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Il Partito e l’aria fritta

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SE BASTASSERO LE BUONE INTENZIONI

in risposta ad un nostro lettore sulla questione del Partito

di Moreno Pasquinelli



Roberto, un nostro lettore, ha duramente commentato l’altro ieri il pezzo di Piemme sul marasma politico che attanaglia la Casta e il Palazzo dal titolo La manfrina:
«Un articolo interessante da leggere, uno dei tanti, e ne seguiranno ancora; però a lungo andare saranno noiosi come lo spettacolo stantio e pericoloso che ci propinano i partiti abbarbicati al palazzo del potere, da destra a sinistra; sarebbe oltremodo interessante ed opportuno che da questo blog si proponesse il che fare e come fare per l’aggregazione delle energie classiste ed anticapitaliste, per una lunga marcia verso il socialismo; tutto il resto è aria fritta».





Dunque, se non comprendo male, l’urgenza e la necessità di un partito anticapitalista, (“aggregazione” infatti, se non è un sinonimo, è concetto alquanto astratto) poiché, evidentemente, ciò che già esiste sotto questo nome, non pare né adeguato né all’altezza. E siccome a Roberto non sfugge che siamo sulla medesima lunghezza d’onda, la perentoria richiesta: “Ma voi che fate affinché questo partito prenda forma”? Risposta: facciamo quel che possiamo, quel che le nostre modestissime forze ci consentono. 


Questo blog è la voce sul web di un’Associazione. Non ci consideriamo certo un Partito, ma un laboratorio politico, uno strumento per contribuire a gettare le fondamenta del Partito di domani. Non ci passa per la testa autoproclamarci quello che non siamo. Prendiamo sul serio la cosa e noi stessi, e non vogliamo farci ridere alle spalle. Sono in tanti che in questi ultimi anni, dopo l’implosione della sinistra storica e in particolare la diaspora del Prc che,  imperterriti, cocciuti come muli, si sono costituiti in Partito. Non avulsi da un certo narcisismo, convinti che il solo proclamare la fondazione di un altro “nuovissimo” partito avrebbe avuto un miracolistico effetto moltiplicatore.


Nella testa di costoro è evidentemente sufficiente ritenere di avere cose e idee importanti e giuste da dire per costituire in Partito anticapitalista. Da che dipende la scarsità dei consensi da essi ottenuti? Di primo acchito uno potrebbe rispondere: “evidentemente tali idee non erano importanti e giuste come ritenuto”. Oppure: “buone idee non sono sufficienti, occorrono un’adeguata pratica politica e mezzi sufficienti”. Infine: “non bastano idee buone, occorre che a portarle avanti siano uomini e donne all’altezza, preparati, convinti, con un prestigio tra i cittadini”.


Tutte risposte azzeccate, ma esse hanno un difetto: sono tutte impregnate (mi scuseranno i lettori se ricorro a categorie desuete) di soggettivismo e di volontarismo. Forse che, se ad esempio noi avessimo buone idee, ottimi militanti, un’adeguata pratica e mezzi sufficienti, avremmo, ipso facto, un Partito che abbia la forza e l’impatto sufficiente per essere credibile, non diciamo agli occhi di larghe masse, ma quantomeno di “ristrette masse”? O non resterebbe forse, malgrado i suoi punti di forza, date le condizioni sociali, la sconfitta storica da cui veniamo e l’habitat ostile, un organismo minoritario, debole, esposto al rischio del disfacimento? Domande retoriche: le risposte sono un No alla prima domanda e un SÌ alla seconda.


Per dar vita ad un gruppo è sufficiente la volontà dei suoi fondatori. E noi questo abbiamo fatto, dando vita alla nostra Associazione Rivoluzione Democratica. Per un Partito no, se per Partito intendiamo una forza storica che aspira all’egemonia e alla vittoria sul capitalismo. Sono necessarie, affinché la fondazione di un Partito non sia un fragile slancio soggettivistico, determinate, favorevoli condizioni storico-sociali. Allo slancio soggettivo deve cioè corrispondere la “maturità” di alcuni fattori oggettivi. Lo slancio soggettivo deve insomma incontrare e sposarsi con una spinta sociale rivoluzionaria, per quanto incipiente.


Questa spinta, non c’ é, e non è che questa possa essere prodotta dall’azione di qualcuno, di questo o quel raggruppamento rivoluzionario. Essa, tutt’al più, può essere stimolata e alimentata, ma non creata ex novo, da nessuna pattuglia di pretese “avanguardie”. Questa spinta sociale rivoluzionaria, per quanto non vada attesa fatalisticamente (alla bordighista per capirci), può essere prodotta solo dalla società, dalla crisi sistemica, e dalle masse medesime. Siamo lontani mille miglia da ogni determinismo (una nuova desueta categoria si dirà), non pensiamo insomma che tale spinta sia il risultato automatico dello sviluppo economico, delle forze produttive e amenità del genere. Al contrario! Questa spinta sociale rivoluzionaria, nasce solo dall’inceppamento dei meccanismi di sviluppo capitalistici, dall’incapacità del Capitale di assicurare crescita e benessere, dal crollo della sua “grande narrazione” progressista. Ma fermarsi a questo sarebbe disvelare un economicismo al contrario. Possiamo essere più precisi: questa spinta è figlia anzitutto del conflitto, della lotta, della guerra, ieri avremmo detto di classe. E’ solo nel conflitto che gli oppressi prendono coscienza di sé stessi, fiducia nella propria forza; che prendono contatto col loro nemico, non più come moltitudine di schiavi, ma come potenza antagonistica.


