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MIRAFIORI: LA RESA DEI CONTI

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Quando i sindacati non erano stati “fascistizzati”

La FIOM resiste. 
E poi?
La questione del «partito operaio» e della nazionalizzazione della FIAT


di Piemme

Con l’approssimarsi del referendum negli stabilimenti di Mirafiori, la polemica sulla vicenda dell’accordo del 23 dicembre, è oramai al calor bianco. Dal salone dell’auto di Detroit, Marchionne Paperone ha ribadito che se il “Sì” non passa, lui chiuderà la fabbrica torinese, per spostarla altrove. Per poi precisare: «Non c’è alcun ricatto, abbiamo posto i lavoratori davanti ad un’alternativa». La battaglia di classe è diventata anche disputa semantica, e non per sbaglio, visto che quando gli interessi in gioco sono antagonistici, neanche la lingua può rifugiarsi nel cantuccio della neutralità o dell’obiettività.
Nel nostro dizionario le cose stanno così, che il Ricatto è l’atto per cui il più forte impone al più debole la propria unilaterale decisione, dalla quale il debole non può sottrarsi, mentre l’Alternativa è la possibile scelta tra due possibilità, diverse ed opposte, ma entrambi plausibili. L’alternativa di Marchionne è la stessa del ladro che punta alla tempia del malcapitato la sua pistola ed esclama: “A me la borsa, altrimenti t’ammazzo”! Vorrei vedere in quale tribunale il giudice darà le attenuanti al delinquente in quanto egli, lungi dall’aver compiuto un’estorsione a mano armata, gli ha democraticamente offerto… l’alternativa.


Questo conflitto linguistico è una metafora di quello in corso in Fiat. Dopo decenni di melassa semantica politicamente corretta, di osanna alla fine del “novecentesco” conflitto di classe, la realtà si prende una bella rivincita. Ove la realtà si chiama, capitalismo, per cui, prima o poi, dopo una tregua più o meno lunga, le sue contraddizioni intrinseche vengono inesorabilmente a galla. E si riprende una bella rivincita il Carlo Marx, che spiegava come e perché Capitale e Lavoro, hanno interessi contrapposti, i quali si fanno valere, anzitutto in tempi di crisi, e ciò a prescindere dalla coscienza e dai fini di chi dovesse impersonare l’uno o l’altro dei due opposti poli.


Rigurgiti novecenteschi? È proprio il Marchionne, proprio colui che si fa scudo della globalizzazione e accusa i suoi avversari di essersi fermati a “prima di Cristo” (non nominare il nome di Dio invano), a sostenerlo. «Non ce l’ho né con la Cgil, né con Camusso, con la Fiom e nemmeno con Landini. Hanno punti di vista completamente diversi dal nostro, che non riflettono quello che vediamo noi a livello internazionale». [il manifesto, 12 gennaio 2011]


“Punti di vista completamente diversi”, leggi opposti, antagonistici. E da che viene questa opposizione se non dal fatto che il sindacato non ha altra possibilità se non quella di resistere e di dire “No” al ricatto, a dispetto della natura geneticamente concertativa della sua pletorica e parassitaria burocrazia?


In questo senso io debbo ai lettori un’autocritica. Il 31 luglio, commentando la vicenda di Pomigliano, su questo stesso Blog scrissi:


«Morale della favola. Non avremo la guerra mondiale sul caso FIAT, alla fine la burocrazia della Fiom, pur non firmando niente, chiuderà non uno, ma due occhi, evitando di mettere i bastoni tra le ruote al tritasassi padronale. Futuro cupo? Nient’affatto! Futuro burrascoso. Il regime neoschiavista, la fascistizzazione (o sterilizzazione) dei sindacati, causeranno prima di quanto si pensi micro-conflittualità diffusa e extra-sindacale, e questa sfocerà in una  tempesta di classe, trovando forme nuove per rappresentarsi politicamente. Avvenne negli anni ’20. Riavvenne negli anni ’60. Avverrà di nuovo». [Un pronostico (scomodo) sulla vicenda Fiat]


Sono stato smentito, e non me ne dolgo. La Fiom, lo sta dimostrando a Mirafiori, ha tenuto duro. Proprio nella mia affermazione c’era in realtà la possibilità di evitare l’errore. Se avessi tirato tutte le conseguenze della tesi che la posta in palio sollevata dalla vicenda di Pomigliano era  appunto la “fascistizzazione dei sindacati”, avrei dovuto chiedermi: scontato che Cisl e Uil, sindacati gialli nella sostanza, bramano per farsi “fascistizzare”, può la Fiom accettare la stessa sorte?


