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“venture capital” versus capitale industriale

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[ 30 ottobre 2010 ]

Sulle cause reali e finanziarie nella crisi economica in corso  

di Duccio Cavalieri*

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento. Una lucida disamina della crisi e della funzione patogena della speculazione finanziaria.  L’autore conclude perorando soluzioni di tipo keynesano, a nostro modo di vedere, del tutto inadeguate. Considera poi le due tesi, entrambi di ascendenza marxiana, del sottoconsumo e della caduta del saggio di profitto, ma non vede che l’una esclude l’altra, mentre, con le sue stesse parole dipinge in maniera quasi perfetta come la caduta tendenziale del saggio di profitto sia la causa prima della crisi generale del capitalismo, e di cui il sopravvento della finanza predatoria sia, in ultima istanza, in effetto. Ecco quanto afferma il Cavalieri:
«Quella di cui forse dovremmo discutere … è la mutata fisiologia del processo di accumulazione del capitale, che ormai evidenzia un’insufficiente capacità di valorizzarsi, nel passaggio dalla sfera della produzione a quella della circolazione. Questo fatto può rendere difficile la chiusura del circuito produzione-accumulazione. Ossia la funzione tecnica che sono appunto chiamati a svolgere gli intermediari finanziari. Tende di conseguenza a favorire il persistente dominio del capitale finanziario di tipo speculativo (il venture capital) sul capitale industriale».

«La crisi globale del sistema economico capitalistico che è oggi in corso riguarda un modello neoliberista di sviluppo basato sulla speculazione e sull’innovazione finanziaria. Non è la crisi finale del sistema capitalistico, in quanto tale, e forse neppure quella di una sua particolare espressione storica: il capitalismo finanziario postindustriale. Il capitalismo storico sopravviverà a questa crisi. E il mondo sopravviverà a sua volta al capitalismo, quando questo verrà meno, poiché il capitalismo non costituisce la meta della storia.
Oggi appare chiaro che non si è trattato di una crisi puramente finanziaria, ma di una crisi sistemica di carattere più generale, con radici profonde, indotta da fattori di natura endogena: un eccessivo ricorso all’indebitamento, l’evidente sottocapitalizzazione di alcune istituzioni finanziarie, una crescita abnorme del valore di mercato di cespiti patrimoniali ed errori nella conduzione della politica monetaria e finanziaria americana. Una crisi del sistema, quindi, che non può attribuirsi a degli shock esogeni, come è accaduto più volte nel recente passato.
Dal settore finanziario la crisi si è diffusa al settore reale dell’economia. Il meccanismo del contagio è ormai noto: passa per i sub-prime mortgages, le collaterized debt obligations, i credit default swaps e altri financial weapons of mass destruction. E dà luogo a creazione di debiti, di scommesse sui debiti e di nuovi debiti su quelli in sofferenza.

Di fronte a questa situazione, le autorità monetarie sono intervenute, tardivamente, riducendo al minimo i tassi di interesse e attuando il salvataggio finanziario di grandi banche di affari, agenzie di mutui ipotecari e compagnie di assicurazioni. Gli interventi di salvataggio sono consistiti nella sostituzione di debito pubblico a una parte del debito privato preesistente. Si è cioè scelto di ricorrere al debito pubblico per salvare le banche e le grandi società finanziarie, piuttosto che per sostenere le imprese. Ma le banche hanno trattenuto la liquidità che è stata loro fornita dallo Stato, o l’hanno destinata a impieghi puramente speculativi, anziché concedere credito nella misura necessaria alle imprese in difficoltà.

In questo contesto, sono state formulate diverse interpretazioni della crisi. Alcune di esse sono riconducibili al mainstream economics, nella sua duplice caratterizzazione ‘neoclassico-perfezionista’ (neoliberista) e di ‘nuova sintesi neoclassica imperfezionista’ (il new consensus, interventista). Secondo quest’ultima interpretazione, che appare empiricamente più credibile, occorrerebbe regolamentare i mercati, che, lasciati a se stessi, tenderebbero ad essere inefficienti.

Altre spiegazioni della crisi sono di tipo neomarxista.

Tra queste, una prima posizione, che si richiama specificamente a Hyman Minsky e alla sua ‘financial instability hypothesis’, sostiene che si dovrebbe intervenire essenzialmente con misure di regolazione e di controllo dell’attività finanziaria, e non solo di quella creditizia. Ma non è del tutto chiaro chi dovrebbe intervenire. Chi è oggi in grado di controllare la formazione della liquidità e di regolare efficacemente l’attività finanziaria internazionale? Nell’era della globalizzazione e in assenza di un’autorità sovranazionale investita di questi poteri, non può certamente farlo un singolo paese, per importante che esso sia.

