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contro il mito del «lavoro cognitivo e immateriale»

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[ 17 luglio 2010 ]

Sul feticismo della scienza
e il cosiddetto general intellect

di Enzo Modugno
«Con l’«organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» infatti il sapere è diventato un algoritmo, si è reificato, si è autonomizzato, si è separato dall’«uomo che pensa», gli si è contrapposto come «ratio estraniata», come mezzo di produzione e prodotto di un nuovo capitale che lo ha ridotto a lavoro mentale salariato.»

«La crisi economica ha riportato al centro della scena Karl Marx. Tanto che in alcuni recenti volumi la sua analisi è usata per capire il perché la privatizzazione del sapere e il cambiamento delle università in agenzie di formazione dei lavoratori della conoscenza siano una necessità del capitalismo mondiale.

Uno stile di discussione «a un tempo spietato e di reciproca stima» caratterizza dal 1991 gli incontri annuali degli economisti e dei filosofi dell’International Symposium on Marxian Theory. Una decina dei loro interventi sono ora pubblicati dalla Città del Sole (Marx in questione, a cura di Riccardo Bellofiore e Roberto Fineschi). Sono molti gli aspetti del capitalismo che l’opera di Marx, un secolo e mezzo dopo, riesce ad interpretare con insuperato rigore: perfino la grande stampa, a proposito della crisi, ha dovuto riconoscerlo. E questo volume ne è un’ulteriore conferma. La logica capitalistica della «produzione snella» per esempio, era già analizzata nel secondo volume del Capitale, come ha mostrato nel suo intervento Tony Smith. E l’inseparabilità della teoria marxiana del valore dal suo versante monetario, esposta da Riccardo Bellofiore, può interpretare i più intimi meccanismi dell’attuale modo di produzione. Questo volume insomma mostra quanto la teoria marxiana sia rilevante anche per l’analisi delle più recenti trasformazioni del modo di produrre.

Il feticismo della scienza

Nel libro infatti si affronta anche la questione dei «lavoratori della conoscenza», decisiva per la comprensione di queste trasformazioni. Tony Smith ne espone due versioni. Da un lato l’interpretazione mainstream: molti teorici dell’impresa e molti scienziati sociali – si cita Womack e Tapscott-Caston – sostengono che il potenziamento delle capacità (empowerment) della forza-lavoro e la creazione di «lavoratori della conoscenza» pluriqualificati, trascendano le caratteristiche alienanti delle precedenti attività lavorative. Dall’altro lato invece lo stesso Tony Smith sostiene che anche i «lavoratori della conoscenza» possano essere considerati nei termini del primo volume del Capitale: ritiene cioè che la coercizione strutturale, lo sfruttamento e la sussunzione reale del lavoro sotto la forza aliena del capitale continuino a caratterizzare le relazioni tra capitale e lavoro. 
Qui di seguito si vorrebbe sostenere e argomentare questo secondo punto di vista, anche a proposito di due interventi di Franco Berardi Bifo e di Marcello Cini e Sergio Bellucci apparsi di recente su questo giornale (il manifesto 27 marzo e 18 aprile).