Che la Fiom abbia tenuto il punto, che prometta, nel caso di vittoria dei “Sì”, una lotta su tutti i fronti (speriamo non solo quello giuridico, che qui non sono in ballo quattro licenziamenti a Melfi), è appunto il fatto politico decisivo. Decisivo perché non solo con la sua resistenza la Fiom rimette al centro la questione della lotta di classe tra Capitale e Lavoro. Ho l’impressione che questa resistenza rimetta in moto di converso la questione della soggettività, non solo sindacale, ma politica, del lavoro salariato. La soggettività politica beninteso, non solo quella della “rappresentanza” —visto che se parliamo di “soggettività” intendiamo programma e finalità, metodi e alleanze, un soggetto politico insomma, che non sia un mero specchio del Lavoro così come ce l’hanno consegnato decenni di devastazioni capitalistiche, né tantomeno un sindacato, che in quanto rappresenta il lavoro, lo rappresenta anzitutto come forza-lavoro, come parte variabile del capitale, come forza produttiva del capitale e non come potenza antagonistica.


La cosiddetta questione della “rappresentanza” non è niente di più che un precipitato di quello della soggettività politica, il suo aspetto triviale, istituzionale, elettoralistico. Già se ne vedono di diversi colori su questo fronte, dove il più cangiante è quello del vendolismo, di questo ectoplasma populistico che, cannibalizzata Rifondazione, si dimena per “rappresentare” la resistenza operaia e sociale. Ci preoccupa assai che Landini sia un tesserato Sel, la qual cosa indica dove certe componenti Fiom vorrebbero andare a parare: ricucitura con la Cgil della Camusso, ergo col Pd, il tutto in nome della sopravvivenza di un ceto burocratico e istituzionale che si sente minacciato a morte. Fino a quando la lotta per la sopravvivenza di questo ceto parassita combacerà con la rinascente lotta proletaria, staremo a vedere.


La cosa si gioca, non solo in casa Fiom, ma dentro il ben più ampio perimetro della Resistenza anticapitalista, e si gioca sul piano programmatico. E’ infatti evidente che la linea puramente difensiva scelta dalla maggioranza Fiom (della minoranza meglio non parlarne), per quanto giusta, ha il fiato corto, anzi cortissimo. Marchionne e il suo fronte ampio, dal Pd fino a Berlusconi e alla Lega Nord, giustificano l’accordo infame del 23 dicembre, come il particolare, la necessaria conseguenza della globalizzazione, della competizione feroce tra aziende monopolistiche, della recessione, della sovraccapacità produttiva. E quindi della necessità di spremere al massimo la forza lavoro, per produrre di più a costi più bassi. Di qui l’indiscussa forza del ricatto.


Rispondere “No” attestandosi sulla difesa dei diritti acquisiti può bastare per vincere la battaglia? Ovvio che no. Occorre piuttosto una risposta a tutto campo. Si può smascherare quello di Marchionne come brutale ricatto, solo a patto di opporre un’alternativa al suo “piano di rilancio”, appunto con un “contro-piano”. Qual’è il destino dell’auto? Di quale auto? Come sarà la mobilità urbana ed extra-urbana nei prossimi decenni? Su questo si sgola da tempo Guido Viale, ma la direzione della Fiom o non ci sente, o non ha il coraggio di spostare la lotta con Marchionne sul terreno programmatico e strategico.


Non ha il coraggio, ad esempio, di chiedere la nazionalizzazione della Fiat, con tanto di diritto dei lavoratori, non solo al controllo dell’azienda e alla sua gestione diretta, ma di diventarne a pieno titolo proprietari. 


Se si debbono fare enormi sacrifici (e si debbono fare), che non li si facciano per ingrassare i soliti pescecani —che esaurite la spinta momentanea del “rilancio” delle vendite non esiteranno in futuro a chiudere i battenti—, ma per la riconversione dell’industria automobilistica, che non è uno scherzetto, ma un’impresa che occuperà un lungo periodo. Questa riconversione riguarda non solo il destino dei lavoratori torinesi ma le stesse prospettive strategiche della manifattura italiana. Che si nazionalizzi dunque la Fiat e si mobilitino, per la sua rinascita, non solo le maestranze ma i cervelli di questo paese, i saperi, la scienza, il mondo della ricerca. Insomma, l’intelligenza generale del paese.


La qual cosa vale a maggior ragione nel caso quello di Marchionne sia solo un bluff al tavolo da poker del negoziato, ovvero che la sua cura da cavallo, contestuale allo spin-off tra Fiat auto e Fiat industrial, sia solo l’anticamera dello spezzatino e quindi della vendita.

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