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Massimo Fini e il «Manifesto dell’Antimodernità»

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[ 18 ottobre 2010 ]

IL PASSATISMO
e la maledizione della felicità
di Moreno Pasquinelli
«Affermo che noi viviamo in un mondo meraviglioso. Noialtri occidentali abbiamo l’insigne privilegio di vivere nella migliore società che la storia dell’umanità abbia mai conosciuto. E’ la società più giusta, più egualitaria, più umana della storia».
K. Popper

Prendiamo spunto dal libello del giornalista Massimo Fini recentemente edito da Marsilio col titolo “Il vizio oscuro dell’Occidente”. Un testo brillante, acuto che, muovendo da una serrata critica alla globalizzazione e alla mondializzazione, giunge a mettere sotto accusa quella che l’autore definisce “l’imbecillità della modernità”. Il testo è infatti una requisitoria dell’idolatria del progresso che si è andata affermando in epoca moderna e che il capitalismo, con la globalizzazione, ha spinto fino al suo limite più estremo.
La disamina dei mali che affliggono la civiltà capitalistica, l’analisi retrospettiva sulle loro origini, conducono Fini a considerare cruciale un passaggio, quello che si è determinato nel settecento in Europa (un vero e proprio “ rovesciamento di prospettiva di portata copernicana”), quando l’economia è stata posta al centro del sistema, della vita degli uomini. Questo passaggio, preparato dalla Riforma protestante (col suo culto del lavoro, dell’accumulazione e della ricchezza materiale e con la sua condanna della povertà) si è definitivamente consolidato con la Rivoluzione industriale che ha fatalmente subordinato l’uomo alle esigenze economiche e tecnologiche. L’Illuminismo, razionalizzerà il tutto, diventando l’ideologia suprema del modernismo borghese, sancendo il definitivo avvento del pensiero per cui “indietro non si torna!”.

Dopo aver denunciato la paranoica pretesa mondialista di imporre il modello capitalistico nordamericano a tutti i popoli, Fini sviluppa due tesi conclusive. La prima, per cui il pensiero occidentale, oramai avvitato su se stesso, ha smesso di cercare vie d’uscita. Rifiutandosi di ripensare la modernità, il pensiero ha cessato di pensare se stesso, “non c’è più una filosofia che dia orientamento, non c’è più alcuna filosofia”. La seconda, che lo scontro futuro non sarà tra destra e sinistra e nemmeno sarà il paventato (da Samuel Huntington) “scontro di civiltà”, poiché «di civiltà ne rimarrà una sola, la nostra. Ed è all’interno di quest’ultima che avverrà lo scontro vero, il più drammatico e violento: fra le élites dominanti fautrici della modernità e le folle deluse, frustrate ed esasperate, di ogni mondo, che non ci crederanno più, avendo compreso, alla fine, che lo spirito faustiano, lo spirito dell’Occidente, opera eternamente il Bene ma realizza eternamente il Male».
Fini sembra qui convergere, non solo con le analisi di Negri contenute ne L’Impero, per cui la globalizzazione è una “scopa di Dio” destinata a spazzare via ogni ostacolo, ma pure con l’idea che, morta per sempre la concezione marxista della lotta di classe, saranno le “moltitudini”, “le folle frustrate”, a rimettere le cose a posto.
Dove Fini e Negri divergono radicalmente è su un punto cruciale, sul posto delle cose. Negri ritiene che siamo già nella post-modernità e che, lungi dal pensare la rivoluzione, sia sufficiente accompagnare la globalizzazione, dato che questa, col suo spettacolare progresso tecnico, motu proprio, è destinata a portare fuori dal capitalismo. Fini, al contrario, esclude un “avanti” e postula, dopo la globalizzazione, un ritorno passatista ad una società di tipo pauperistico strutturata per caste, che recuperi la morale medioevale, che infatti «… aveva metabolizzato con grande sapienza la povertà. Dove Il mendico, come lo scemo del villaggio, era un individuo che in un qualche suo misterioso modo aveva un rapporto diretto, e per certi versi privilegiato, con Dio. In alcuni casi, attraverso gli ordini mendicanti, la povertà era stata addirittura glorificata e portata ad esempio».