Per fondare materialisticamente un’analisi della produzione oggi è essenziale la critica del pensiero reificato e matematizzato condotta dalla filosofia del Novecento. La prima critica dell’economia della conoscenza infatti può essere considerata quella di György Lukács che nel 1923, in Storia e coscienza di classe, scrive che «la scienza è un istituto del mondo borghese»: sostiene cioè che la reificazione prodotta dalla scienza coincide con la reificazione prodotta dal capitalismo. In quest’opera, per la prima volta, sono legate insieme due linee di pensiero assai diverse: da un lato la critica dell’intelletto e della scienza, fino ad allora considerata soltanto irrazionalismo spiritualistico; dall’altro l’analisi della reificazione o feticismo condotta da Marx nel Capitale, fino ad allora totalmente ignorata anche dagli interpreti marxisti. Dunque questo libro che avrebbe poi dato l’avvio al «marxismo occidentale» e influenzato lo stesso Martin Heidegger, utilizza per la prima volta l’opera di Marx per l’analisi delle trasformazioni produttive che si stavano preparando. Anche secondo Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, che scrivono nel 1942 prima del primo calcolatore, il pensiero matematizzato si reifica in un processo automatico che si svolge per conto proprio, gareggiando con la macchina che esso stesso produce per farsi finalmente sostituire. Questo pensiero, che si è ora definitivamente cristallizzato in un apparato materiale, ha quindi una lunga storia. Le tecnologie realizzate nella Silicon Valley infatti non vanno considerate come un inizio, à la Manuel Castells, ma come l’ultimo atto, l’entelechia della razionalità occidentale: la cui critica era dunque ben altro che una «reazione idealistica», come affermarono i custodi del sapere scientifico. Perché è diventato oggi praticamente vero che il pensiero messo a punto dalla critica kantiana come dispositivo contro il dogmatismo, invece di elevare alla maggiorità i suoi addetti (come aveva annunciato e come i kantiani del «popolo della rete» ancora si aspettano), si è reificato, matematizzato, «motorizzato» e con l’«organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» li ha condannati alla minorità, li ha costretti al dogmatismo. Perché il lavoratore mentale trova ora un sapere già formato, il suo contenuto è sottratto alla sua esperienza, non può più indagare il modo in cui si forma.

Gli algoritmi del dogmatismo

Il procedimento matematico, che trasforma la cosa in pensiero e il pensiero in cosa, gli si contrappone ormai irrimediabilmente come utensile universale per la fabbricazione di conoscenze, come condizione oggettiva materiale della produzione, come una macchina capitalistica che ha reso obsoleto e inaffidabile il cervello umano. La sua esperienza non può più in nessun modo né guidare né controllare questi algoritmi che trascendono il suo mondo sensibile, che vengono «non si sa da dove, e sul credito di principi di cui non conosce l’origine»: per questo il pensiero reificato condanna il lavoro mentale alla minorità, al dogmatismo che non è più come prima solo un’affezione dello spirito ma è diventato una condizione materiale alla quale non è possibile sottrarsi. (A questo proposito si veda l’intervento di Tonino Perna sulla «dittatura dell’ignoranza», Carta del 4 giugno).

Questa condizione materiale è stata variamente interpretata. C’è una definizione lapidaria del processo storico che ha portato alle trasformazioni del modo di produrre: secondo Heidegger «l’uomo che pensa ha perso il centro». In realtà ha perso valore d’uso, e quindi valore di scambio, perché il passaggio dal non sapere al sapere non è più un problema critico. Con l’«organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» infatti il sapere è diventato un algoritmo, si è reificato, si è autonomizzato, si è separato dall’«uomo che pensa», gli si è contrapposto come «ratio estraniata», come mezzo di produzione e prodotto di un nuovo capitale che lo ha ridotto a lavoro mentale salariato (sarà questo l’argomento di Das Cyberkapital, una raccolta di saggi in preparazione).

Un cybercapitale dunque che ha fatto delle conoscenze i nuovi valori d’uso, depositari come prima dei valori di scambio, che ne ha fatto la merce più diffusa – dalle informazioni minute alla ratio calcolante – il settore con più investimenti (dal 1992 negli Usa). Un cybercapitale che è passato dalla «macchina per filare senza dita» alla macchina per pensare senza cervello, che dunque possiede la macchina dalla quale ha preso l’avvio la produzione capitalistica di conoscenze, che sono diventate la nuova ricchezza sociale, la nuova comunità che i knowledge workers cercano di far propria e dalla quale invece «vengono ingoiati». Per questo, come sostiene Tony Smith, i «lavoratori della conoscenza» possono essere considerati nei termini del primo volume del Capitale.

