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FORUM: QUALE ALTERNATIVA (2)

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Mario Tronti:
“Il problema è l’organizzazione”
«Riunificare il fronte, costruire un nuovo programma»

di Mario Tronti

Intervista a cura di Tonino Bucci* 


«Abbiamo bisogno di una grande preparazione politica e culturale, di un gruppo dirigente all’altezza, e di una nuova forma organizzata che abbia una visione strategica. Ma non può nascere dal nulla, ci vuole una grande spinta dal basso. (…) 
Come si ricostruisce una forma organizzata di lotta generale su queste spinte che tornano e che tenderanno sempre di più a radicalizzarsi? Questo è un capitalismo che non lascia margini di compromesso. Marchionne ne è la dimostrazione». 

Molto più di un’epoca ci separa dal giorno della fondazione del PcdI. Un partito che nasceva, certo, sull’onda lunga della rivoluzione d’Ottobre, ma anche per effetto dei fallimenti del socialismo italiano: ad essere più precisi, dell’incapacità del Psi di imprimere una ‘direzione politica’ alle occupazioni delle fabbriche del ’19-’20. C’era il conflitto operaio, mancava un partito all’altezza, un’organizzazione politica che gli corrispondesse. Oggi come ieri? Chissà che l’analogia non regga. Ne abbiamo parlato con Mario Tronti, tra gli ospiti del convegno che si terrà oggi a Roma, “21 gennaio 1921, pensando il futuro…”.

Il PcdI nacque per dare una risposta politica al protagonismo operaio. C’è però chi dice che fu solo un riflesso meccanico dei fatti di Russia. Quale delle due? 


C’è il problema di come affrontare questo anniversario oggi, in un altro mondo. E’ interessante che da varie parti si ritorni a pensare questa storia, a come è nata e a come si è sviluppata. Gli anniversari sono sempre occasione di riflessione. E’ vero che ci sono queste interpretazioni, se la scissione di Livorno sia stata provocata dalla tensione massima che si era realizzata a livello sociale e nella classe operaia oppure se sia stata determinata dalla rottura rivoluzionaria in Russia. Io credo che ci siano ambedue gli aspetti. I fatti di Russia e il livello di lotta di classe nelle fabbriche hanno reso possibile insieme la nascita di un partito di tipo nuovo. Oggi l’interpretazione vera da sconfiggere è quella dominante, secondo cui la scissione di Livorno sarebbe stata fondamentalmente un errore: perché è stata un evento scissionistico, perché avrebbe interrotto la possibile evoluzione del partito socialista, che probabilmente senza quella scissione avrebbe proseguito la via delle grandi socialdemocrazie europee. Qualcuno dice addirittura che questa rottura radicale avrebbe favorito l’avvento del fascismo e di una risposta di sistema totalitaria. Ma sono tutte storie fatte con il “se”. A noi interessa più capire come con la scissione di Livorno si sia saldata un’opposizione sociale forte a una nuova forma di organizzazione del movimento operaio, a un partito nuovo di tipo comunista.

Merito soprattutto del gruppo Ordine Nuovo che elaborò, nel vivo delle fabbriche, una riflessione sul potere, sul controllo della produzione, sul rapporto tra partito e classe. No? 


L’Ordine Nuovo di Gramsci non fu un semplice gruppo giornalistico, ma un collettivo intellettualmente molto ferrato. Il PcdI nasce su basi molto solide, questo è il motivo per cui è cresciuto attraverso la lotta antifascista e si è poi ritrovato, al crollo del fascismo, come una grande forza popolare e radicata nel paese. Era partito da un impianto strategico molto forte. Questo ci dà da pensare oggi. Abbiamo bisogno di una grande preparazione politica e culturale, di un gruppo dirigente all’altezza, e di una nuova forma organizzata che abbia una visione strategica. Ma non può nascere dal nulla, ci vuole una grande spinta dal basso. Il partito comunista è nato su queste opzioni, una grande operazione di organizzazione delle masse, antispontaneista. Il socialismo aveva avuto anche grandi meriti nella organizzazione delle masse con le esperienze ottocentesche – in parte andrebbero riprese oggi, il mutualismo, la cooperazione, le associazioni dal basso. Ma non aveva quello che avrebbe avuto il movimento comunista: il primato dell’organizzazione. Questi sono i temi che oggi ritornano, naturalmente all’interno di rapporti di forza rovesciati.

Oggi siamo in una fase difensiva. Avremmo bisogno di un gruppo dirigente sul modello ordinovista… 


Quei tempi di ferro e di fuoco hanno prodotto uomini all’altezza del compito, com’era il gruppo dirigente ordinovista, capace di costruire uno strumento in grado di durare, di crescere, di radicarsi. Il problema è che quando non ci sono tempi di ferro e di fuoco questi uomini non vengono fuori. La considerazione amara, oggi, è che noi veniamo fuori da una storia che rispetto a quella storia là, è una storia ”normale”…

Una storia in pantofole… 


La storia in pantofole fa venire fuori uomini in giacca da camera. Scherzi a parte, scontiamo decenni di stasi storica. E’ da tempo ormai che a livello di fondamenti della società non succede niente. Il tramonto dell’occidente, qui, ha tagliato le gambe alla rivoluzione operaia. Questo non significa votarsi al pessimismo. Chiediamoci piuttosto in che modo, di fronte a questa ripresa di soggettività dal basso, anche in forma radicalizzata – certo, non al livello delle occupazioni delle fabbriche del ’19-’20 – noi possiamo oggi ricostruire una soggettività che gli corrisponda politicamente dall’alto. C’è un ritorno inaspettato della centralità operaia, per giorni televisione e giornali hanno parlato del caso Mirafiori. Si può proporre un’analogia tra i compiti che abbiamo oggi e quelli ai quali nel ’21 si rispose con la scissione comunista. Come si ricostruisce una forma organizzata di lotta generale su queste spinte che tornano e che tenderanno sempre di più a radicalizzarsi? Questo è un capitalismo che non lascia margini di compromesso. Marchionne ne è la dimostrazione.

Non basta oggi dichiarare solidarietà alla Fiom e poi buttare sulle spalle del sindacato compiti che sarebbero propri della politica. Serve un partito organizzato, non credi? 


Così facendo, tra l’altro, si danneggia la stessa Fiom, accreditando l’idea di un sindacato ”politico” di una parte. Bisogna riproporre il tema dell’organizzazione politica, come si ricostruisce una grande sinistra politica in grado di interloquire e rappresentare queste nuove spinte.

Non credi che oggi sia così importante la “forma”, l’organizzazione politica, da dover considerare il programma, più o meno radicale, un problema “successivo”, da definirsi nel vivo della dialettica? 


Oggi il problema non è più quello delle due sinistre, una riformista, l’altra radicale, il problema è di riunificare un fronte che, sulla base di queste spinte, potrebbe essere portato a porsi obiettivi più avanzati. Il programma più avanzato si deve far emergere dalla forma organizzata che si ricollega alle spinte sociali dal basso. Questa è un’operazione che bisogna fare rompendo tutti i compartimenti stagni e riproponendo un processo unitario. ‘Lavoro e libertà’ (l’associazione promossa da Tronti e altri di recente, ndr) si pone questo obiettivo, che non riduca alla solidarietà con la Fiom ma si allarghi a tutto il campo della sinistra. Operazione non facile ma possibile».

Fonte: Liberazione del 21 gennaio 2011
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