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Susanna Camusso: il discorso d’ìncoronazione

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[ 04 novembre 2010 ]

NON SONO ROSE QUELLE CHE FIORIRANNO
Più sotto l’intervento integrale pronunciato da Susanna Camusso, non appena eletta Segretario Generale CGIL dal Comitato Direttivo Nazionale il 3 novembre 2010

Sciopero generale? Più no che sì. Le “aperture” negoziali della Confindustria e quelle di Bonanni, e la probabile uscita di scena di Berlusconi, per la Camusso, cambiano lo scenario politico. Il movimento e gli interessi dei lavoratori considerati così alla stregua di una variabile dipendente dei giochi di Palazzo. Come ella (ex-socialista, tesserata al PD e a suo tempo cacciata dalla FIOM) posizionerà la CGIL, non è difficile da immaginare. Si faccia attenzione a questo passaggio programmatico:
«Per progettare un CCNL più largo e meno prescrittivo, più inclusivo ed universale, affermando la necessità di una contrattazione di secondo livello sempre più ampia e diffusa perché la condizione di lavoro torni al centro della nostra iniziativa, dalla necessità di più contrattazione sociale per un welfare territoriale universale perché, per noi, nessuno deve essere escluso o condannato alla marginalità»
In poche parole: sì allo smantellamento del contratto nazionale, sì alle gabbie salariali e alla flessibilità. Sì infine ad un “welfare territoriale”, vale a dire diritti diversi a seconda dell’appartenenza regionale o distrettuale.

Care compagne, cari compagni,
vorrei iniziare con un ringraziamento, non formale, davvero non formale anche se può
apparire una frase rituale, a Guglielmo e a tutta la segreteria per aver avanzato un’indicazione sul mio nome. Ed anche un ringraziamento a tutto il CD ed al comitato dei saggi per il clima della consultazione che viene evidenziato dal verbale. Quel verbale la sua
conclusione, parlano del modo di essere della nostra organizzazione, quelle ragioni che
rendono la Cgil grande, appassionante, collegiale, collettiva e solidale.
Dalla consultazione  emerge questa caratteristica essenziale della nostra organizzazione,
emerge tutto il senso di responsabilità per un’organizzazione sotto attacco, in una stagione
in cui l’idea della contrattazione, la sua funzione, l’eguaglianza e l’universalità dai diritti alle
grandi reti sociali, vengono messe in discussione da un Governo e dalle associazioni
padronali che hanno scelto la divisione come strada di riduzione del potere dei lavoratori.
E’ per tutti noi evidente che vi è una relazione stretta tra l’intensità dell’attacco alla
rappresentanza collettiva – di chi vuole esercitare una politica di cambiamento – e l’utilizzo
di una crisi profonda, e che continua, e che viene usata per scaricarne i costi sui lavoratori.
La crisi che nel nostro Paese continua – come dicemmo fin dall’inizio – con una profondità
ben più radicale che in altri paesi, perché incrocia e si somma ai problemi strutturali del
nostro Paese.
Due anni di strumentale non governo della crisi hanno reso l’occupazione un’emergenza
davvero straordinaria, in particolare per giovani e donne. Due anni di attenzione solo al
debito pubblico e al rigore dei conti senza affrontare la necessità di redistribuzione
innanzitutto fiscale, senza intervenire su rendite e patrimoni. Due anni che hanno
alimentato la diseguaglianza, povertà e lavoro povero, disoccupazione, assenza di
prospettive per lavoratori e pensionati. Due anni di Governo apparentemente dedicati solo
all’immunità del Presidente del Consiglio. Nella realtà si è anche e soprattutto praticata
una politica di profonda divisione del Paese, dal reato di clandestinità al collegato al
lavoro. Una scelta di smantellamento dei diritti – contro una politica di attuazione della
Costituzione e del Welfare come rete di protezione universale – si è invece voluto giocare
una partita di solitudine dei lavoratori, provando a determinare la contrapposizione degli
interessi, nella paura, nell’insicurezza, il collocare sempre l’altro da sé nella dimensione
del concorrente, quando non del nemico. Una pratica di continua divisione nel Paese, ogni
soggetto contro l’altro.
