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Rileggendo «L’Impero»

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LA “PICCOLA NARRAZIONE” DI NEGRI E HARDT

di Moreno Pasquinelli

«Il provvidenzialismo (quello di Negri contaminato da un immanentismo di stampo gentiliano) è sempre stato l’altra faccia del pensiero meccanicistico e deterministico.
Chi riteneva che Negri fosse un partigiano semi anarchico della spontaneità si è sbagliato di grosso. La spontaneità è confinata da Negri nella sfera delle soggettività biopolitiche, alle singolarità desideranti, cioè nel campo della micropolitica sociale. Ma queste singolarità sono piccoli ingranaggi della grande macchina della storia che è causa sui, il cui movimento oggettivo è non solo determinato, ma predeterminato. Per Negri, come per Spinoza, la sola libertà concepibile è quella della consapevolezza della necessità razionale, dove al posto della metafisica Sostanza spinoziana, vien posta la forza creatrice delle moltitudini».

Altrove ho segnalato come il paradigma teorico dell’operaismo italiano degli ani ‘60, sia il sostrato delle analisi che Toni Negri pone a fondamento del suo Impero. Panzieri prima, Tronti in modo ancor più deciso, ritenevano che il vero motore dello sviluppo capitalistico, non fossero né la lotta per il massimo profitto né la concorrenza, quanto anzitutto le lotte operaie. In questa visione il capitalismo era perennemente destinato a rincorrere le lotte proletarie, ad agire di riflesso.  Nel libro L’Impero troviamo questo concetto riproposto in maniera addirittura strampalata: «Le lotte proletarie costituiscono —in termini reali, ontologici— il motore dello sviluppo capitalistico. Costringono il capitale ad adottare livelli tecnologici sempre più avanzati e, in tal modo, trasformano il processo lavorativo…. dalla manifattura alla grande industria, dal capitale finanziario alla ristrutturazione transnazionale del mercato sino alla globalizzazione, è sempre l’iniziativa organizzata dalla forza lavoro che determina la figura dello sviluppo capitalistico». (pagine 199-200).

In verità questa tesi attraversa tutto il racconto di Negri-Hardt. Attraverso di essa viene riletta e risistemata tutta la storia, quantomeno quella moderna, al punto che la Guerra dei Trent’anni e il complesso processo che ha portato in Europa alla formazione degli Stati Nazione, viene interpretato come una reazione al Rinascimento e alla rivoluzione umanistica. Per non parlare del ‘900, del “Secolo breve”, per cui, rimosso imperdonabilmente il fascismo (cioè la vittoria dell’iniziativa controrivoluzionaria della borghesia in quello che era il centro stesso della lotta di classe mondiale) e ingigantito il posto del New Deal e del Welfare State, abbiamo avuto, a partire dall’Ottobre, un incessante inseguimento capitalistico dell’antagonismo proletario.

Questo paradigma non ha alcuna base scientifica. Uno potrebbe rovesciare meccanicamente il discorso e sostenere il contrario: che sono piuttosto l’iniziativa della classe dominante, il ciclo capitalistico, a determinare la risposta proletaria. In realtà neanche questo è vero: abbiamo avuto fasi diverse, alcune segnate dall’offensiva borghese che ha costretto le forze rivoluzionarie ad adeguarsi, e spesso a soccombere, altri caratterizzati dalla controffensiva operaia, la quale ha schiacciato sulla difensiva le classi borghesi. In genere queste fasi sono molto più brevi delle prime, per quanto spesso abbiano lasciato segni più duraturi nel tempo. Di certo questi cicli non si prestano ad una lettura univoca ed essi stessi sono determinati, non solo dalla politica, ma da una serie di fattori, economici e sociali, che non si prestano ad alcuno schematico riduzionismo.
 
Sta di fatto che per Negri e Hardt quello che essi chiamano il passaggio dalla “modernità” alla “postmodernità”, vale a dire la costituzione della “sovranità imperiale” (cioè la fine dell’epoca degli Stati-nazione e il passaggio ad un dominio meta-capitalistico, la sussunzione delle contraddizioni tra stati e tra blocchi imperialistici in una variante del super-imperialismo kautskyano e a cui corrisponde il salto “rivoluzionario” dalla centralità del lavoro fordista a quello “immateriale e cognitivo), si spiega anzitutto grazie alla pressione rivoluzionaria delle moltitudini (un’escamotage semantico per intendere un  orizzonte non solo post-popolare ma post-classista, l’ammasso di singolarità eterogenee). Sentiamo:
«Nel nostro tempo, il desiderio che fu messo in moto dalla moltitudine è stato indirizzato (in modo strano e perverso, ma nondimeno reale) alla costruzione dell’Impero. Si potrebbe anche dire che la costruzione dell’Impero e delle sue reti globali costituisce una risposta alle lotte contro la moderna macchina di potere e, in particolare, alla lotta di classe spinta dal desiderio di liberazione della moltitudine. La moltitudine ha evocato la nascita dell’Impero». (Pagina 55)
 
