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Il pensiero danzante di Lord Keynes

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[ 28 luglio 2010 ]


di Toni Negri
Serio e denso questo intervento di Toni Negri, che volentieri pubblichiamo, pur segnalando di non condividere la sua tesi del “comunismo del capitale”, ovvero sul “capitalismo cognitivo” e il “lavoro immateriale”: Concetti sui quali ci ripromettiamo di tornare.
«Salvare il capitalismo riconoscendo il potere degli operai. Questo l’obiettivo dell’economista inglese. Ma il conflitto di classe ha mandato in frantumi quel fragile equilibrio

Keynes fu un galantuomo. Significa: un borghese onesto, non un borghesuccio alla Proudhon, non un ideologo, ma piuttosto un «uomo di mano», come sapevano esserlo gli economisti classici, quando l’economia politica nasceva ancora dall’ordinare politicamente il mercato e la società. Per Keynes il sapere funziona fattualmente, il che vuol dire – nella cultura del pragmatismo – che un dispositivo teleologico (nella fattispecie la sicurezza della riproduzione del sistema capitalistico) va introdotto nell’analisi delle sequenze dei fenomeni e nel loro assemblaggio – così, organizzando l’ordine dei fatti, si può costituire, con prudenza ed efficacia, l’ordine della ragione.
La scienza economica, ai tempi di Keynes, non era ancora divenuta quell’orrida macchinetta matematizzata, che oggi è disponibile a tutte le varianti dell’avventurismo finanziario e a tutte le derivazioni della rendita. Una volta messa – questa matematica – nelle mani dell’individualismo imbroglione, abbiamo visto che effetti abbia prodotto. Questo non significa tuttavia che la matematica non abbia nulla a che fare con l’economia o con altre discipline. Al contrario, essa può essere utile e produttiva nell’economia politica, ma su tutt’altro terreno: quello, ad esempio, sul quale il neo-keynesismo nascerà, dall’incontro fra i programmatori socialisti della pianificazione sovietica (o quelli liberal del New Deal) ed i teorici matematizzanti della razionalizzazione del mercato, inventata da Walras. Al suo tempo, tuttavia, in Keynes il rapporto fra ragione e realtà è ancora del tutto politico: il capitale vuole ancora chiarezza per se stesso. Keynes si presenta sul terreno della scienza economica (e sul terreno politico della critica dell’economia politica ) alla fine della prima guerra mondiale.

Fa parte della rappresentanza inglese alla conferenza di Versailles. È sbalordito dalla stupidità dei politici che, dopo la sconfitta, vogliono schiacciare la Germania impoverendola ulteriormente. «Oso predire che la vendetta non tarderà». È Keynes che già nel 1919, di fronte alla follia di quelle élite che cercano, costruendo l’assetto post-bellico di applicare i metodi dell’imperialismo classico (e nello stesso tempo tremano davanti al potente richiamo dell’Ottobre rosso) all’interno stesso dell’Europa, mette in guardia contro «quella guerra civile finale tra le forze della reazione e le disperate convulsioni della rivoluzione, di fronte alla quale gli orrori della recente guerra tedesca sembreranno un nonnulla, e che distruggerà, qualunque sia il vincitore, la civiltà e il progresso della nostra nazione». Il fatto è che Keynes aveva capito già allora che la rivoluzione russa aveva cambiato completamente l’economia politica del capitalismo, che la rottura del mercato era definitiva, che l’«uno si è diviso in due» (come dirà più tardi un leader comunista). E cioè che bisognava riconoscere che lo sviluppo capitalistico era esso stesso percorso e prefigurato dalla lotta di classe e dai suoi movimenti. È qui che vediamo Keynes esprimere una prima definitiva consapevolezza: «si dice che Lenin abbia dichiarato che il miglior modo di distruggere il sistema capitalistico sia quello di rovinarne la moneta. Lenin aveva certamente ragione. Non vi è mezzo più sottile e più sicuro di scalzare le basi della società esistente». Ed ecco allora Keynes occuparsi scientificamente di questo problema politico: come usare la moneta, la finanza, per battere il comunismo. Sulla traccia keynesiana, il problema centrale dell’economia politica, resterà questo, sempre, nel secolo ventesimo.
