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DAVANTI ALL’ULTIMA DI TONI NEGRI

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«Democrazia Comunista»

Sull’implicito recupero di Gramsci da parte di Toni Negri, vorremmo tornare. Nella sintesi che qui sotto presentiamo Negri avanza la formula della “democrazia comunista”, come orizzonte che superi l’opposizione, tradizionalmente antagonista tra democrazia e comunismo. Democrazia più comunismo, alla luce di una certa ortodossia marxista, è infatti un ossimoro assoluto, una contraddizione in termini. La democrazia è un involucro politico di una società divisa in classi, come può il comunismo, sistema senza classi,vestire i panni della democrazia? Negri non sviluppa il discorso, lo accenna soltanto, non per questo l’idea (per quanto tradisca l’imprintig dialettico hegeliano) va buttata nel cesso. Già trent’anni fa, Rudolf Bahro, oppositore comunista della DDR, suggerì quest’idea. Vale dunque la pena rifletterci su seriamente.

Come Negri giunga a questa conclusione (provvisoria anch’essa?), quale percorso ce lo porti, è un’altra storia. Il lettore avveduto s’imbatterà nei vecchi pilastri post-operaisti del pensiero negriano: il paradigma che le forze produttive sono tutto e i rapporti di produzione nulla o, al massimo un mero freno o un paolino katechon; la tesi che il comunismo sarebbe già qui, tra noi, come precipitato di queste medesime forze produttive capitalistiche (come se queste possedessero un’autonomia ontologica rispetto alla classe che ne abbia il comando) e che dunque non ci sarebbe bisogno di alcuna fase di passaggio o transizione; l’idea platonica (ha voglia Negri a dire che nel suo discorso non c’è determinismo e finalismo!) che il Capitale non ha statuto ontologico proprio, quest’ultimo spettante solo al lavoro proletario. 

V’è infine in questo intervento, , oltre ad un temerario opporre socialismo e comunismo, un’astrusa lettura del Marx dei Grundrisse, per cui, siccome non ci sarebbe un “fuori di qui”, siccome quella del Capitale è la sola realtà, di questa la rivoluzione dovrebbe recuperare, e non, si badi, rimuovere, il valore di scambio, comprese le sue metastasi della rendita e della finanza predatoria (sic!). Moreno Pasquinelli

«L’affermazione che la storia è storia della lotta di classe, sta alla base del materialismo storico. Quando il materialista storico indaga sulla lotta di classe, lo fa attraverso la critica dell’economia politica. Ora, la critica conclude che il senso della storia della lotta di classe è il comunismo: «Il movimento reale che distrugge lo stato di cose presente». Si tratta di starci dentro a questo movimento. Si obietta spesso che queste affermazioni sono espressioni di una filosofia della storia. A me però non sembra che si possa confondere il senso politico della critica con un telos della storia. Nel corso della storia, le forze produttive normalmente producono i rapporti sociali e le istituzioni dentro i quali sono trattenute e dominate: questo sembra evidente, questo registra ogni determinismo storico. Perché allora ritenere che un eventuale rovesciamento di questa situazione e la liberazione delle forze produttive dal dominio dei rapporti capitalisti di produzione costituiscano (secondo il senso operativo della lotta di classe) un’illusione storica, un’ideologia politica, un non-senso metafisico? Cercheremo di dimostrare il contrario.

1) I comunisti dunque assumono che la storia è sempre storia della lotta di classe.
Taluni dicono che non è possibile assumere questa affermazione perché la storia è stata talmente predeterminata, ed è ora talmente dominata dal capitale da rendere questa assunzione ineffettuale e inverificabile. Ma coloro che dicono questo dimenticano che il capitale è sempre un rapporto di forza. Può organizzare una massiccia, pesante egemonia ma essa rappresenta pur sempre un dominio particolare dentro un rapporto di forza. Non esisterebbe il concetto di capitale, e tanto meno la sua realtà nelle sue storiche variazioni, se non ci fosse sempre un proletariato che il capitale sfrutta ma che è, nello stesso tempo, lavoro vivo produttore di capitale. La lotta di classe è il rapporto di forza che si esprime fra il padrone e il proletario: questo rapporto si distende fra sfruttamento e dominio capitalistico, e si instaura in istituzioni che organizzano la produzione del profitto e la sua circolazione.