Una seconda posizione, che si richiama al pensiero di Rosa Luxemburg e di altri pensatori marxisti, pone invece l’accento sul sottoconsumo e sulla struttura sociale fortemente contraddittoria del processo di accumulazione del capitale. Essa indica questi due elementi come le cause di fondo, sistemiche e perduranti, della caduta tendenziale del saggio di profitto nelle attività produttive, che induce i capitali a spostarsi verso impieghi di natura finanziaria e speculativa, ritenuti più remunerativi. E propone di attuare interventi di carattere redistributivo, aumentando i salari reali, per sostenere stabilmente la domanda aggregata.

E’ difficile stabilire se la carenza di domanda aggregata, causata dalla maldistribuzione del reddito (salari troppo bassi, dovuti all’esigenza di contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto), abbia preceduto o meno la crisi finanziaria. Mentre appare certa la preesistenza di alcuni fattori strutturali di debolezza economica (si tratta di squilibri nei fondamentali dell’economia).

Sono compatibili queste due spiegazioni? I bassi salari sono un effetto o una causa della crisi di sovraproduzione? E’ stata la caduta del saggio di profitto sugli investimenti reali, causata dalla tendenza del progresso tecnico ad accrescere la composizione organica del capitale, a indirizzare i capitali verso impieghi finanziari puramente speculativi? E questa spiegazione della crisi è conciliabile con quella dei bassi salari e del sottoconsumo, centrata sulla maldistribuzione del reddito?

Quella di cui forse dovremmo discutere non è tanto la caduta tendenziale del saggio di profitto quanto la mutata fisiologia del processo di accumulazione del capitale, che ormai evidenzia un’insufficiente capacità di valorizzarsi, nel passaggio dalla sfera della produzione a quella della circolazione. Questo fatto può rendere difficile la chiusura del circuito produzione-accumulazione. Ossia la funzione tecnica che sono appunto chiamati a svolgere gli intermediari finanziari. Tende di conseguenza a favorire il persistente dominio del capitale finanziario di tipo speculativo (il venture capital) sul capitale industriale.

Altro che adagiarsi sullo slogan che ‘nulla sarà più come prima’! A me sembra che la crisi globale abbia lasciato sostanzialmente tutto come prima. O, forse, anche peggio di prima. Il sistema economico resta fortemente drogato. Gli avvenimenti più recenti mostrano che il meccanismo finanziario di tipo speculativo che ne è alla base non è stato disinnescato e appare destinato a produrre nuovi disastrosi effetti. Fornendo l’ennesima dimostrazione che il capitalismo è un sistema intrinsecamente instabile.

Che fare, in questa situazione? Occorre evidentemente ripensare la teoria economica. In senso interventista e riformista, ma non dirigista. In proposito, Keynes insegna. Non si tratta di modificare radicalmente il rapporto quantitativo tra Stato e mercato in un’economia mista, a favore dell’uno o dell’altro, ma di stabilire nuove e più efficaci regole del gioco. Cominciando col riformare in senso multilaterale il sistema monetario internazionale e coll’istituire una ‘Tobin tax’ sui movimenti speculativi di capitale. E attuando interventi a carattere redistributivo, a favore dei redditi più bassi, per sostenere la domanda globale.

Il problema di fondo che oggi abbiamo di fronte, sotto il profilo teorico, è quello di collegare coerentemente la spiegazione della crisi in corso con una teoria dello sviluppo economico che sia in grado di dare ragione della tendenza del sistema nel lungo periodo ad attestarsi in prossimità di un livello di equilibrio naturale determinato da forze reali. Superando il tipico inconveniente degli schemi dinamici di natura endogena meccanicamente basati sull’interazione del moltiplicatore e dell’acceleratore, che possono dare ragione dello sviluppo o del ciclo, a seconda dei valori assegnati nel modello teorico a certi parametri di comportamento, ma non di entrambi i fenomeni. Non basta spiegare la crisi globale in corso. Occorre che la spiegazione data sia coerente con una valida teoria dello sviluppo».

Fonte:
Goodwinbox, dipartimento di analisi, attualità e politica economica. 
A cura del Dipartimento di economia politica dell’università di Siena


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Un pensiero su ““venture capital” versus capitale industriale”

  1. Anonimo dice:

    X il blogger. L'istituzione di strumenti fiscali volti a scoraggiare la speculazione finanziaria, o almeno a tassarla a favore della collettività, e l'assunziione di politiche che riducano la forbice dei redditi, non mi sembrano "ricette keynesiane", ma solo strumenti filosoficamente affini all'idea che Keynes aveva del rapporto tra stato economia e finanza.Inoltre, come sarebbe che il sottoconsumo esclude la caduta tendenziale del saggio di profitto???Il collegamento tra sovrapproduzione e caduta tendenziale del saggio di profitto è ben noto nell'analisi marxiana, e del resto non occorre neanche andarsi a rileggere Marx per capire che non è affatto detto che "una escluda l'altra".Insomma, sono d'accordo che le soluzioni indicate dal Cavalieri siano parziali e limitate (e del resto soluzioni complessive alla crisi di sistema del modello di vita globalizzato NON ne esistono), ma cmq ho trovato meglio l'articolo che la presentazione dell'articolo. Grazie per averlo postato in ogni caso.

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