Il calcolo cibernetico

Chi vede solo le cose prodotte non si accorge che questo capitale, a parte qualche supercreativo addestrato dalle corporation per produrre «nuove» conoscenze, ha invece prodotto la gran massa dei lavoratori mentali addetti alle macchine informatiche che «ri-producono» infinite volte conoscenze di cui non sanno e non debbono sapere nulla, ne rovinerebbero l’operatività, sarebbero un «fattore di disturbo nel calcolo cibernetico». Per loro è più che sufficiente un diploma al quale il sistema d’istruzione si è già da tempo adeguato con la riduzione di ogni ordine e grado a un’enorme scuola di avviamento al lavoro.
La privatizzazione del sapere non è stato l’esito di un errore dei ministri ma un tentativo di razionalizzazione capitalistica. È infatti antieconomico produrre nelle università statali «nuove» conoscenze che le corporation vendono sul mercato mondiale. Un cybercapitale dunque che oggettiva nelle macchine ogni competenza dei lavoratori mentali, che ne assorbe ogni virtuosità con un processo ininterrotto e con una rapidità senza precedenti, riducendoli alla precarietà, alla delocalizzazione, alla concorrenza mondiale tra lavoratori.

Non sono però di questo avviso da un lato quei marxisti «ortodossi» che considerano la produzione di conoscenze un’attività parassitaria dei paesi imperialisti; d’altro lato quegli autori nei quali sembra riaffiorare l’interpretazione mainstream riferita da Tony Smith, perché pensano che i knowledge workers posseggano qualità e competenze non oggettivabili nelle macchine e non misurabili col tempo di lavoro. Come ad esempio (ma si invoca «reciproca stima») negli interventi di Berardi Bifo e di Cini-Bellucci, ma anche nelle tesi dei teorici della moltitudine e in quanti nel «popolo della rete» considerano il cervello umano, cioè la facoltà di pensare e di parlare, come la vera macchina che produce conoscenze, segni. Questo significa che considerano «l’organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» come uno strumento a disposizione di intellettuali ancora autonomi proprietari del proprio lavoro, cioè come un mezzo di libera condivisione di informazioni, come uno spazio di cooperazione produttiva extraeconomica, insomma come possibilità di liberazione. Dunque non come una macchina che dequalifica i suoi addetti, ma come uno strumento che ne richiede la virtuosità. Quindi ritengono che il capitale, rimasto senza macchine, perciò senza più alcuna funzione nella produzione, senza più legge del valore per regolare il mercato del lavoro, sia ridotto a puro dominio, un parassita che sopravvive con la sopraffazione e la violenza.

La proprietà dell’intelletto

La situazione però potrebbe essere anche peggiore se «l’organizzazione cibernetico-tecnica della scienza» non fosse lo strumento di liberazione da contrapporre al capitale dimezzato descritto da Bifo e Cini, ma al contrario fosse, come qui si sostiene, un mezzo di produzione irrecuperabile, saldamente in mano a una nuova forma di capitale. Ha scritto Dan Schiller – Capitalismo digitale (Egea), How to Think About Information (University of Illinois Press) -, documentando la lunga alleanza tra governi e corporation, che Internet è stato fin dall’inizio il mezzo principale a disposizione del capitalismo per far penetrare dappertutto la legge del mercato. I mezzi di comunicazione, scriveva Marx nel 1848, se facilitano l’unione dei lavoratori, sono però creati dai capitalisti per i loro scopi, riducono le differenze del lavoro e deprimono il salario quasi ovunque a uno stesso basso livello.

Questo sapere estraneo, altro, reificato, è diventato proprietà altrui, la proprietà del capitalista, il suo mezzo di produzione. Non sarà facile espropriarlo: messo a punto per estorcere plusvalore, questo sapere non è più riappropriabile con la riforma Gentile, come invece ancora vorrebbe qualche marxista «ortodosso», e nemmeno con Internet, come ha sperato il «popolo della rete» (sulla «retorica» del Web 2.0, «un impasto di determinismo tecnologico e libertarismo velleitario», il rinvio è a Cybersoviet di Carlo Formenti, Raffaello Cortina Editore, e al testo di Jaron Lanier You are not a gadget, Random House).