Nel momento in cui nel mondo si levano, davvero, molte voci contro il liberismo e le sue
conseguenze economiche e sociali; abbiamo misurato e misuriamo l’incapacità dei governi
e delle organizzazioni mondiali ed europee di decidere politiche di governo della finanza,
di governo dell’economia, oggi più di allora ripensare la globalizzazione, i movimenti, una
riflessione che dovremmo fare anche in occasione del decennale di Genova. Il nostro
Governo non si è affatto distinto in questo campo, basta citare due aspetti, da un lato le
“bugie” che vengono raccontate sul nuovo patto di stabilità europeo e cosa determinerà
per il nostro Paese, dall’altro i tagli all’istruzione, scuola, università, alla ricerca, l’opposto di una politica per il futuro.
Ci sono chiare le ragioni del blocco finanziario e sociale che si difende e sostiene il
Governo, le ragioni di una destra che imita e traduce il “bushismo” caritatevole. Ci è
soprattutto chiaro che in questi due anni è la nostra mobilitazione, la sua continuità che ha
mantenuto aperta una prospettiva, ha limitato i danni, ha costruito: nel contrasto al
Governo e nella conduzione di migliaia di vertenze. Ha tenuto aperta una prospettiva,
attraverso l’iniziativa di mobilitazione e la contrattazione per impedire che disgregazione,
paure, tensioni fossero l’unico orizzonte.
Sappiamo bene che divisione, isolamento, paura, tensione possono rivolgersi anche ad
un’idea autoritaria e xenofoba. Un pericolo che esiste sempre, ancor più durante crisi
profonde, le spinte a soluzioni autoritarie, di chiusure nazionaliste e razziste si affacciano
in molti paesi;  vi sono segnali pesanti anche da noi, non sottovalutiamo i rischi, ma
nemmeno dobbiamo sottovalutare come spesso ci ha ricordato Guglielmo, la qualità
democratica e pacifica del movimento dei lavoratori, della nostra mobilitazione.
La nostra iniziativa e la mobilitazione per un progetto del Paese che ne contrasti il declino,
parola che oggi in molti riconoscono, alla quale siamo obbligati ad aggiungere degrado.
Degrado etico, morale, istituzionale, della funzione del Parlamento, controbilanciato solo
dal rigore costituzionale del nostro Presidente della Repubblica.
Che ci induce quotidianamente a rafforzare il nostro sforzo perché non si smarriscano i
valori della Costituzione del nostro Paese, della resistenza, della democrazia.
Reagire a tutto ciò rende essenziale, necessaria una costante e coerente iniziativa, perché
il nostro Paese, quello del lavoro, della fantasia, della generosità, dell’impegno quotidiano
non si merita questo Governo, questa assenza di futuro, questo degrado appunto.
E’ anche frutto della nostra costante iniziativa – che purtroppo non ha trovato Cisl e Uil
insieme a noi, se si riaprono segni di prospettiva, se vi sono elementi di disgregazione del
blocco sociale del Governo, con tutta la prudenza del caso, ci ricordiamo le  affermazioni e
i comportamenti di questi mesi, non possiamo non notare che si accentua la critica al
Governo delle associazioni di impresa, Confindustria in primis. Ciò può determinare
un’idea di ruolo delle parti sociali che indicano autonomamente l’agenda, che possono
trovare su alcuni temi convergenze. Come non vedere la differenza dalla stagione appena
trascorsa dove erano i ministri che dettavano agenda e rotture alle parti sociali.
Un confronto al quale partecipare con attenzione e serenità, finora ha prodotto
convergenze sull’emergenza, verificheremo portando le nostre ipotesi, i nostri giudizi, le
nostre piattaforme se potrà produrre altri risultati. Sarà il merito a decidere del confronto, lo valuteremo nell’organismo dirigente.