Ora, è vero che, come da tempo andiamo ripetendo, siamo dentro ad una crisi storico-sistemica del capitalismo occidentale, e che l’Italia è un anello debole della catena imperialistica. Ma siamo solo agli inizi. Questa crisi, come la Vecchia Talpa di Marx, deve ancora scavare, e molto. E’ comprensibile che chi odi e disprezzi nel più profondo del suo animo questo sistema, metta urgenza, metta fretta. L’orologio delle masse però, è sempre indietro rispetto a quello della minoranze agguerrite. 


Non abbiamo ancora un conflitto sociale generale, ma solo momenti, dispersi, “coriandolari” di resistenza, i quali, come si evince dai fatti, non diventeranno movimento generale antagonistico in tempi stretti. Occorre dunque portare pazienza, agire (e ragionare!) ma consapevoli che i tempi non sono ancora maturi, che questa maturità non dipende da quanto facciamo, tanto meno da quanto diciamo. La differenza tra un rivoluzionario e un ribelle sta tutta qui: che il primo fa il passo secondo la gamba, che sa leggere la situazione e i rapporti di forza, che si getta nella mischia né un momento dopo, né un momento prima, ma solo in  quello giusto. Il rivoluzionario, certo, deve precedere le masse, ma senza mai separarsene, senza mai avanzarle troppo, poiché il rischio è che cada facile preda del nemico, e di una pratica avventuristica ed estremistica. Poiché l’estremismo non consiste nell’adozione di misure, pratiche e metodi radicali, quanto nella loro effettuazione nel momento sbagliato.


Attendismo? per niente! C’è un sacco da fare in attesa di questa spinta sociale rivoluzionaria (che io non vedo vicina, vedo anzi prossima anzi la spinta opposta). Ma cosa c’è da fare esattamente? Mettere ordine nelle idee, capire meglio il nemico e il terreno su cui ci costringerà a combattere, afferrare e indicare con esattezza le contraddizioni principali e quelle secondarie. I buoi vanno davanti al carro, la teoria prima dell’azione, il programma prima del partito. C’è un sacco da fare, tra cui, scusate se è poco, dotarsi di un programma   sociale indichi come uscire dalla crisi e dal capitalismo (da non confondere con le pie intenzioni, con le ricette che della cucina socialista dell’avvenire), senza il quale nessuna “aggregazione” darebbe frutti


Su questo terreno riteniamo di aver fatto e di star producendo molto, e tutto quello che produciamo lo pubblichiamo su questo blog, con risultati sinceramente sconfortanti. Non ci manca la tenacia, senza la quale nessuna impresa è possibile. Ma quanti sono quelli che condividono le nostre proposte? Quelli che leggono con attenzione i nostri contributi politici più significativi e non il gossip sinistro? Pochi, visto che le visite giornaliere al blog sono di poche centinaia. Cosa volete che siano alcune migliaia di lettori in un mese davanti alle corazzate mediatiche del Capitale? O diverse decine ai nostri seminari?


Allora il problema è, probabilmente, che non solo manca la spinta sociale rivoluzionaria, che è ancora fortissimo l’esodo dall’impegno sociale, che l’analfabetismo politico è agghiacciante. Forse la scarsità dei consensi che otteniamo, dipende dal fatto che le nostre idee non sono sufficientemente chiare, che non abbiamo una pratica adeguata, né i mezzi sufficienti. Forse noi per primi non siamo all’altezza dei compiti ambiziosi che ci siamo prefissi.


Forse Roberto considererà anche questa mia risposta “aria fritta”. Desolato vorrei tuttavia consigliargli la lettura di questo documento «per il Partito», che forse spiega meglio di quanto abbia potuto fare io, le idee e le posizioni in cui mi riconosco.

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Un pensiero su “Il Partito e l’aria fritta”

  1. roberto grienti dice:

    caro moreno non credevo di sollecitare un lunga e ponderata risposta della quale concordo su parecchi punti; ma chiedo: quando ci accorgeremo dell'ora X?; certo non sarà la stella cometa ad indicarci la direzione; ed allora rifaccio la domanda: che fare e come fare?; conosco personalmente le difficoltà in cui sia dibatte l'associazione, ed è lodevole ciò che fa per allargare il campo di adesione; chiaramente, a scanzo di equivoci, non propendo per ripetere l'esperienza della costruzione del partito bolscevico di lenin, partito costruito tenacemente e pazientemente date le condizioni storico-sociali proibitive; concordando con gramsci sul comunismo come quotidiano divenire, si potrebbe lievitare il divenire medesimo, nel nostro piccolo infinitesimale, pensando di dedicare comunque per cominciare, un seminario sul partito; chiaramente un partito distinto dai tanti partiti comunisti, resi sterili dalla loro sterilità; leggerò attentamente ciò che mi hai consigliato, convinto il nostro dialogo continuerà.

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