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Il “disgelo” tra CGIL e Confindustria

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[ 06 ottobre 2010 ]

IL BASTONE E LA CAROTA
Marcegaglia (la buona), Marchionne (il cattivo), Epifani (il doppiogiochista)
Due sono i tavoli negoziali “tra le parti sociali” partiti in simultanea. Ieri, martedì, si è svolto il cosiddetto “primo round” tra la FIAT e la cinque sigle sindacali ufficiali, FIOM compresa. Esso è stato preceduto il giorno prima, da quello (guarda caso  nella sede dell’ABI) tra le diverse organizzazioni “datoriali” e quelle sindacali, presenti Epifani, Bonanni e Angeletti.
I padroni giocano su due tavoli. Sul primo, quello riguardante il gruppo FIAT,  gli uomini di Marchionne hanno brandito il bastone. Sul secondo, la delegazione capeggiata dalla Marcegaglia, ha invece offerto la carota. C’è chi vi ha visto una crepa del fronte degli industriali, noi riteniamo invece che si tratti di un concordato gioco tra le parti.

L’avvio dei colloqui, dopo mesi di baruffe, ha fatto parlare di “disgelo”. Come questo “disgelo” sia stato possibile non deve sfuggire ai nostri lettori. E’ a causa del nuovo quadro politico determinato dall’agonia del governo Berlusconi, nonché dall’eventualità che qualcun altro prenda il suo posto in nome di “larghe intese”, per capirci da Di Pietro a Fini, passando per il PD e i “cespugli” centristi, e un congruo numero di transfughi dal PdL.

Così si spiega l’apertura di Epifani (CGIL) il quale, appena uscito dall’incontro con la Marcegaglia, ha dichiarato: «Possiamo dirci soddisfati. Si può ora procedere speditamente, anche al ritmo di un incontro alla settimana, per arrivare a risultati condivisi». (Il Sole 24 Ore, 5 ottobre 2010). Parole prontamente condivise dalla presidente di Confindustria: «Occorrono impegni comuni su crescita, occupazione e investimenti. Ci giochiamo la capacità di stare sui mercati. Bisogna fare presto». (Ibidem) La quale si è sentita poi in dovere (excusatio non petita…) di precisare: «Il nostro non è un tavolo politico, né è stato organizzato per criticare o supportare la politica. Le parti sociali hanno fatto un passo indietro su interessi particolari per il bene del paese». 
Questo inatteso idillio negoziale è stato ovviamente favorito dal mutato quadro politico, ma in concreto è stato possibile grazie alla inversione ad U di Epifani il quale, con la sua mossa,  schiaccia in un angolo la FIOM e, obbiettivamente, azzoppa la prevista manifestazione dei suoi metalmeccanici del 16 ottobre prossimo. Epifani non giunge a chiedere l’annullamento della manifestazione, ma lavora alacremente, da abile doppiogiochista, per farla fallire.
Cosa conterrà  il “Patto-sociale-bidone” che le “parti sociali” stanno confezionando non è un mistero. Si vuole, né più e né meno che estendere a tutto il mondo del lavoro la “dottrina Marchionne” annunciata per Pomigliano. Riforma dei contratti, ovvero sancire erga omnes le deroghe territoriali e aziendali per quanto attiene sia ai salari che alla sefar dei diritti, il tutto in cambio della promessa di investimenti coi quali si avranno più posti di lavoro. I padroni evocano infine una “riforma” della struttura fiscale, con la quale intendono non la detassazione dei salari ma, beninteso, quella del reddito d’impresa poiché, essi dicono, favirirebbe la capitalizzazione e quindi investimenti e crescita (e ciò alla fine andrebbe a beneficio anche del lavoro). 
Peccato che gli ultimi vent’anni raccontino un’altra storia: in cambo della riduzione dei salari reali e della più deregolata flessibilità, i padroni non hanno né investito, né innescato il fatidico sviluppo, né tantomeno restituito alcunché della aumentata quota di profitti.
Sacramentato dalla stampa prona l’idillio negoziale (con chiaro intento polemico verso chi dalla parte del governo cerca la rissa elettorale anticipata) ecco che il giorno dopo arriva la sorpresa. Al “disgelo” del lunedì segue la gelata del tavolo FIAT il giorno dopo. Come se Marchionne percorresse un’altra strada rispetto alla Marcegaglia.
Sentiamo: «Regna ancora l’incertezza sulla effettiva attuazione del piano di investimenti di Fiat in Italia. Fabbrica Italia, il progetto della Fiat che prevede investimenti per 20 miliardi di euro, «non partirà se non ci sarà l’impegno formale delle organizzazioni sindacali ad assumersi precise responsabilità del progetto». Questa la posizione della Fiat, al termine del tavolo con i sindacati». (Corriere.it)
Quale sia il punto ce lo dice il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini: «La Fiat ha detto che non esclude soluzioni che potrebbero andare oltre Pomigliano e che la derogabilità del contratto nazionale non è sufficiente a rispondere alle sue esigenze».
Che Marchionne non solo non ceda di un centimetro ma che anzi alzi la posta lo conferma addirittura uno dei bonzi-giallastri, Rocco palombella, segretario generale UILM, il quale ha dichiarato: «Non siamo soddisfatti. La Fiat non ha presentato il programma di investimenti e di produzione stabilimento per stabilimento». Ed ha significativamente aggiunto «Fiat non ha ancora scoperto le carte perché vuole ancora verificare la nostra determinazione ad andare avanti». (Il messaggero.it).
Avete capito: FIAT non scopre tutte le carte perché vuole verificare la disponbilità dei sindacati alla piena e indiscussa “governabilità degli stablimenti”. Ergo: vuole spezzare le ossa alla Resistenza operaia in Fiat, FIOM compresa.


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