma pure quello impiegato in agricoltura, in genere tutto il capitale produttivo, ovvero quello che crea plusvalore, che fa incontrare mezzi di produzione e forza-lavoro salariata.
(3)    «E una tautologia dire che le crisi provengono dalla mancanza di un consumo in grado di pagare o di consumatori in grado di pagare. Il sistema capitalistico non conosce altre specie di consumo all’infuori del consumo pagante, eccettuate quelle sub forma pauperis o quelle del “mariuolo”. Il fatto che le merci siano invendibili non significa altro se non che non si sono trovati compratori in grado di pagare, cioè consumatori (sia che le merci in ultima istanza vengano comprate per consumo produttivo [si intendono qui i mezzi di produzione e i salari, Nda] oppure individuale». (K. Marx, Il Capitale, II)



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4 pensieri su “LA TEORIA MARXISTA SPIEGA QUESTA CRISI?”

  1. Anonimo dice:

    Perfettamente daccordo. Vorrei sottolineare il fatto che la rendita finanziaria è una rendita reale, nel senso che produce reddito. Se il grande capitale ottiene reddito dall'investimento finanziario qualcun'altro subisce una perdita. La perdita è sempre appannaggio dei piccoli investitori (ceto medio), dell'azionariato diffuso (azionariato popolare), dei fondi pensione (lavoratori), delle banche che vengono rifinanziate dai governi (collettività). La sperequazione continua con la finanza depredando tutti gli strati sociali. Quando il capitale raggiunge punte estreme di concentrazione perchè non più mitigato dalle forze sociali, la mancata redistribuione del reddito deprime il ciclo produttivo non solo per sovraproduzione ma anche per sottoconsumo. Ecco che il capitale trova la strada della finanza per produrre ulteriore reddito accellerando ulteriormente la sperequazione sociale ed aggravando le ragioni stesse della crisi.

  2. redazione dice:

    Leggiamo solo ora questo arguto commento. E concordiamo a nostra volta.

  3. Anonimo dice:

    Moreno Pasquinelli;"Marx, per quanto nel Terzo volume si fosse soffermato sulla funzione decisiva del credito, delle borse e delle banche, sul capitale produttivo d’interesse e sulla rendita, era ben lungi dall’immaginare il fenomeno della iper-finanziarizzazione, il sopravvento del capitale speculativo su quello industriale, che si sarebbe insomma capovolto il rango tra i due, che il capitale improduttivo avrebbe soggiogato quello produttivo, succhiandogli come una sanguisuga gran parte del suo plusvalore, che la borghesia sarebbe diventata in larga parte una classe rentier e parassitaria. Marx lo aveva forse sospettato (quando affermava che la borghesia avrebbe cessato di svolgere un funzione sviluppista) ma riteneva che il proletariato avrebbe prima preso in mano le redini della storia. Così non è stato. Lenin invece, nel suo "Imperialismo. Stadio supremo del capitalismo", si era avvicinato, e di molto, ad intuire come sarebbero andate le cose."————————————————————- Scusatemi, ma questo scritto è di Karl Marx?A me sembra che se l'immaginava eccome, o capisco male?Preso da questo scritto; "Pauperismo e libero scambio – La crisi commerciale incombente"di Karl Marx (1852).Questa eccedenza delle esportazioni sulle importazioni spiega perché il cambio è favorevole all'Inghilterra. D'altra parte, poiché l'eccedenza di esportazioni è pagata in oro, una larga parte del capitale britannico resta inutilizzata e va ad accrescere le riserve nelle banche. Le banche, come anche i privati, danno la caccia a qualsiasi mezzo di investimento di questo capitale inutilizzato. Di qui la grande disponibilità di capitale finanziario e il basso tasso di interesse. Il tasso di sconto per il cambio di prima classe va da 1, 3/4 al due per cento. Ora, se si consulta qualsiasi storia del commercio, per esempio la «History of Prices» di Tooke, si nota che la coincidenza di questi sintomi – accumulazione eccezionale di riserve auree nelle casse della Banca d'Inghilterra, eccedenza delle esportazioni sulle importazioni, tasso di cambio favorevole, abbondanza di capitale disponibile e basso tasso d'interesse – inaugura regolarmente nel ciclo commerciale la fase in cui la prosperità si trasforma in parossismo, la fase in cui immancabilmente da una parte si ha una massa eccessiva di capitali destinata all'importazione e dall'altra parte folli speculazioni su ogni sorta di seducenti bolle di sapone. Ma questo stadio parossistico non è altro che il prodromo della catastrofe. Il parossismo rappresenta l'acme della prosperità; non produce la crisi ma ne provoca lo scoppio. So molto bene che gli stregoni ufficiali dell'economia inglese considereranno questa opinione come eccessivamente eterodossa. Ma, quando mai, sin dai tempi di «Prosperity Robinson» *, di quel famoso cancelliere dello scacchiere che nel 1825, alla vigilia dell'esplosione della crisi, inaugurò il parlamento profetizzando un'era di immensa e incrollabile prosperità, quando mai questi ottimisti borghesi hanno previsto o preconizzato una crisi? Non c'è stato periodo di prosperità in cui essi non abbiano approfittato dell'occasione per dimostrare che questa volta la medaglia non aveva rovescio, che questa volta il fato era vinto. E il giorno in cui la crisi scoppiava, si atteggiavano a innocenti e si sfogavano contro il mondo commerciale ed industriale con banalità moralistiche, accusandolo di mancanza di previdenza e di prudenza. La particolare situazione politica creata da questa passeggera prosperità commerciale e industriale formerà l'argomento della mia prossima corrispondenza. Karl Marx

  4. Anonimo dice:

    Anonimo DemetrioMi sembra che non si tengano in conto i confliti bellici. E' vero che essi mandano su di giri varie industrie che ovviamente si alimentano con i capitali di stato perché nessuno del popolo compra bombe; tutt'al più le bombe si fanno comprare a fazioni aliene messe artificiosamente in lotta fra loro. Non credo però che ci sia un pareggio fra spese miltari ed export e ciò significa che la conduzione quarantennale della Guerra Fredda fu pagata dai popoli coinvolti. La guerra é un evento tremendamente dilapidatore di ricchezze e le spese militari dissanguano i governi e, soprattutto, le classi inferiori.

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