Siamo forti di un’idea diversa sul come uscire dalla crisi, dalla piattaforma sul fisco, agli
ammortizzatori, alla funzione del welfare, alla produttività tema nostro di prospettiva del
sistema che bisogna declinare positivamente e non come maggior sfruttamento o
allungamento dell’orario, ma ancora la politica industriale, l’innovazione e la ricerca, la
prospettiva del sistema la sua qualità come hanno bene rappresentato i lavoratori e le
lavoratrici della Fiat nella trasmissione di Lucia Annunziata.
Un’idea di Paese, che guarda alla questione nazionale, non vi è infatti una soluzione per il
Paese pensando di abbandonare il Mezzogiorno, o non guardando ai giovani ed al
superamento della precarietà come temi essenziali.
Un’idea di Paese che deve tornare a crescere, proponendo ambiente, sostenibilità,
economia verde non solo come vincoli, ma come principi ispiratori.
Un’idea di un Paese che non può vivere sott’acqua, rivolgiamo la nostra attenzione a
Vicenza, a Massa, alla Liguria, alle tante frane, alluvioni e tragedie che ogni giorno
travagliano il nostro Paese. Tragedie annunciate, un’assoluta emergenza che deve
tradursi in un piano straordinario di investimenti per il riassetto idrogeologico del territorio. 
Un’idea di Paese, del nostro Paese, l’idea di progetto che ha guidato il nostro congresso,
nell’ultimo come in quello precedente, ambedue segnati dalla prevalenza di anni guidati
dal Governo di centrodestra.
Questo governo del Paese è quello che ha portato l’occupazione ad essere la prima
emergenza ed il piano del lavoro la nostra proposta e la nostra iniziativa.
Nel documento conclusivo del congresso abbiamo detto che è nella nostra responsabilità:
la proposta.
Nella nostra responsabilità e nella nostra autonomia, un valore per noi fondante, mai
sacrificabile, l’autonomia e la natura confederale sono i nostri punti di forza. 
E’ nella nostra proposta la piattaforma che ci ha fatto indire per il 27 novembre una grande
manifestazione. Manifestazione per la quale dobbiamo impegnare tutta la nostra energia
nelle prossime settimane.
Abbiamo detto nelle conclusioni del direttivo di settembre, che il 27 è la continuità della
nostra iniziativa, della lunga mobilitazione durante la crisi, e che dopo il 27 valuteremo
come continuare, sulla base delle risposte che verranno, nell’attenzione ad una situazione
non più bloccata, immaginando che ogni mobilitazione, compreso lo sciopero generale
deve essere preparata e vissuta positivamente dai lavoratori e dalle lavoratrici, perché
deve segnare una crescita di partecipazione pur nella difficile situazione che ci consegna
la crisi anche nel rapporto con i lavoratori sulle forme di lotta.
Otto anni fa, con l’elezione di Guglielmo a segretario generale, una delle parole da lui
indicata fu sindacalizzazione, come la necessaria coerenza per una grande
organizzazione, abbiamo continuato ad avere questo tratto nelle nostre scelte.
In quel quadro di riferimento, al congresso, abbiamo posto al centro la contrattazione
fondamento del nostro agire.
Sulla contrattazione si è scatenato l’attacco più brutale di Governo e controparti. 
Dall’accordo separato sul modello contrattuale, al blocco dei contratti pubblici di tutti i
settori, al contratto separato ed alle deroghe nei metalmeccanici.
Un attacco al potere dei lavoratori e delle lavoratrici di intervenire sulle loro condizioni di
lavoro, alla funzione del sindacato come organizzazione autonoma, collettiva e
democratica.
Allora proprio su questo terreno dobbiamo invece spendere la nostra forza, la nostra
determinazione, nel mettere in campo la difesa e la proposta per riconquistarla.
Di fronte alla rottura non siamo arretrati, non abbiamo rinunciato, abbiamo lavorato per
determinare le condizioni per rinnovare gran parte dei CCNL, abbiamo contrattato, seppur
in difesa, luogo di lavoro per luogo di lavoro: sull’occupazione, gli ammortizzatori, la
riorganizzazione delle imprese, abbiamo allargato la contrattazione sociale per dare 
risposta alla condizione degli anziani, dei giovani, del lavoro che manca, del welfare
territoriale.
