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Walter Veltroni e Rivoluzione Democratica

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[ 09 ottobre 2010 ]

NEO PATACCA*

Dire di tutto se vogliamo che tutto rimanga com’è

di Maurizio Fratta

Quando a Chianciano, più o meno due anni fa, demmo vita alla nostra associazione, votammo anche per darle, ovviamente, un nome. Non che mancassero le  scelte, a partire, per esempio, dal nome «Fuori dal recinto» che avevamo dato al nostro primo incontro promosso dopo l’appello all’astensione in occasione delle elezioni politiche dell’aprile del 2008.

Decidemmo di chiamarci Rivoluzione Democratica, alcuni pensando a Castoriadis per il valore che diamo alle forme della democrazia intesa come autogoverno, altri a Tocqueville per i principi ai quali ci richiamiamo nella nostra carta fondativa.
Sapendo già da allora che, dati i tempi, qualche rischio l’avremmo corso.
Qualcuno di noi venne infatti a scoprire, poco dopo, che sul web c’era un altro paio di associazioni così denominate che comunque, aldilà di qualche vago proclama esposto sulle pagine di siti in perenne costruzione, non andavano.
E ci capitò perfino di  leggere che Paolo Guzzanti, detto anche Guizzanti per l’agilità che dimostra nel passare da una parte all’ altra, aveva messo su un blog, Rivoluzione Italiana, che ad una rivoluzione democratica diceva di volersi ispirare.

Ma ora l’ultima novità in tema è davvero sorprendente!
«Rivoluzione Democratica è il manifesto dell’ idea che ha attraversato tutta la vita politica di Veltroni: dare all’ Italia una forza riformista che scuota il paese e lo modernizzi», si legge sul sito della Feltrinelli che lancia il libro la cui uscita è prevista in Ottobre.
Ed ancora:
«Veltroni ragiona sulla storia di questi anni travagliati, dal primo governo Prodi alle ultime elezioni regionali. Ripercorre la sua vita politica, dal ruolo di vice presidente del Consiglio a quello di sindaco, dalla nascita del Pd con la sfida del Lingotto alle elezioni del 2008, alle ragioni delle dimissioni che hanno interrotto un progetto nuovo per la politica italiana».

Per carità, un nome è un nome ed in politica, come nella vita, quel che conta sono i fatti e soprattutto i contenuti e chi li dice.
E di una rivoluzione democratica come quella propugnata da Piero Calamandrei
per introdurre una discontinuità nello stato ed avviare una seria lotta alla Casta, davvero oggi ci sarebbe bisogno.
Veltroni di questa Casta di manipolatori del consenso sociale e ben remunerati esecutori delle politiche neoliberiste fa parte da quel dì.
Pure con tutta la compassione che si dovrebbe ormai provare per un  caso
politico ed umano come il suo, francamente non riusciamo ad immaginare quanti e quanto gravi siamo stati i travagli che gli hanno afflitto la vita in questi anni. Ma  se il “perdente di successo” come è stato efficacemente definito, si presenta nuovamente alla ribalta una ragione c’è.

Altro che lo “spirito del Lingotto”e le menate sul “partito a  vocazione maggioritaria che sostiene il bipolarismo”. Quel gioco e le sue regole truffaldine gli elettori italiani lo hanno da un pezzo capito e respinto.
Qui del Lingotto c’è la sostanza della sfida  che Marchionne ha lanciato agli operai ed ai lavoratori italiani.
E da  che parte può stare chi aveva dato per morta la lotta di classe ed ha fatto proprie le ragioni del mercato e del capitale?
Non c’è certamente bisogno di acquistare il libro per sapere come la pensa Veltroni.
Basta prendere l’intervista pubblicata sul Corriere della Sera dello scorso luglio: “Questo accordo mi sembra inevitabile” aveva dichiarato. Si riferiva al diktat di marcionne su Pomigliano.
Al “comunista” che negava di esserlo mai stato, al campione della sinistra che ha fatto dell’antiberlusconismo la foglia di fico per coprire le  vergogne sue e dei suoi seguaci, noi vorremmo semplicemente dire due sole cose:
che la lotta di classe è più viva che mai e che  presto se ne  accorgerà anche lui e che democrazia e rivoluzione sono cose serie e che l’Ottobre, non è, per uno come lui, il mese migliore per parlarne.
 “I Viceré” di Federico De Roberto, è uno dei capolavori della letteratura del nostro Ottocento.
Vi si narra la saga della nobile famiglia Uzeda di Francalanza, le cui vicende hanno per sfondo la Sicilia e l’Italia tra il  1855 e il 1882, anno delle prime elezioni a suffragio allargato.
Tra i personaggi, il principe Consalvo, che per succedere al seggio dello zio Duca, abbandona la causa del legittimismo borbonico ed abbraccia quella della Sinistra pur di venire eletto al Parlamento. 
Di quelle pagine ne riportiamo una che a noi pare, mutatis mutandis, bene si addica a descrivere il trasformismo in politica, o,meglio, a comprendere quale sia il reale significato di parole come  rivoluzione e democrazia quando a parlare sono infingardi o voltagabbana.

«Il principino, fiutando il vento, sfoggiava coi democratici le sue idee di democrazia. A udirlo, la libertà, l’eguagluanza scritte nelle leggi erano ancora un mito: il popolo era stato cullato nell’ opinione che le antiche barriere fossero state infrante; ma i privilegi esistevano sempre ed erano soltanto di altra natura. Avevano largito il diritto del voto, e questo era parso una rivoluzione;
ma quanti godevano di questo diritto? Bisognava dunque farne un’altra, legale e morale, per estenderlo a tutti.
La parola rivoluzione gli scottava le labbra e gli faceva tremare il cuore; e il desiderio, intimo, sincero, ardente dell’animo suo era che vi fosse un numero di carabinieri doppio di quelli dei cittadini; ma poiché il vento soffiava da un’altra parte, egli cercava la compagnia dei radicali per dir loro: “Io sono monarchico per la necessità di questo periodo transitorio.
Milioni e milioni di uomini liberi possono volontariamente riconoscersi e vantarsi di un uomo come loro? Io non ho nessun padrone!” E in questo era sincero perché avrebbe voluto essere egli stesso padroni degli altri».

* Meo Patacca  e’ la maschera romana che rappresenta il coraggio e la spavalderia di certi personaggi di Trastevere, ben diverso dal personaggio al quale qui ci riferiamo e che abbiamo chiamato Neo.



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