Sotto questa luce l’Impero non è né disdicevole né riprovevole, anzi, Negri ama spesso ripetere, usando una metafora hegeliana, che esso non è solo come “una scopa di Dio” (qualcosa di incontrovertibile contro cui non avrebbe senso combattere). L’Impero, l’attuale mondializzazione, è un esito positivo, uno sbocco progressivo della storia.
Infatti: «Insistiamo a sostenere che la costruzione dell’Impero rappresenta un passo in avanti per sbarazzarsi della nostalgia delle strutture di potere che l’hanno preceduto e per rifiutare qualsiasi strategica politica che implichi il ritorno a quei vecchi ordini, come il tentativo di far risorgere lo stato-nazione per proteggerci nei confronti del capitale globale. Sosteniamo che l’Impero e’ meglio di ciò che l’ha preceduto, allo stesso modo in cui Marx insisteva che il capitalismo era meglio delle forme di società e dei modi di produzione che aveva soppiantato». (Pagina 56)

Abbiamo avuto modo di dire che qui siamo oltre il materialismo storico. Anzi del materialismo storico —vale a dire l’impianto categoriale marxista: formazione sociale, modo di produzione, rapporti di produzione, forze produttive, lotta tra le classi— ne L’Impero non v’è traccia. Ma non v’è traccia neanche dello storicismo weberiano, dato che tutti i concetti utilizzati da Negri e Hardt, Weber li avrebbe definiti giustamente, amorfi, cioè privi di forma determinata, suscettibili a differenti interpretazioni. Negri risponde che questo è vero, che lui e Hardt si sono limitati a descrivere un processo in atto, e per questo non hanno nemmeno tentato di argomentare con concetti “morfici”, cioè non solo dotati di senso letterario, ma di rigore scientifico. Un bell’alibi.
 
A parte il manicheismo di fondo (per cui l’evoluzione storica si potrebbe comprendere anche solo sotto la luce spettrale della lotta tra sovrani e sudditi, tra ricchi e poveri), dietro al rivisitato paradigma operaista, di annida una concezione provvidenzialistica della storia. Se il sovrano non ha indipendenza, se le classi dominanti agiscono in modo coatto e sempre di riflesso rispetto alla lotta progressiva delle moltitudini (è sotteso da Negri che esse portano in seno la potenzialità del comunismo); allora è implicito che la storia ha un’intelligenza, un senso. Il tanto vituperato Hegel e il suo Spirito assoluto, cacciati dalla porta, rientrano così surrettiziamente dalla finestra. 

Non ci pare contraddica quanto diciamo l’esclusione da parte di Negri di ogni missione teleologica, la sua radicale esclusione di ogni finalismo, liquidato come vuoto utopismo. Infatti, se la storia, grazie al moto rettilineo delle moltitudini, muove per suo conto verso il comunismo, che bisogno c’è di dargli un telos, un fine?
Il provvidenzialismo (quello di Negri contaminato da un immanentismo di stampo gentiliano) è sempre stato l’altra faccia del pensiero meccanicistico e deterministico.
Chi riteneva che Negri fosse un partigiano semi anarchico della spontaneità si è sbagliato di grosso. La spontaneità è confinata da Negri nella sfera delle soggettività biopolitiche, alle singolarità desideranti, cioè nel campo della micropolitica sociale. Ma queste singolarità sono piccoli ingranaggi della grande macchina della storia che è causa sui, il cui movimento oggettivo è non solo determinato, ma predeterminato. Per Negri, come per Spinoza, la sola libertà concepibile è quella della consapevolezza della necessità razionale, dove al posto della metafisica Sostanza spinoziana, vien posta la forza creatrice delle moltitudini.
L’epistemologo Thomas Khun ci ha insegnato che lo sviluppo delle scienze non è mai lineare, che ci sono momenti nei quali, per progredire, gli scienziati debbono ricorrere a vere e proprie rivoluzioni (rotture dei paradigma).
 
Negri ha messo in guardia i suoi epigoni:
«… non saremo in grado di indicare alcuna concreta elaborazione, che sia già in atto, di un’alternativa politica all’Impero. Nessuno schema direttivo potrà mai essere ricavato da un’articolazione teorica come la nostra.» (Pagina 197).
Noi aggiungiamo che L’Impero, preso atto del crollo delle “grandi narrazioni”, espunto ogni orizzonte utopistico e ogni tentativo di dare un fine alla storia, è poco più di una “piccola narrazione” , certamente non rappresenta, in termini khuniani, una “rottura di paradigma”, non contiene infatti alcuna indicazione di una svolta per una nuova pratica scientifica che serva ai comunisti per rifondare il marxismo.
L’Impero, in quanto ci ripropone lo stantio assioma operaista, per quanto certi spunti siano da tenere nella dovuta considerazione, è un testo essenzialmente  conservatore.

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