A fianco delle forzature, delle rotture, degli accordi separati, ci sono migliaia di accordi
unitari, quelli che dicono ai lavoratori che si può fare, che non subiamo solo il deficit di
risultati che viene dal sindacato diviso.
Quegli accordi ci confermano giorno per giorno che se si può parlare di coesione del
Paese è per il lavoro, l’iniziativa, l’attività delle migliaia di dirigenti, delegati, iscritti della
nostra organizzazione che hanno lottato e contrattato.
Dimostrandoci anche  che la difesa non è sufficiente, serve avere una proposta,
individuare i limiti ed avanzare idee. Dell’assumerci la responsabilità della proposta
abbiamo scritto nel documento conclusivo del congresso.
A Todi nel seminario del gruppo dirigente abbiamo cominciato un percorso di
elaborazione, avremo altri seminari di approfondimento di aspetti specifici, un processo di
elaborazione che dovrà coinvolgere tutte le nostre strutture per arrivare a definire la nostra
piattaforma.
Il nostro obiettivo è la riconquista di un modello contrattuale unitario ed universale, dentro
un’idea universale c’è la riconquista del contratto nazionale.
Abbiamo detto regole non deroghe, innovazione non conservazione, una bussola precisa.
Guardare a ciò che dobbiamo difendere, e a quanto dobbiamo cambiare.
Il primo imperativo è ridare valore universale al contratto nazionale, superando il limite di
oggi, che diventa debolezza, perché troppi, in particolare tra i giovani, non hanno nel
CCNL il loro riferimento, lo strumento di definizione dei loro diritti e delle loro tutele.
Siamo partiti per la nostra riflessione dall’assenza di un modello di riferimento, dall’esigenza di riconquista e da quella di allargamento.
Per progettare un CCNL più largo e meno prescrittivo, più inclusivo ed universale,
affermando la necessità di una contrattazione di secondo livello sempre più ampia e
diffusa perché la condizione di lavoro torni al centro della nostra iniziativa, dalla necessità di più contrattazione sociale per un welfare territoriale universale perché, per noi, nessuno
deve essere escluso o condannato alla marginalità.
L’obiettivo di riaprire per i lavoratori pubblici un percorso contrattuale, nel modello
universale, una dimensione che, oggi, è loro negata dalla manovra finanziaria, e dalle
leggi.
Un modello che riapra una prospettiva per i meccanici, come hanno rivendicato nella loro
autorevole e grande manifestazione del 16 ottobre, contrastando le deroghe.
Un modello che non ci fa dimenticare che regole servono per dare una prospettiva alle
categorie più deboli e frammentate.
Una proposta che non potrà che venir indicata alle altre organizzazioni sindacali, come
terreno di riconquista di un’autorevolezza contrattuale che con tutta evidenza la divisione
ha messo in discussione.
Farlo richiede una forte autonomia e certezza delle regole, infatti risulta difficile pensare ad
un’unità sindacale politica nel breve, sono venute meno le normali relazioni – come
definire altrimenti che anche piattaforme comuni, come quella del fisco vengano da Cisl e
Uil utilizzate nella divisione e qualche volta appaiono utilizzate a sostegno del Governo.
Bisogna allora ripartire dalla democrazia e dalla rappresentanza, ma non ci si può affidare
solo alla legge che vogliamo, e sappiamo, inoltre, che è difficilmente ottenibile da questo
Parlamento.
Per questo, insieme al confronto con le parti sociali che continuerà nelle prossime
settimane, una nostra proposta sarà il tema di una prossima riunione del CD. 
Dobbiamo costruire una proposta che sfidi Cisl e Uil ed anche le nostre controparti a
decidere regole e procedure.
In questo è fondamentale fare della iniziativa per il rispetto del voto delle RSU nei settori
pubblici un tema di mobilitazione di tutta la Cgil.