Keynes credeva nella virtù della finanza (ebbe anche un rapporto equivoco con la Borsa, che durò finché non gli capitò di prendere una botta sui denti. È quello che sovente succede in Borsa anche ai più abili… non credo, come sembra credere invece il suo biografo Harrod, che Keynes avesse la speculazione borsista nel suo cuore!). La virtù della finanza, dunque. La finanza costituisce il cuore pulsante del capitalismo: questo è il realistico punto di vista di Keynes. Egli così rovescia da principio le vecchie concezioni moralistiche che, dal medioevo a Hilferding, hanno squalificato l’egemonia del denaro nella produzione di ricchezza e nella riproduzione dell’ordine sociale. Di contro, per Keynes, i mercati finanziari svolgono un ruolo di moltiplicatori della ricchezza. 
Può, quest’assunzione teorica, esser valida anche in periodo di crisi economica? Certo, risponde Keynes, dal centro di quella crisi che nasce negli anni Venti per ingigantirsi alla fine del decennio. Lo Stato dovrà allora intervenire sulla società, e riorganizzarla produttivamente, attraverso un’azione sul tasso di interesse, «verso quel punto, relativamente alla tabella dell’efficienza marginale, al quale vi è piena occupazione». In questo modo si costruisce un intero ricettario terapeutico del keynesismo di fronte alla crisi che scuote continuamente lo sviluppo. Qui, nel momento stesso in cui costruisce un nuovo modello di equilibrio, tenendo presente pragmaticamente le finalità dell’ordine capitalistico, Keynes propone di determinare uno squilibrio continuo, nel deficit spending, dell’iniziativa dello Stato. Ma questo deficit apre nuovi margini per la domanda effettiva e sviluppa la dinamica capitalistica, pur accettando la rigidità verso il basso dei salari dei lavoratori. È così che la lotta di classe viene assorbita nel sistema del capitale. La proposta di Keynes è del tutto progressista. Se ne accorgerà presto, Keynes stesso, quando trattando a Bretton Woods dei rapporti monetari internazionali, si sentirà opporre dai rappresentanti conservatori di Washington che la moneta di referenza non poteva dimenticare uno standard reale, che questo standard era il dollaro, e cioè uno strumento di organizzazione e di divisione internazionale del lavoro, basato sull’accumulazione dell’oro nella banca di America.
Di conseguenza: il deficit spending che i singoli governi capitalisti e nazionali avrebbero potuto avanzare per contenere progressivamente i movimenti delle singole classi operaie nazionali (che vogliono trasformare la società e rompere il giogo capitalista), doveva essere controllato dal centro capitalistico, dal Komintern di Wall Street. Addio all’illusione del bancor, allora, grande invenzione keynesiana di una moneta ideale basata sul libero scambio, che avrebbe permesso equilibri diversi in riferimento ai desideri delle popolazioni ed all’intensità delle lotte della classe operaia organizzata. 
Era dunque un capitalista serio, John Maynard Keynes. Aveva compreso che, davanti alla reazione ed alla rivoluzione, in presenza di un potere socialista già affermato, non una terza via, ma solo una sintesi politica più avanzata, poteva difendere gli interessi capitalistici. Ridendosela dell’«egemonia della produzione reale», Keynes pensa infatti che la finanza possa rappresentare, confrontandosi alla produzione (quando per società produttiva si intendesse «società civile»), la mediazione degli interessi contrapposti delle classi, e quindi la costruzione di un nuovo modello di capitalismo. Contrario al bolscevismo, Keynes non accettava lo slogan «il potere a chi lavora», e neppure la sua legittimazione: «chi non lavora non mangia». Comprendeva tuttavia che il socialismo ed il comunismo andavano al di là, di fatto, nella loro ipotesi di costruzione di un nuovo ordine del lavoro, di queste primitive parole d’ordine e di questi banali obiettivi politici. 
