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EFFETTO COLLATERALE (II)

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Altro che scomparsa del taylorismo, nella FIAT del futuro
l’operaio, da protesi della macchina, diventa macchina
egli stesso


World class manufacturing? Taylorismo rafforzato

A proposito di Negri e dei teorici del «lavoro cognitivo» o «immateriale»


(Seconda parte)
Leggi la Prima parte

di Stefano Cingolani*

Di seguito un articolo che spiega in breve in cosa consista il nuovo regime di fabbrica che entrerà in vigore non solo a Mirafiori e Pomigliano ma in tutti gli stabilimenti FIAT. L’apologia dell’autore rispetto al cambiamento (che tradisce appunto l’inganno ideologico innovazionistico) cozza con l’indagine, che spiega appunto che non solo non c’è alcun superamento del taylorismo bensì un taylorismo portato alle estreme conseguenze possibili. Altro che lavoro mentale o “cognitivo”, altro che liberazione dall’alienazione e dalla ripetitività: l‘operaio ridotto ad un automa, le sue mosse calcolate al millesimo, monitorate. Il «tutto viene controllato come sempre dai cronometristi, i “cronu” dei vecchi operai torinesi. Allora, stavano accanto ai montatori con l’orologio in mano; adesso sono davanti ai computer e guardano le tabelle che escono dai calcolatori. Sempre controllori rimangono, sempre avversari tecnici degli operai, ma la distanza riduce le tensioni». Sarebbero questi  “lavoratori cognitivi” la punta di lancia della lotta di liberazione? Suvvia!

«Il cuore dell’accordo che oggi i lavoratori di Mirafiori andranno a votare è contenuto nell’appendice settima del contratto proposto da Marchionne. In particolare, nelle tabelle sui turni, gli orari e le pause, ma ancor più nelle sezioni della “struttura del sistema Eaws (European assembly worksheet)” e nel grafico che rappresenta la curva ergo-uas (ergonomic universal analyzing system). Dimenticate Charlot nell’infernale ingranaggio di “Tempi moderni”. E’ piuttosto taylorismo d’antan. Si tratta infatti di uno schema puntiglioso delle posizioni che un operaio deve assumere per montare i pezzi della scocca. Ottimizzate le mosse, si passa alla velocità delle linee e alle pause, ridotte per montare più auto possibili nel più breve tempo, ma anche perché si risparmia energia nervosa e muscolare, minimizzando i margini di errore e migliorando la qualità del prodotto. L’operaio del nuovo secolo, insomma, ha un profilo antropologico nuovo, è un ibrido al quale viene applicata una scienza quasi maniacale delle posizioni e dei comportamenti. Al centro della produzione torna il corpo:
l’uomo diventa macchina egli stesso, quasi a voler applicare una filosofia illuminista.

Il cuore dell’accordo che oggi i lavoratori di Mirafiori andranno a votare (una novantina di pagine difficili da decifrare per i non professionisti del negoziato) è contenuto nell’appendice settima, nelle tabelle sui turni, gli orari e le pause, ma ancor più nelle quattro sezioni della “struttura del sistema Eaws (European assembly worksheet)” e nel grafico che rappresenta la curva ergo-uas (ergonomic universal analyzing system). Si tratta di uno schema puntiglioso delle posizioni che un operaio deve assumere per montare i pezzi della scocca. 


Vengono raffigurati omini stilizzati, come quelli dei bambini all’asilo, in ogni possibile postura di lavoro, “azione di forza”, movimentazione manuale dei carichi, frequenze nei movimenti di mani e braccia, carichi da sopportare. Il tutto compone due indici sintetici, quello del corpo intero e quello degli arti superiori, il primo “misura il rischio a breve termine a cui il sistema osteomuscolare viene esposto sulla base di relazioni biomeccaniche e biofisiche”, l’altro “misura il rischio di medio-lungo termine a cui i tendini del sistema spalla-braccio-mano sono esposti in base a dati epidemiologici”. Ottimizzate le mosse, si passa alla velocità delle linee e alle pause, ridotte per montare più auto possibili nel più breve tempo, ma anche perché si risparmia energia nervosa e muscolare, minimizzando i margini di errore e migliorando la qualità del prodotto.

E’ questo il sistema che il professor Hajime Yamashina, docente all’Università di Kyoto, ha messo a punto per la Fiat, prima a Pomigliano, poi a Mirafiori, adattando i dettami della world class manufacturing. Dimenticate Charlot nell’infernale ingranaggio di “Tempi moderni”. E’ taylorismo d’antan. Lasciate stare il robot tuttofare al quale basta un tecnico in camice bianco davanti a una consolle. Era il sogno di Vittorio Ghidella con la sua fabbrica superautomatica. Poi è arrivata la produzione su misura, il piccolo impianto, flessibile e specializzato. Non più grandi stabilimenti come la vecchia Mirafiori dove entrava l’acciaio grezzo e usciva un’auto ben verniciata. Anche l’idea della robotizzazione spinta, così, appartiene al passato. E il ritorno al mestiere, modello Toyota? Con le isole di montaggio, la rotazione delle mansioni, il gioco di squadra, il caporeparto come un maestro zen. Bello, e impossibile (o quasi) nell’occidente individualistico e conflittuale. No, l’operaio del nuovo secolo ha un profilo antropologico nuovo, è un ibrido al quale viene applicata una scienza delle posizioni e dei comportamenti, puntigliosa, quasi maniacale. Al centro della produzione torna il corpo: l’uomo non è più, come riteneva Karl Marx, un’appendice della macchina, diventa macchina egli stesso, quasi a voler applicare la filosofia illuminista di Julien Offray de La Mettrie.

A parte ogni pregiudizio filosofico contro il materialismo spinto dell’homme machine, l’ambiente e il modo di lavorare migliorano rispetto alla catena di montaggio tradizionale. Un esempio per tutti: i pezzi sono più vicini, se prima bisognava fare quattro passi per andare a prenderli, ora basta la torsione del busto. Una volta, l’operazione faticosa veniva premiata con più tempo per eseguirla, oggi la fatica si riduce e con essa il tempo. E’ questo lo scambio, ineguale per la Fiom e virtuoso per la Fiat. Rapidità e abilità contano più della forza o della resistenza. Tutto viene controllato come sempre dai cronometristi, i “cronu” dei vecchi operai torinesi. Allora, stavano accanto ai montatori con l’orologio in mano; adesso sono davanti ai computer e guardano le tabelle che escono dai calcolatori. Sempre controllori rimangono, sempre avversari tecnici degli operai, ma la distanza riduce le tensioni. Il fronte del no lamenta la frenetica frequenza dei ritmi: l’obiettivo è una vettura al minuto. Ma non tutti gli oppositori la pensano allo stesso modo. Scrive “Fumino, operaio in linea” sul sito ForumSinistra: “Secondo me è importante avere diritti e essere pagati, ma la produttività in sé è una cosa positiva, non trovate?”. Insomma, è una questione di bonus, anche per gli operai non solo per i manager».


Fonte: IL FOGLIO del 13 gennaio 2011
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Un pensiero su “EFFETTO COLLATERALE (II)”

  1. Anonimo dice:

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