Taluni, nel sostenere che la storia non può essere semplicemente ricondotta alla lotta di classe assumono che all’interno di questa permane la consistenza di un «valore d’uso». Lo qualificano come il valore della forza lavoro oppure come valore della natura e dei contorni ecologici del lavoro umano. Ma anche questa affermazione, quando non sia radicalmente insufficiente a spiegare lo sviluppo capitalistico, è senz’altro scorretta nel descriverne l’attuale figura. Il capitale ha infatti conquistato ed ha avvolto dentro di sé l’intero mondo della vita, la sua egemonia è globale. Non c’è davvero più posto per i narodniki! È in questa attualità, e non in altre condizioni, che si svolge la lotta di classe: il rapporto di classe si costruisce fra queste determinazioni storiche (il determinismo storico) e nuova produzione di soggettività (egualmente del padrone e del proletario). Quello che qui interessa prima di tutto sottolineare è che non c’è più alcun «fuori» da questo contesto, che la lotta (non solo la lotta ma la consistenza dei soggetti nella lotta) si dà ormai totalmente nel «dentro», che dunque qui non c’è più alcuna rimembranza né alcun riflesso del «valore d’uso». Siamo completamente immersi nel mondo del «valore di scambio», nella sua brutale e feroce realtà.

Il materialismo storico ci spiega come e perché il valore di scambio si presenti come realtà centrale della lotta di classe: «Nella società borghese il lavoratore non ha più un’esistenza oggettiva, esiste solo soggettivamente [nel rapporto di capitale]; ma la cosa che gli si contrappone [l’accumulazione del valore di scambio] è ora diventata la vera comunità, das wahre Gemeinwesen» dice Marx (Grundrisse, trad. it. Grillo, vol.II pp.123-124). Qui, il proletario «cerca di far sua questa Gemeinwesen ma ne viene invece ingoiato». Certo: ma è in questa alternativa di appropriazione – quella capitalista contro quella operaia – che il capitale definitivamente si mostra come un rapporto. Il comunismo comincia a configurarsi quando il proletario si pone l’obiettivo di riappropriare il Gemeinwesen per trasformarlo in ordine di una nuova società.

Il valore di scambio è dunque una cosa molto importante. È la realtà sociale comune: costruita e consolidata in maniera che non può più essere ricondotta alla circolazione semplice del lavoro, della moneta, del capitale stesso. Plusvalore trasformato in profitto, profitto accumulato, rendita fondiaria e immobiliare, capitale fisso, finanza, accumulazione di materie prime, macchine e congegni produttivi qui in terra e lanciati nello spazio, reti di comunicazione… e poi, infine e soprattutto, il denaro, il grande paradigma comune: «Esso stesso, il denaro, è la comunità (Gemeinwesen), né può sopportarne una superiore» (Marx, Grundrisse vol. I p.183). Ecco la determinazione storica. Il valore di scambio si dà dunque in forma comune. Gemeinwesen. È qui. È il mondo. Non c’è altro, non c’è fuori.

Considerate ad esempio il mondo della finanza: chi può pensare di fare a meno del denaro nella forma della finanza? Esso è ormai come quella terra comune, sulla quale un tempo era fissato l’Heimat, la consistenza delle popolazioni al termine dell’ «età gotica», quando il possesso era organizzato nei commons. Ora quei commons, quella terra, sono diventati valore di scambio, nelle mani dei capitalisti. Se noi vogliamo riprenderci quella terra, la troveremo così com’è stata trasformata, al culmine della appropriazione capitalista, sporca del valore di scambio: abbiamo perduto ogni illusione di possedere una realtà pura e ingenua.

Quando Spinoza ci racconta che nel Giubileo ebraico tutti i debiti erano tolti e l’uguaglianza dei cittadini era restaurata; quando Machiavelli insiste sul fatto che le «leggi agrarie» rinnovano continuamente la Repubblica romana perché la riappropriazione plebea della terra ne rinnova anche il processo democratico – bene, essi potevano illudersi di ritornare alla natura e alla democrazia. Per noi, determinare liberazione della forza lavoro, essere comunisti, significherà invece riappropriarsi di quella realtà comune che non è più originaria, che non è più democraticamente desiderabile ma che abbiamo riprodotto con fatica e sangue e che ci si oppone come potere.