Siamo apparentemente davanti ad un recupero del pensiero romantico,  dell’idea della modernità come “dürftige Zeit” (tempo di povertà), della ricerca dell’armonia perduta e dei valori tradizionali delle società preborghesi. In effetti i romantici, o almeno buona parte di essi (di contro alla incrollabile fiducia degli illuministi verso il progresso e le capacità umane), non solo avanzarono una visione provvidenzialistica e spiritualistica del divenire storico, giunsero a rivalutare le istituzioni basilari della società medioevale: la famiglia, le caste sociali, la monarchia, lo Stato, la Chiesa ecc. Il Medioevo che per gli illuministi fu un’epoca di ignoranza, fame e superstizione, per alcuni romantici era invece un’epoca di fede, di unità spirituale, dove la sovranità si autolegittimava con la sua pretesa natura trascendente.

Scavando più a fondo di scopre che i due poli entro i quali il Fini oscilla sono i due massimi pensatori dell’antimodernità: Shopenhauer e Nietzsche. 

Per Fini la civiltà occidentale ha un vizio ontologico: la sua ricerca ossessiva del bene e della felicità. Bene e felicità che invece non esistono. Per Fini felicità è “… parola proibita, che non dovrebbe essere mai pronunciata”, la cui mitizzazione è stato il principale errore dell’Illuminismo come del marxismo. Infatti, con Shopenhauer , Fini ritiene che la vita oscilli fra noia e dolore, che all’uomo la felicità sia costitutivamente preclusa e più la cerca più esso precipita nell’abbrutimento. Dunque, tra l’infelicità paranoica della civiltà borghese e quella tradizionale, meglio tornare a quest’ultima, che almeno era stabile perché non conosceva la tensione verso l’eguaglianza sociale e dove, citiamo: «La disuguaglianza era codificata e legittimata e ciò poneva gli individui al riparo dalla frustrazione, dall’invidia e dall’odio. Non è colpa mia se sono nato nobile, se sono nato re. Quelli partecipano ad un altro campionato e non ho l’obbligo di misurarmi con loro. Posso accettare la disparità con una relativa serenità. Ma in una società dove esiste un retorico diritto all’eguaglianza io non posso sopportare la disuguaglianza dell’«uguale». Perché la vivo come un insulto, un’offesa o una mia colpa».
E’ davvero triste vedere come una intelligenza tanto brillante, dopo una denuncia vibrante della globalizzazione e dei mali che affliggono la civiltà borghese, finisca per impaludarsi in un utopismo angusto, di sapore escatologico quanto passatista. Sapevamo dei trascorsi nazional-comunisti di Fini, non ci saremmo aspettati che la sua critica alla modernità lo conducesse nei pressi… del controrivoluzionario per eccellenza: De Maistre.
Forse Fini rifiuterà questo accostamento, ma non potrà negare che la concezione che ci propone è uno strano miscuglio di Nichilismo, pessimismo antropologico e fatalismo spiritualista (con la sua giustificazione religiosa di tutti gli orrori del mondo). Allo schifo del mondo borghese e la sua concezione rettilinea del progresso, Fini oppone il vecchio schifo delle stagnanti società patriarcali e l’ idea orientale delle circolarità della storia, del suo eterno e inesorabile ritorno ad un supposto punto di partenza.

Si spiega dunque perché il Fini esprima giudizi tanto sprezzanti e liquidatori del marxismo. Egli lo tira più volte in ballo accusandolo di essere una mera variante del pensiero borghese illuminista o peggio, bollandolo come complementare al liberismo in quanto ha posto le condizioni economiche a fondamento della sua analisi sociale.
Questa brutale semplificazione del marxismo è tanto necessaria al Fini per mettere le stampelle alla sua visione del mondo, quanto inaccettabile, sia dal punto di vista scientifico che filosofico.