Il comunismo – secondo Keynes – poteva rappresentare la totalità del lavoro astratto, estratto da tutti i lavoratori della società, quindi da tutti i cittadini, quindi dall’uomo stesso socializzato. Oggi, accettando queste paradossali esclamazioni, potremmo dire che il comunismo è la forma del «biopolitico», quando per «biopolitico» si intenda che, non solo la società, ma la vita è stata messa al lavoro per produrre merci; e che non solo le relazioni sociali, ma il rapporto fra menti e corpi è ormai produttivo. Keynes sembra aver compreso, in una straordinaria anticipazione, l’avvento di quel che oggi chiamiamo il «comunismo del capitale». Voleva trattenere la lotta di classe dentro le regole di una società dove lo sfruttamento del lavoro fosse non semplicemente finalizzato alla costruzione del profitto, ma anche alla progressione nel soddisfacimento dei bisogni. Non sarà allora difficile comprendere quanto forte fosse l’odio di Keynes per il rentier! Se vogliamo muoverci per la salvezza del sistema capitalista, dobbiamo, afferma Keynes, auspicare (ed è moralmente legittimo oltre che politicamente urgente) «l’eutanasia del redditiero». Perché il rentier è un anarchico, è un egoista, che sfrutta, insieme al possesso di terre e degli immobili, degli spazi metropolitani, il lavoro che circonda queste terre e questi spazi e che li valorizza continuamente. Il rentier non spende nulla in questo gioco, guadagna senza lavorare e vince senza combattere. Questo squallido sfruttatore va eliminato. 
Siamo al punto più alto di quell’intelligenza capitalistica che, cercando di comprendere l’avversario, all’interno della lotta di classe, attraversò il ventesimo secolo. Lasciatemi sorridere: fin qui Keynes ci appare un genio sovversivo. Tanto più se si pensa che oggi la rendita è ridiventata centrale nel sistema post-industriale dell’organizzazione del capitale! Ma oggi non c’è leader politico, né pensatore economico che abbia il coraggio di attaccare la rendita: si fa moralizzazione contro i ladri palesi, i corruttori del credito bancario, ma i ladri consueti e sorrettizi, i rentiers che, son peggio degli usurai, chi li attacca? Chi potrà mai mettere in causa questo sacro fondamento, reale e simbolico, di ogni forma di proprietà? Keynes ha provato, non fu gran cosa, ma ci fu. Quello, però, dell’attacco alla rendita, è solo il punto più alto, fuor di ogni dubbio, del discorso politico di Keynes. 
Ma è qui che si rivela il carattere illusorio dei ragionamenti di Keynes. In effetti già nello sviluppare il suo discorso progressista, Keynes dimentica troppo spesso le condizioni nelle quali il suo punto di vista (inteso alla salvezza del capitalismo) si colloca. Keynes muove infatti da due condizioni che considera insuperabili e che non ha mai messo in dubbio: il consolidamento finale, attuale e tendenziale del potere coloniale, in primo luogo; in secondo luogo, la figura definitiva raggiunta in Europa dall’organizzazione dei rapporti di classe (organizzazione sindacale ed strutturazione sociale del Welfare). È qui, a fronte delle enormi trasformazioni del lavoro e della composizione delle classi, della trasformazione, inoltre, delle dimensioni geopolitiche della lotta di classe – è qui dunque che comincia per il keynesismo la difficoltà di presentarsi come teoria dominante all’interno delle dinamiche dello sviluppo, nella seconda metà del ventesimo secolo e all’aprirsi del ventunesimo.
Guardandolo da questo punto di vista, su questo snodo secolare, Keynes resta un evento, una folgorazione intellettuale –ma del ventesimo secolo, in conclusione della lunga crisi capitalistica dell’occidente. La sua è stata una risposta adeguata alla rivoluzione sovietica, ha rappresentato l’urgenza egemonica di portare la lotta di classe nello sviluppo e nel controllo del capitale. Non è null’altro che questo. Gli manca la possibilità di considerare l’estensione globale della lotta di classe, la fine del colonialismo, e soprattutto l’esaurirsi della capacità capitalistica di trasformare i metodi dello sfruttamento e dell’accumulazione proprio qui da noi, nel primo mondo.