Non dobbiamo tuttavia scoraggiarci. Come Gramsci ci ha insegnato (nella la sua lettura della lotta di classe), il materialismo storico suggerisce di cogliere, attraverso le varie esperienze di uso proletario delle tecnologie e dell’organizzazione sociale capitalistica, la metamorfosi continua della figura, meglio dell’antropologia stessa, del lavoratore. Eccoci così a un nuovo punto. Perché qui si tratta di una vera e propria metamorfosi che continuamente il lavoratore impone al capitale, nello stesso tempo in cui, lottando, trasforma sé stesso. Se si danno epoche o cicli della lotta di classe, essi misurano la propria consistenza ontologica su questa base antropologica. Non c’è dunque più natura, non c’è identità, né genere né razza, che possa resistere a questo movimento di trasformazione, a questa metamorfosi storica del rapporto fra capitale e lavoratori. Le moltitudini sono formate e sempre riqualificate da questa dinamica.

Questo vale anche per la definizione del tempo della lotta di classe. Quando infatti la lotta di classe si mostra come produzione e trasformazione di soggettività, il processo rivoluzionario è caratterizzato da una temporalità lunga, dall’accumulazione ontologica di contropotere, dall’ «ottimismo» della forza materiale «della ragione» proletaria – quel desiderio che, spinozianamente, si fa solidarietà, quell’amore che è sempre razionale (e da un analogo «pessimismo della volontà»: «caute!», raccomandava Spinoza, quando le passioni si muovevano per costruire strutture politiche della libertà). Perciò, a guidarci, non sono le emergenze aleatorie della ribellione, quelle scintille divine della speranza che possono tracciare percorsi di luce nella notte. Sono piuttosto la fatica e il lavoro dell’organizzazione, lo sforzo critico continuo, il rischio calcolato dell’insurrezione. L’immaginazione filosofica può dar colore al reale ma non sostituire la fatica del fare-storia: l’evento è sempre un risultato e non un’origine.

2) Essere comunisti è essere contro lo Stato
Lo Stato è infatti la forza che organizza, in maniera sempre normale e sempre eccezionale, i rapporti che costituiscono il capitale e che disciplinano i conflitti che si danno tra capitalisti e forza lavoro proletaria. Questo essere contro lo Stato si rivolge contro le forme nelle quali si organizzano la proprietà privata e il possesso privato dei mezzi di produzione, nonchè contro lo sfruttamento privato della forza lavoro e il controllo privato della circolazione dei capitali. Ma anche, contro le forme pubbliche, ovvero nazionali, ovvero statali, nelle quali tutte queste operazioni di alienazione della potenza del lavoro si configurano. Essere comunisti è quindi riconoscere che il pubblico è una forma di alienazione e di sfruttamento del lavoro – del lavoro comune, nella fattispecie. Che cos’è il pubblico infatti? È come dice il grande Rousseau, nemico della proprietà privata, quello che «non appartiene a nessuno». Ma ciò è un sofisma per attribuire quello che appartiene a tutti, allo Stato. Il comune, ci dice lo Stato, non vi appartiene, anche se voi lo avete prodotto, anche se voi lo avete prodotto in comune e lo avete inventato e organizzato come comune. La manomissione statale del comune, di quello che tutti noi abbiamo prodotto e che ci appartiene, si chiamerà gestione, delega e rappresentanza… implacabile bellezza del pragmatismo pubblico.

Il comunismo è perciò nemico del socialismo, poiché il socialismo è la forma classica di questo secondo modello di alienazione della potenza del proletariato, che implica anche un’organizzazione distorta della produzione della sua soggettività. Le perversioni del «socialismo reale» hanno neutralizzato un secolo di lotta di classe e tolto ogni illusione sulla filosofia della storia. È curioso inoltre sottolineare come il «socialismo reale» non abbia, pur sulla base di processi di collettivizzazione massicci, messo in dubbio le discipline del comando, né quelle giuridiche né quelle politiche né quelle delle scienze umane: le strutturazioni istituzionali del socialismo e le sue polarizzazioni politiche sono state il prodotto di un’ideologia che arbitrariamente opponeva il privato e il pubblico quando questi, rousseauianamente si ricoprono, invece, l’un l’altro; e la santificazione di una classe dirigente le cui funzioni di comando ripetevano quelle delle elite capitaliste… e si volevano «avanguardia»!