Quello che Fini pensa di strapazzare non è infatti “il marxismo”, ma la vulgata di matrice second’internazionalista e poi staliniana, che pose lo sviluppo delle forze produttive materiali come condizione sufficiente all’emancipazione umana e ritenne il socialismo, non come rottura ontologica col capitalismo, ma come suo sviluppo, come mero esecutore della missione (incompiuta) della borghesia.
Noi non neghiamo che nell’opera di Marx siano presenti elementi della sua epoca: una certa fede illuministica nella infallibilità della ragione, una fiducia di tipo positivistico nel progresso tecnico e scientifico. Tuttavia non sono questi gli elementi determinanti e caratterizzanti. Tant’è che altri detrattori contestano a Marx peccati opposti: una concezione utopistica, escatologica e messianica della rivoluzione, di derivazione ebraico-cristiana. Altri ancora gli rimproverano il suo inconfessato russeauvismo, la concezione del comunismo come ritorno dell’umanità al suo stato originario. Infine chi ritiene che il marxismo sia solo “una grande narrazione”, una filosofia della storia di hegeliana memoria. I nemici del marxismo non sono mai riuscita a mettersi daccordo.
E’ che in Marx convergono, come in un vortice, le principali potenze del pensiero occidentale, da Democrito ed Epicuro fino ad Hegel. Il portato di quel vortice, l’eredità marxiana, non si presta ad una lettura univoca, tanto più che Marx non ha mai cercato di codificare dogmaticamente il suo pensiero, al quale ha anzi tentato di dare dignità scientifica. Ma chiunque conosca almeno un poco Marx teorico e politico, sa che l’elemento davvero determinante della sua complessa opera è la critica irriducibile e radicale del capitalismo. 
Tra tutte le confutazioni quella più ignobile è quella che tenta di far passare Marx come l’antesignano della globalizzazione, un sostenitore del progresso capitalistico. Se egli affermava che la possibilità del comunismo poggiava sullo sviluppo delle forze produttive materiali (tra le quali considerava in prima istanza le capacità degli uomini medesimi), nondimeno intuì che nelle mani della borghesia questo sviluppo avrebbe potuto avere un esito distruttivo. Di qui il suo ammonimento: socialismo o barbarie
In questo senso vorremmo consigliare a Fini di rileggere Marx, scoprirebbe sì il carattere necessariamente incompiuto della sua opera, ma anche che Marx è stato il primo pensatore a portare un attacco sistematico, non solo retorico o astrattamente filosofico, alla modernità borghese e ai guasti irreparabili che essa era destinata a provocare.
Certo Fini non giungerà alle nostre medesime conclusioni, che cioè nessuna critica al  capitalismo possa prescindere dalle sue analisi e intuizioni. Noi, come Marx, non solo ci schieriamo con l’anelito di liberazione dei dannati della terra, col loro diritto alla felicità , riteniamo che essi siano la leva per una rigenerazione dell’umanità tutta intera. Fini vagheggia invece una marcia all’ indietro, ad un mondo agreste preindustriale, quando gli sfruttati non erano lavoratori salariati, ma servi della gleba o schiavi tout court; quando, consolati dai sacerdoti di turno, non solo si guardavano bene dal mettersi in testa “strane” idee emancipatrici, ma dovevano accettare rassegnati la loro condizione miserabile come frutto di un imperscrutabile disegno divino .
Proprio perché non ci appartiene una concezione unilineare  e progressista della storia, non escludiamo che il presagio di Fini si avveri. Vorrà dire che l’umanità sarà piombata di nuovo in un’era che non sappiamo definire altrimenti che barbarie.

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2 pensieri su “Massimo Fini e il «Manifesto dell’Antimodernità»”

  1. Claudio dice:

    Guarda che "socialismo o barbarie" è una citazione di Rosa Luxemburg, non di Marx, trozkysta della malora

  2. Rivoluzione Democratica dice:

    Nell'articolo si parla di "ammonimento" di Marx, ovvero l'eventualità della "comune rovina delle classi in lotta", che Rosa L. tradurrà in "socialismo o babarie". Non si voleva farle torto.

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