Questo sapere insomma è «un istituto del mondo borghese» e riprodurrebbe, come è già successo, «coazione e gerarchia». Proprio questo però potrebbe essere un indizio per il superamento dell’attuale forma dei rapporti di produzione, un’indicazione per il «che fare».

Fonte: il Manifesto del 15 luglio 2010

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Un pensiero su “contro il mito del «lavoro cognitivo e immateriale»”

  1. Anonimo dice:

    In questa stucchevole e ripetitiva serie di gratuite e pregiudiziali sparate irrazionalistiche non credo si dimostri in alcun modo ciò che infatti è indimostrabile: l’ esistenza di un qualche nesso fra la (reale, effettiva) sussunzione del lavoro (prevalentemente) intellettuale di massa -divenuto sostanzialmente, nel suo insieme, lavoro salariato- al capitale e la pretesa (e inesistente, irreale: puramente e semplicemente falso essendo l’ affermarla) irrimediabile caduta nel dogmatismo (che ne è la pura e semplice negazione irrazionalistica!) del pensiero razionale in generale e matematico in particolare (e scientifico un po' meno in generale, un po' meno in particolare).Il razionalionalismo (innanzitutto) e (secondariamente) i suoi strumenti diretti come la matematica e indiretti come la cibernetica e l’ elaborazione artificiale, meccanica o elettronica che sia (che altro non sono: mere passive protesi del cervello umano del tutto inani e inefficaci, improduttive se non impiegate coscientemente e criticamente dal pensiero umano razionale: nello stesso, identico modo in cui telescopio e microscopio non sono che mere passive protesi dell’ occhio umano!) restano oggettivamente strumenti di conoscenza oggettiva assolutamente inavvicinabili quanto ad efficacia ed affidabilità da qualunque altro preteso procedimento irrazionalistico o non-razionalistico. Strumenti di conoscenza oggettiva indispensabili tanto al dominio capitalistico (accanto a molteplici strumenti IRRAZIONALISTICI di falsificazione più o meno consapevole, deliberata, in malafede), quanto -e anzi a maggior ragione- alla lotta per il suo superamento. Il quale solo -SE accadrà- potrà portare a pieno compimento un autentico, integrale razionalismo a livello di produzione-consumo sociale e affrancare completamente l’ umanità da pesanti elementi di irrazionalismo che la società divisa in classi antagonistiche, anche nella sua versione più avanzata (e relativamente meno irrazionalistica), quella capitalistica, oggettivamente non può superare, con conseguenti rischi tendenzialmente ingravescenti e sempre più micidiali per la sopravvivenza del genere umano stesso.Per questo ha certamente ragione Lukàcs a sostenere che «la scienza è un istituto del mondo borghese»; ma é un istituto in grado (anche) di attingere (sia pur limitatamente, mai compiutamente in un processo di avanzamento non lineare ma comunque tendenzialmente illimitato in tempi lunghi) alla conoscenza oggettiva (alla verità), con una efficacia ed affidabilità assolutamente non paragonabili a quelle di qualsiasi altra forma di pensiero non critico-razionale-verificato empiricamente.Il razionalismo non è certo onnipotente, né da solo può bastare all’ uomo (e questa colossale cazzata nessun razionalista autentico e conseguente l’ ha mai sostenuta; solo certi irrazionalisti pretendono di attribuirla a torto e falsamente ai razionalisti onde deformarne caricaturalmente le tesi e cercare così di attaccarle, non potendole in alcun modo superare nella loro autenticità). Ma certo è indispennsabile, necessario per poter tentare con qualche possibilità di successo di superare l’ odierna (irrazionalistissimo, oltre che iniquissimo) organizzazione sociale che oggettivamente tende inesorabilmente all’ umanicidio.Giulio Bonali

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