Guardate quello che è successo dopo Keynes. La rivoluzione è proceduta attraversando il mondo del sottosviluppo e togliendo al capitale la possibilità di governarlo nelle forme coloniali classiche. Alla dipendenza si è sostituita l’interdipendenza. Globalizzandosi ed unificandosi il capitale ha in certo qual modo vinto, ma nel medesimo tempo ha in certo qual modo perso: perché, di sicuro, il vecchio ordine è stato distrutto ed un nuovo ordine è davvero molto difficile da costruire. Keynes è andato a male su questo terreno. Per questo Keynes è oggi irrecuperabile. Non è difficile spiegare perché. Il New Deal keynesiano era stato l’esito di un assemblaggio istituzionale basato sull’esistenza di tre presupposti: uno Stato-nazione capace di sviluppare in maniera indipendente politiche economiche nazionali; la capacità di misurare profitti e salari dentro un rapporto di ridistribuzione democraticamente accettato; relazioni industriali che permettevano una dialettica legalmente accettata fra interesse imprenditoriale e movimenti (rivendicazioni) della classe operaia. Nessuno di questi tre presupposti è oggi presente nella condizione economico-politica attuale. L’esistenza dello Stato-nazione è stata messa in crisi dai processi di internazionalizzazione produttiva e di globalizzazione finanziaria, che rappresentano le basi di definizione di un potere imperiale sopranazionale. In secondo luogo la dinamica della produttività tende sempre di più a dipendere da produzioni immateriali e dal coinvolgimento di facoltà umane e cognitive, difficilmente misurabili con criteri tradizionali, sicché la produttività sociale non consente una regolazione salariale basata sul rapporto tra salario e produttività. La crisi dei sindacati è, da questo punto di vista, un elemento esemplare (anche se non definitivo) nello sviluppo del sistema capitalistico di oggi. Così tocchiamo la crisi dei rapporti contrattuali: mancano i soggetti di ogni accordo keynesiano. In più, l‘unico elemento che accomuna gli interessi capitalistici, è in primo luogo il perseguimento di un profitto a breve termine, in secondo luogo lo sfruttamento radicale delle possibilità di godimento delle rendite fondiarie, immobiliari e di servizio. Sicché tutto questo rende praticamente impossibile la formulazione di riforme progressive. Il risultato complessivo è che nel capitalismo attuale non vi è spazio per una politica istituzionale di riforme. L’instabilità strutturale del capitalismo di oggi è definitiva, nessun New Deal è possibile. Se proprio volessimo fare uno sforzo per resuscitare Keynes, potremmo spostare il suo deficit spending, il suo concetto di socializzazione degli investimenti, verso delle istituzioni del basic income, e cioè verso delle politiche che anticipino le forme dello sviluppo ed organizzino la struttura fiscale dello Stato in riferimento alla produttività globale del sistema, quindi alla capacità produttiva di tutti i cittadini
Ma facendo questo, con tutta probabilità, saremmo ben al di là delle misure e dei presupposti antropologici di una società capitalistica e soprattutto delle ideologie dell’individualismo (proprietario e/o patrimoniale) e di tutte le conseguenze politiche che ne coronano lo sviluppo. Battendoci su un basic income che non sia semplicemente un elemento salariale, ma il riconoscimento di uno sfruttamento che tocca, non solo i lavoratori ma tutti quelli che sono a disposizione dell’organizzazione capitalistica nella società – ammettendo e battendoci per questo siamo già al di là di ogni immagine del capitalismo proprietario.
L’uno si è diviso in due: mentre Keynes aveva lavorato incessantemente per chiudere questa divisione e per ricondurre hobbesianamente le lotte sociale all’Uno, oggi la divisione e le lotte si sono riaperte. Probabilmente una stagione di lotta di classe sta fiorendo. Keynes amava la danza (aveva sposato una ballerina), ma non amava i fiori (ne era allergico)».

Fonte: ALIAS N. 42 – inserto de il manifesto, 24 OTTOBRE 2009

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