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WEB 2.0 E RIVOLUZIONE

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La fine di un mito fasullo

Ma non diciamo cazzate!
di M. Mantellini*


Riceviamo e pubblichiamo

Il 25 febbraio, martedì, anche grazie all’uso di Internet, prese il via, con la «Giornata della rabbia», la rivolta popolare che scuote l’Egitto. Subito uno sciame di commentatori —si tratta di cultori sperticati della modernità e della tecnoscenza a cui non passa per la testa che né tecnica né scienza sono di per sé salvifiche o neutrali— ha tessuto le proprietà miracolose della Rete, spacciata come capace non solo di innescare la mobilitazione, ma addirittura di fare la rivoluzione. Il problema è che anche alcuni ambienti “antagonisti” sono da tempo in fissa con Internet, in special modo col Web 2.0,
ovvero con quella modalità che proprio in Egitto ha mostrato i suoi limiti costitutivi. E’ bastato qualche giorno a Mubarak affinché questa scemenza finisse nella spazzatura. La notte di giovedì 3 febbraio il tiranno imponeva ai cinque MONOPOLISTI fornitori di spegnere tutte le reti. Internet ha fatto così la fine del demone elettrico a cui si è staccata la spina. Defunto, mentre la ribellione si estendeva invece proprio dopo il 3 febbraio a masse sempre più larghe (quelle che in Egitto un computer se lo sognano).

La rivolta di piazza egiziana stravolge le nostre convinzioni sulla realtà del Web. Che è meno libero e meno irresistibile di quanto sperato. Ma è pervasivo abbastanza da funzionare da collante oltre il virtuale.

Cautela 

Se c’è una parola che i recenti tumulti di piazza che hanno interessato la Tunisia e l’Egitto dovrebbero suggerire a quanti analizzano gli impatti della comunicazione di Rete, quella parola è cautela. Non tutto è chiaro. Molte delle nostre consolidate convinzioni sono andate a gambe all’aria durante la rivolta popolare per le strade del Cairo in questi ultimi giorni, altre hanno mostrato la propria grande fragilità.

Internet intanto: abbiamo per anni sottolineato come la sua forma distribuita fosse un antidoto al controllo di governi e dittatori, come fosse tecnicamente impossibile controllarne tutti i nodi e come i bit sapessero sempre scegliere il percorso per raggiungere la loro destinazione. Ebbene, nella notte fra giovedì e venerdì, poco dopo la mezzanotte, il governo egiziano Internet l’ha invece spenta, senza grandi difficoltà. Ha convocato gli operatori delle telecomunicazioni del paese, quattro o cinque in tutto, e ha detto loro “staccate i fili, spegnete la rete!”. 

E quelli l’hanno spenta, con tanti cari saluti alla architettura distribuita e al sacro ruolo della libera circolazione delle idee. Promemoria per il futuro: usare un po’ di cautela prima di
considerare Internet come il ruscello che trova comunque la strada per giungere al mare.

Seconda cautela 


I sociologi e gli opinionisti, anche quelli bravi come Malcom Gladwell, si considerino avvisati: le analisi a tavolino delle ragioni per le quali i fili di Rete sono fili deboli, inadatti ai grandi sommovimenti sociali, hanno in questi giorni – per così dire – mostrato tutta la propria fragilità ed elegante inconsistenza. 

Le reti sociali ed il passaparola sono stati fondamentali nell’organizzazione delle proteste tunisine ed egiziane, proteste di piazza, notturne, rabbiose di urla e sangue e non, come sosteneva elegantemente Gladwell dalle colonne del New Yorker qualche mese fa, viziate da effetti di sostituzione (la Rete al posto della piazza, i click al posto delle urla di protesta) o
di scarsa gestione gerarchica dell’emergenza.
Non tutto è dotto e cervellotico negli utilizzi di Rete, per esempio in questi giorni si moltiplicavano gli inviti al Cairo ad aprire le reti WiFi casalinghe eliminando le password di protezione, così che chiunque potesse comunicare. Fili deboli pure questi?

Terza cautela


La rete vecchia funziona meglio della nuova. Esiste da qualche anno una continua sottolineatura della grande funzione di collante comunicativo svolto dai social network durante le emergenze.
C’è molto compiacimento in tutto questo e spesso il ruolo di Twitter in contesti come le proteste in Iran di qualche mese fa è uscito fortemente enfatizzato. È affascinante descrivere un nuovo sistema comunicativo leggero e veloce che passa fra le gambe del tiranno. Questo anche in situazioni nelle quali, come quella iraniana, il suo ruolo è stato poi ampiamente ridimensionato.

Prima che le autorità egiziane staccassero la presa della Rete girava fra i manifestanti egiziani questo annuncio, pubblicato, non senza polemiche, da The Atlantic (la parte che ci interessa maggiormente nella sua traduzione in inglese è questa):

«Please distribuite through email, printing and photocopies ONLY. Twitter and Facebook are been monitorated. Be careful not to let fall this into the hands of the police or state security”»

Piccole perle di saggezza internettiana? All’imbuto dei social network (che sono facilmente controllabili dal regime) preferite il mare magnum della comunicazione punto a punto. Ci vuole cautela di fronte ad evidenze del genere, prima di raccontare ancora una volta la bella fiaba dei cittadini salvati da Twitter. Internet è grande e fenomenale, specie se le proteste viaggiano lontano dalle piattaforme proprietarie.

Quarta cautela


Internet non è il solo medium importante. Le TV in certi contesti lo sono, se possibile, anche di più. Abbandoniamo per una volta l’elitismo da fan delle reti digitali per dare il giusto rilievo a quanto accaduto. Il mondo, tutto il mondo, è rimasto in questi giorni incollato al flusso video di Al Jazeera che ha trasmesso come ha potuto, con grande continuità e coraggio, dall’Egitto in fiamme. 

Nella nazione ribollente e senza Internet che improvvisamente scende in piazza sfidando il coprifuoco, le immagini di buon giornalismo televisivo scese dal satellite hanno contato più di Twitter e Facebook messi assieme.

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