Pensiamo che la nostra idea non possa limitarsi al riferimento alla piattaforma del 2008,
non basta più, quella modalità era disegnata in una stagione in cui la rottura era
l’eccezione e le regole erano condivise, c’erano l’autonomia dal governo e dalle controparti
da parte di tutte le OO.SS.
Per questo serve misurare davvero la rappresentatività per determinare la
rappresentanza. Per questo pensiamo che si può andare oltre il 51% per favorire l’idea di
coalizione, per questo vorremmo favorire il mandato e non solo il voto dei lavoratori.
E’ nella responsabilità di una grande organizzazione come siamo, quella di saper proporre
un’idea di prospettiva non di pura sanzione della divisione, un’idea di partecipazione
positiva dei lavoratori, insieme all’assunzione di responsabilità delle organizzazioni. Per
questo ci pare importante ma non sufficiente ridurre tutto al solo tema del voto
referendario. Abbiamo bisogno di accrescere democrazia e favorire condivisione, non
della sola misura della rottura.
Ho fin qui ripreso, con la dovuta sintesi e saltando quindi molti aspetti, le caratteristiche
fondamentali del nostro fare, come ce le consegna il congresso e la lunga stagione di
mobilitazione: 
il lavoro pubblico che traguarda welfare e i diritti di cittadinanza.
Il lavoro e la politica industria e dei servizi la contrattazione strumento generale e di
unificazione.
Il Mezzogiorno come questione nazionale
la contrattazione sociale luogo dei diritti e della riduzione della diseguaglianza. 
Il territorio, individuato giustamente nella conferenza di organizzazione come punto da cui
partire per ricomporre, organizzazione, rappresentare ciò che la crisi, il liberismo, la
politica del centrodestra e la filosofia del piccolo è bello hanno frantumato e diviso.
Il territorio nel quale declinare il piano per il lavoro, lo strumento ed il luogo per dare senso
ad un’idea di futuro per i giovani, che invece viene negato dai tagli alla scuola,
all’istruzione, alla spesa pubblica, come il blocco del turn over e la non stabilizzazione, la
crescita della disoccupazione.
Il 27 novembre il nostro slogan sarà il futuro dei giovani e del lavoro, perché vogliamo
futuro e non debito, perché vogliamo famiglie libere di scegliere e non trasformate in
ammortizzatori mascherati, perché vogliamo invecchiamento attivo, non costretto a
mantenere le speranze di giovani a cui vengono negate.
Ho finora usato il noi perché certamente la dichiarazione programmatica è chiesta al
candidato, espressione del mandato, ma non è e non può essere un programma
individuale, si misura e prospetta un lavoro che non può che essere collettivo, espressione
del mandato dei nostri iscritti al congresso, del lavoro collegiale svolto dalla segreteria,
delle discussioni e delle decisioni del CD.
E’ questo il tratto non solo della nostra democrazia interna, ma il senso della nostra
confederalità ed il rifiuto di riconoscere modernità in una modalità che demolisce
l’organizzazione collettiva e si affida ai leader, un modello che non può essere nelle corde
di un sindacato, un modello che basta volgere lo sguardo per capire che ha prodotto la
riduzione del radicamento ed indebolito la politica.
Qui, per venire a noi, sta il senso di segretario generali di tutti, nella democrazia della
nostra organizzazione non può che essere così, nel rispetto e nella solidarietà reciproca,
nel rispetto e nell’attuazione delle regole che ci siamo dati.
Se questo CD vorrà conferirmi il mandato, proporrò alla segreteria che il primo
appuntamento di inizio d’anno, sia l’assemblea delle camere del lavoro, per rendere
costante quel coinvolgimento e quell’allargamento della discussione che giustamente sta a
cuore a molti.
Essere lealmente segretario di tutti e tutte richiede di custodire gelosamente e
costantemente il nostro pluralismo, vorrei dire il nostro ricco pluralismo, fatto di genere di
età, di mozioni, di provenienza, di tante storie individuali e collettive.
Vorrei ricordare a tutti noi che il documento finale del congresso si concludeva con
l’affermazione: l’unità e il pluralismo sono la forza della Cgil.