Essere contro lo Stato significa quindi, innanzi tutto, esprimere il desiderio e la forza di gestire in maniera radicalmente democratica – una «democrazia di tutti» – l’insieme del sistema produttivo, sia per quanto riguarda divisione del lavoro che per l’accumulazione e la redistribuzione della ricchezza.

Val qui la pena, conseguentemente, di aprire un nuovo fronte di definizione. Il materialismo storico è anche un «immanentismo della soggettività». Esso cioè dichiara non solo che non vi è «fuori» rispetto al mondo in cui viviamo, ma che «dal di dentro» di questo mondo i lavoratori, i cittadini, tutti i soggetti si propongono sempre come elementi di resistenza singolare e come momenti di costruzione di un’altra forma del vivere comune.

Sempre —anche quando ci soffoca la bonaccia storica più greve e uggiosa. Le singolarità che compongono la moltitudine (moltitudine è concetto di classe)— queste singolarità infatti sono nuclei di resistenza, sempre, nel rapporto di soggezione che il capitale impone. Il singolo obbedisce perché è costretto a farlo, perché non può farne a meno, ma è sempre lì, dentro il rapporto di potere, come una resistenza. La rottura del rapporto è sempre possibile, almeno quanto è possibile il mantenimento del rapporto di dominio. È qui, allora, che percepiamo quanto, fuori da ogni filosofia della storia, dentro la fenomenologia comune, l’eventuale indignazione contro il potere, il suo ordine e i suoi soprusi, e il rifiuto del lavoro salariato (e/o di un lavoro comunque soggetto al fine di riprodurre la società capitalistica) costituiscano elementi essenziali nella costruzione del modello di un’altra società e indichino la virtualità presente di un altro ordine, di un’altra prospettiva di vita. Essi spingono verso la rottura. Lo possono fare perché la rottura, che è sempre possibile, può qui divenire reale, meglio, necessaria (e sulle caratteristiche di questa rottura torneremo presto). Ci può essere rivoluzione.

Quest’insistenza sull’indignazione, sul rifiuto e la ribellione debbono sapersi tradurre in potenza costituente. Vale a dire che la lotta contro lo Stato, e contro tutte le costituzioni che lo organizzano e lo rappresentano, deve contenere in sé la capacità di produrre, con un nuovo sapere, un nuovo potere. Il fulmine non lo si afferra mai a mani nude, solo la moltitudine, la storia della lotta di classe ribelle, possono farlo. Ma il rapporto fra condizioni storiche e produzione di soggettività si modifica continuamente. Come prima avevamo detto, è questo uno dei terreni sui quali la metamorfosi continua dell’antropologia del lavoratore si svolge. La composizione tecnica della forza lavoro è sempre in movimento e a essa corrisponde una produzione di soggettività ogni volta adeguata. E diversa. Una composizione politica che deve ritrovare, nelle sue condizioni storiche, forme concrete di espressione e desiderio di rivoluzione.

Ora, la produzione di soggettività, la nuova composizione politica possono anche anticipare le condizioni storiche e sociali dentro le quali il processo rivoluzionario si costruisce. Ma c’è sempre un nesso dialettico, che collega la determinazione materiale e la tensione rivoluzionaria del desiderio collettivo: un elastico che può sempre spezzarsi ma non è perciò meno essenziale. Come diceva Lenin, il doppio potere ha sempre un’esistenza breve, il potere ribelle deve stringere il tempo della storia nell’anticipazione soggettiva. Il potere costituente è la chiave che ci può permettere di anticipare e di realizzare la volontà rivoluzionaria contro lo Stato.

Nella teoria tradizionale dello Stato, anarchia e dittatura sono poste ai limiti estremi delle possibilità di dare forma al comando sovrano. Ma quando si parla di democrazia comunista contro lo Stato, non si assume un’eventuale mediazione fra anarchia e dittatura ma si propone il superamento stesso dell’alternativa, perché la lotta rivoluzionaria non solo non ha più fuori ma quel dentro che essa definisce, conosce una potenza sovversiva, ovvero ha un «basso» che si oppone all’ «alto» della sovranità. È da questo basso, dalla trasformazione dei desideri costituenti in espressione di forza e di contenuti alternativi che si realizza, dunque, in secondo luogo, l’essere comunisti. Così la rivoluzione può farsi, come Gramsci insegnava, anche «contro Das Kapital». […]

* Questo testo è stato estratto dall’intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi. Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell’intervento.

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