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16 ottobre 2010

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[ 19 ottobre 2010 ]
NON FATE I GATTOPARDI
di Giorgio Cremaschi*
«Anche a livello politico la piazza di sabato chiede di cambiare. Nessuno può metterci il cappello sopra, magari per riproporre l’ennesima riedizione di quel centrosinistra, da cui quel popolo è stato abbandonato e deluso nel passato. Se si vuole davvero rappresentare quella piazza e quelle persone, si devono abbandonare i vecchi giochini e i vecchi schieramenti. La manifestazione del 16 ottobre esige una svolta democratica nel sindacato, nella sinistra, nel paese».


Spesso non capita una seconda occasione. Dal 2001 al 2003 un grande movimento di lotta ha contrastato in Italia la globalizzazione liberista. Quel movimento è stato poi abbandonato a se stesso e, infine, messo ai margini e ignorato nei due anni catastrofici del governo Prodi. Ora abbiamo un’altra occasione. La manifestazione di sabato è stata ben di più di una pur eccezionale mobilitazione dei metalmeccanici contro gli accordi separati, per il contratto nazionale e i diritti. E’ stato un incontro di popoli dispersi, che si ritrovavano assieme dopo anni di lotte frantumate e spesso deluse.

Una differenza di fondo comunque c’è, rispetto ai primi anni del nuovo secolo. Allora nasceva un grande movimento di opinione, che portava qui in Italia gli echi di un risveglio delle coscienze che avveniva in tutto il mondo. Oggi la globalizzazione, il suo attacco frontale ai diritti sociali e costituzionali, ce l’abbiamo in casa. Chi era in piazza sabato raccontava di lotte concrete contro la globalizzazione qui ed ora. Per questo il movimento di oggi è radicato nella sofferenza sociale e per questo è ben più esigente di risposte concrete.
Si è cercato di marginalizzare, o persino criminalizzare, la manifestazione della Fiom. Fallito clamorosamente questo obiettivo, ora si tenta la classica operazione di assorbimento. Nel paese del Gattopardo, adesso comincia l’attenzione verso il popolo che è sceso in piazza sabato e verso la Fiom, senza però dare risposte vere. Sul piano sindacale restano la violazione dei diritti a Pomigliano e la sua estensione a tutti i metalmeccanici. Non c’è contratto dell’auto o altro pasticcio che possa cancellare questo drammatico attacco ai diritti dei lavoratori. Si deve andare avanti fino a riconquistare il diritto ad un contratto nazionale degno di questo nome. 
Sul piano economico-sociale è evidente che il patto Sacconi, Confindustria, Cisl e Uil non tiene. Perché la crisi va avanti, le risposte non ci sono e le lotte si estendono, in Italia come in Europa. Di questo si sono accorti gli industriali e tanti poteri economici, da qui il tentativo di far rientrare in gioco la Cgil con un patto sociale che dovrebbe continuare le politiche dei sacrifici di questi anni, senza però le provocazioni e le asprezze di Sacconi. Il popolo in piazza sabato non si accontenta di questo e pretende una svolta reale. 
Chi non ha pagato sinora nulla della crisi deve cominciare a pagare. Per questo ci vuole e si chiede con forza lo sciopero generale e non il patto sociale.
Anche a livello politico la piazza di sabato chiede di cambiare. Nessuno può metterci il cappello sopra, magari per riproporre l’ennesima riedizione di quel centrosinistra, da cui quel popolo è stato abbandonato e deluso nel passato. Se si vuole davvero rappresentare quella piazza e quelle persone, si devono abbandonare i vecchi giochini e i vecchi schieramenti. La manifestazione del 16 ottobre esige una svolta democratica nel sindacato, nella sinistra, nel paese.
* Fonte:  Liberazione del 19 ottobre


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