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EGITTO INCHIESTA SULLE OPPOSIZIONI A MUBARAK (III)

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Piazza Tahrir 28 gennaio: el-Baradei ai manifestanti
terza parte

La «Associazione Nazionale per il Cambiamento»
Una rivoluzione «anonima e tremenda»

di Piemme 

Non nascondiamo che Mohammed el-Baradei, figlio di un noto e facoltoso avvocato egiziano, è tra i pochi Nobel per la pace che ci ispirino simpatia. Non si deve dimenticare la fermezza con cui, a capo dell’AIEA (Agenzia atomica dell’ONU) si oppose alla politica guerrafondaia di Bush verso l’Iraq.




Senza esitazione el-Baradei respinse, anche davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le menzogne sulla famigerata “pistola fumante”, per cui l’Iraq disponeva da qualche parte della bomba atomica. Quando gli americani, che nel frattempo avevamo occupato e devastato l’Iraq, ammisero la loro bugia, el-Baradei ebbe a dire: «Gli Usa hanno speso 3mila miliardi di dollari per arrivare alla stessa conclusione alla quale era giunta l’Agenzia con 5 milioni».

Figura prestigiosa dunque, ma con scarso peso politico in Egitto, paese dal quale è stato lontano per ben 27 anni. Vi rientrò temporaneamente il 19 febbraio 2010 (ad accoglierlo all’aeroporto pochi fedelissimi, tra cui attivisti del «Movimento giovanile 6 aprile)»). Il 23 febbraio annunciava in una conferenza stampa ad Il Cairo di aver fondato l’ANC, ovvero la «Associazione Nazionale per il Cambiamento» (Al-Jamaʿiyya al-Waṭaniyya lit-Taghyīr). 


Nessun mistero riguardo alla ragione del suo rientro in Egitto: egli si preparava a correre per le elezioni legislative, che poi si svolgeranno, in mezzo a brogli colossali, nove mesi dopo. Alla fine l’ANC non parteciperà alla corsa elettorale, associandosi così a quelle forze di opposizione che scelsero il boicottaggio, proprio per denunciare il carattere truffa della prova elettorale. Nel frattempo tuttavia, accrescendo i dubbi di tanti egiziani sulla sua affidabilità come alternativa a Mubarak, el-Baradei era già espatriato all’estero, precisamente negli USA, invitato per una ciclo di conferenze dalla Alliance of Egyptian-American. Rientrerà in Egitto solo a rivolta scoppiata, il 28 gennaio, esattamente tre giorni dopo la «giornata della rabbia». (vedi foto).

Appena raggiunta Piazza Tahrir, epicentro della protesta, El-Baradei ha svolto un discorso a braccio in cui ha chiesto l’immediata uscita di scena di Mubarak e la massima unità di tutte le forze d’opposizione, compresa, questo è un punto decisivo, la Fratellanza Musulmana, ovvero proprio lo spauracchio che il regime moribondo, avallato dagli alleati arabi e occidentali, brandisce per evocare il rischio che dopo Mubarak venga il diluvio… islamista. 


Il giorno 27 gennaio, dopo serrate riunioni, le opposioni a Mubarak decidono di raggrupparsi in un’alleanza (i prossimi giorni ci diranno quanto solida) e nominano el-Baradei come loro negoziatore, non con Mubarak, e nemmeno con il suo vicepresidente Omar Suleiman, ma soltanto con le Forze armate. Obbiettivo: varare un governo di transizione che fissi nuove e questa volta regolari elezioni parlamentari. In questa alleanza, oltre alla Fratellanza, c’è il «Movimento giovanile 6 aprile», diversi partiti laici, tra cui il movimento Ghad (Domani), il cui leader è il noto Ayman Nour, più volte arrestato, e pure la coalizione denominata Kefaya (che raggruppa la sinistra antimperialista e marxista).

Ma cos’è l’ANC? 

Nel lessico marxista potremmo dire: una forza “democratico-borghese moderata”. Il programma politico dell’ANC, infatti, si limita a proporre alcune riforme istituzionali, lasciando completamente in disparte le questioni sociali. Né azzardandosi e svolgere una qualsivoglia proposta per risolvere le drammatiche disuguaglianze e le piaghe che affliggono l’economia egiziana. Neanche una parola sul fatto che una vera e propria oligarchia capitalistica si accaparra la maggior parte delle risorse del paese. Né un accenno al fatto che l’Esercito è uno dei protagonisti assoluti di questa struttura oligarchica della società egiziana. La “giustizi sociale” è ovviamente evocata, ma le evocazioni astratte se le possono permettere tutti.

Tutto il succo del programma dell’ANC è che si chiede un regime democratico in stile presidenzialistico nord-americano: fine dello Stato d’emergenza, libere ed eque elezioni, pari opportunità per ogni partito di concorrere sia alla competizione per il Parlamento sia a quella per la carica di Presidente, libero accesso ai media, indipendenza della magistratura, libertà di stampa, ecc.

In particolare l’ANC propone, non una nuova Costituzione, quanto piuttosto l’emendamento di quella esistente, anzitutto agli Articoli 76, 77 e 88, in buona sostanza le norme che attengono alla scelta del Presidente della Repubblica da parte del Parlamento, al referendum confermatorio, e alla supervisione della correttezza delle elezioni per mezzo di una Commissione suprema indipendente.

Ultimo, ma non per importanza. In base alle nostre in formazioni né el-Baradei, né l’ANC, hanno mai chiarito che posizione abbiano sulla cruciale questione della politica estera, anzitutto degli Accordi di Camp David, cioè della salda alleanza che lega l’Egitto agli USA e ad Israele. Un silenzio davvero significativo, se si pensa alla centralità assoluta che l’Egitto occupa nel dispositivo geopolitico e nella strategia di lungo periodo degli USA e di Israele in Medio oriente.

Staremo a vedere l’evoluzione degli avvenimenti, se davvero Mubarak si farà da parte, se davvero l’Esercito si terrà “neutrale”. Tutto è precario adesso, e tutto destinato a mutamenti repentini, tanto più se l’ala dura del movimento di protesta non accetterà ciò che lo stesso popolo tunisino a rifiutato, ovvero, al posto di un rovesciamento del regime, solo un cambio al vertice, un riverniciamento della dittatura. Tempi duri attendono el-Baradei, che è stato scelto negoziatore dalle opposizioni, più in virtù delle sue qualità diplomatiche che per le sue posizioni, decisamente più indietro di quelle della piazza. 

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