Il congresso ci ha visto impegnati in una discussione vera e profonda, impegnativa e non
ci ha portato ad una conclusione unitaria.
Non è nell’interesse generale della nostra organizzazione determinare cristallizzazioni
delle posizioni. Come nell’andamento del congresso, il tratto oggi non è uniforme in tutte le
strutture. Vi è un processo che va favorito, che sappia che non è utile l’opposizione
interna, che va favorita la condivisione dei programmi, che grande attenzione dev’essere
dedicata a rispettare confederalità ed autonomia della nostra organizzazione.
L’impegno collettivo di tutto il gruppo dirigente può e deve essere quello di rafforzare il
percorso unitario, nella chiarezza e nel rispetto della condivisione del che fare, degli
impegni che abbiamo preso con i nostri iscritti, con la responsabilità dell’iniziativa a cui
siamo chiamati per dare una prospettiva di futuro.
Questo l’impegno che vi propongo, se il CD deciderà, nel voto, di conferirmi il mandato. 
E permettetemi nell’avviarmi alla conclusione, di ragionare di un tema, quello della prima
volta di una donna proposta per la direzione della Cgil, scelta per la quale è d’obbligo
ringraziare il segretario che ha voluto proporre il tema all’organizzazione, ed anche
occasione per vedere la grandezza della Cgil che può fare come scelta e coerente
conseguenza di un percorso voluto ed esercitato da tante compagne, iscritte, delegate
dirigenti, che hanno fatto si che la Cgil si veda come è, un’organizzazione di donne e
uomini.
Un’organizzazione che ha saputo coniugare e far convivere punti di vista diversi e che
forte di questo riconoscimento della differenza, sa oggi vedere le tante diversità come
ricchezza e non come limite.
Si è ricordato nella consultazione, la mia cultura e formazione della pratica di genere,
essere segretario di tutti, non può farla venire meno, è un tratto di un’idea di società, di
democrazia, di cittadinanza, un’idea ancora ben lontana dal realizzarsi, basta uno sguardo
ai giornali o intorno a noi per domandarsi quanto questo Paese arretri, e quanto diventi,
per me, sempre più vero che la condizione delle donne è il metro di misura della
democrazia di un Paese,  e la democrazia oggi, nel nostro Paese non si sente tanto bene. 
Se questo è l’orizzonte politico di una lettura di genere, nell’impegno sindacale e sociale,
ci sono anche impegni da prendere e completare, a partire dal completamento della
segreteria che deve vedere il rispetto della norma antidiscriminatoria come abbiamo
deciso con il dispositivo del direttivo che ha eletto la segreteria.
Abbiamo con il congresso, ed è nelle mie intenzioni rispettarlo, preso l’impegno di un
processo di rinnovamento, della promozione di giovani uomini e donne, di migranti e nel
nostro orizzonte si deve raggiungere la parità negli organismi esecutivi.
Quale migliore risultato per la nostra organizzazione di quello di essere i promotori di una
rappresentanza che legge il paese reale, quello del lavoro e del rispetto, quello della
dignità e dei diritti, quello che non vediamo in TV, ma troviamo nei luoghi di lavoro, nelle
piazze, nella realtà.
Care compagne e cari compagni, se con il vostro voto deciderete di affidarmi l’incarico di
segretario della nostra organizzazione, l’impegno che assumo è quello di essere lealmente
al servizio della nostra organizzazione. Penso che per ognuno di noi la Cgil solleciti
passione, affetto, impegno, che è alla nostra organizzazione che dobbiamo quello che
siamo e mai il contrario.
E’ una responsabilità grande che fa tremare, mi è chiara la complessità, la responsabilità,
ma posso dire che qualunque sarà il voto di ognuno di voi, qualunque sarà l’esito, questa
responsabilità si può assumere perché siamo un’organizzazione collettiva, collegiale con
una grande solidarietà generale e nel gruppo dirigente.
Un’organizzazione in cui ognuno è chiamato a pensarsi parte di e non navigatore solitario.
Fonte: sito della CGIL
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