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Woityla: la beatificazione di un polacco reazionario

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Cristianesimo e comunismo


di Moreno Pasquinelli

Un certo ateismo volgare e/o anticlericalismo condanna il cristianesimo come spazzatura religiosa. Questa condanna a morte sommaria è appunto emessa, non considerando un fenomeno nella sua complessa storicità, ma solo pigliando in considerazione l’elemento della trascendenza mistica e dell’alienazione che ogni religione porta con sé. Non voglio qui svelare come tale atesimo sia anch’esso, nella sostanza, solo un rovesciamento metafisico del teismo. Vorrei invece soffermarmi sul cristianesimo.




 Anzitutto non è lecito fare di tutt’erba un fascio. Gli stessi ateisti affermano che in effetti esistono “altri cristianesimi”, come appunto quello cataro (sterminato dalla crociata del 1209 voluta dal papato romano), anabattista o hussita (che fecero la stessa fine), ma allora dovrebbero evitare di parlare del cristianesimo come un fenomeno unitario e rifiutare di considerarlo, con rozzezza spirituale, allo stesso modo che Berlusconi considera il comunismo.

Nell’affrontare la questione ritengo sia doverosa una premessa: che la storia della chiesa, di quella cattolica apostolica romana (non di quelle ereticali già numerose nei primi secoli), dal momento in cui essa entra in un rapporto simbiotico con l’Impero romano (e le cui date simboliche sono il 313, anno con cui Costantino legalizza il cristianesimo ufficiale, e il 314, anno della scomunica da parte dei cattolici dei disertori dell’esercito imperiale), si è svolta all’insegna di un progressivo allontanamento dal dettato originario di Gesù, per essere più precisi all’insegna di un sordido anticristianesimo.

Questa premessa è determinante, poiché non solo ci consente di capire il senso e l’importanza delle tremende lotte svoltesi in campo cristiano sin dai primissimi anni, e le ricorrenti “eresie”, ma ci obbliga a mettere a fuoco quale sia l’essenza del cristianesimo.

Quest’essenza, io credo, consiste in un comunismo ante litteram, ma pauperistico e soteriologico; in cui la Redenzione è liberazione solo immaginaria, rimandata all’al di là, e dove la comunione dei beni riguarda solo la comunità dei credenti e non la società. Pur tuttavia la redenzione cristiana è anch’essa una liberazione in fieri.

Noto è il sermone di Gesù sul Giovane ricco:

«Se vuoi essere perfetto, và, vendi quanto hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi. (…) Ma il giovane, udite queste parole, se ne andò via rattristato, perché aveva molti beni. E Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Si ve lo ripeto: è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago, che un ricco nel regno di Dio. (…) Anzi molti dei primi saranno gli ultimi, e molti degli ultimi saranno i primi »
(Vangelo secondo Matteo, 19,16-19,30)

La prova inconfutabile che le prime comunità cristiane si attenessero ad una rigida osservanza di un modus vivendi e operandi comunistico è negli Atti degli Apostoli:

«Essi erano assidui alla predicazione degli Apostoli, alla riunioni comuni, alla frazione del pane e alle preghiere. Or tutti erano presi da timore, poiché molti segni e miracoli si concepivano dagli Apostoli. E tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano tutto in comune. Vendevano i loro beni e ne distribuivano il prezzo fra tutti, secondo i bisogni di ciascuno»
(Atti degli Apostoli, 2,43-2,45) 

Davanti a questa perentoria affermazione l’esegeta cattolico si è sentito in dovere di chiosare: «Questa pittura dimostra come diventerebbe il mondo, se tutti fossero veramente cristiani, e se il vangelo divenisse il codice della società. Ma questo santo comunismo esige la perfezione, non può mai abbracciare tutta la società ».
(La Sacra Bibbia, edizioni paoline, 1970, p.1105) 

In altre parole, agostinianamente (La Citta di Dio non è da confondere con quella terrena, destinata ad essere dominata dal male, e con la quale tuttavia la Chiesa coabita da secoli in perfetta armonia), questo pur “santo comunismo” non può essere di questo mondo, ma solo nel Regno di Dio. E comunque è rimarchevole l’affermazione cattolica per cui, “ove tutti fossero cristiani”, il comunismo sarebbe, non solo perfettamente lecito, ma il solo sistema sociale coerente con dettao evangelico.

Al contrario, contro questa scissione, affinché questo mondo si fondi sulla totale comunione dei beni e sui precetti evangelici, sono sorte le più radicali eresie cristiane le quali, tutte, hanno perorato non solo il ritorno della chiesa allo spirito originario ma la cristianizzazione di tutta la società. Di qui la lotta implacabile e, per quanto noi oggi si possa irridere al pauperismo, una reale lotta di classe oltre che religiosa. Lotta ereticale di cui Francesco d’Assisi, con la sua appassionata richiesta di un ritorno allo spirito più genuino del Vangelo, rappresentò una delle vette più alte, fu cioè un esempio contagioso di una teoria e di una prassi ispirate ad una concezione radicalmente comunistica della vita sociale, non solo interiore. Un Francesco, vorrei ricordare, che era ben lontano dal vituperato antropocentrismo e che nel Cantico delle creature, al contrario, presenta una concezione del cosmo per cui, siccome tutto quanto è manifestazione divina è dunque sacro e inviolabile. Un’anticipazione del pensiero di Giordano Bruno, se si vuole.

Per questo possiamo condividere quanto affermava Ugo Spirito: «Non è contro Cristo che si combatte, ma contro coloro che in nome suo vogliono mantenere il dualismo di ricco e povero e di padrone e di servo »
(Ugo Spirito, Il comunismo, p.130, Sansoni 1965) 

E’ tuttavia problematico che il cristianesimo delle origni abbia effettivamente combattuto “contro il dualismo di ricco e povero e di padrone e di servo”. Non quello che ben presto si imporrà come egemone.

Nota è la Prima lettera di Paolo di Tarso ai Corinti nella quale egli invita i suoi adepti a non ribellarsi e a rassegnarsi alla schiavitù:

«Ognuno rimanga nella condizione [sociale, ndr ] che il Signore gli ha assegnata, e nella quale si trovava quando fu chiamato [battezzato, ndr ]. Questo è il modo con cui dispongo tutte le chiese. (…) Sei stato chiamato quand’eri schiavo? Non te ne preoccupare, anzi, trovandoti nella possibilità di diventare libero, approfitta piuttosto della tua condizione di schiavo, perché chi da schiavo è stato chiamato nel Signore, è libero in Cristo… Ciascuno, o fratelli, rimanga davanti a Dio nella condizione in cui era quando fu chiamato »
(Prima lettera ai Corinti, 7,17-7,23) 

Per questo non si può condividere la tesi successiva di Ugo Spirito il quale, radicalizzando l’interpretazione di Engels, affermava: «Il cristianesimo rappresenta la più grande rivoluzione che la storia abbia mai conosciuto e il suo carattere rivoluzionario può riassumersi proprio nell’esigenza del più radicale comunismo. Nel precetto evangelico dell’amore verso il prossimo è racchiusa la più grande affermazione comunista che si sia avuto la capacità di concepire »
(Ibidem, p.147) 

Il cristianesmo è si portatore di comunismo redenzionale, ma in un senso radicalmente trascendentale, e la salvezza, ovvero la possibilità di superare la situazione contraddittoria e di infelicità che distingue l’esistenza umana, non sta in terra ma solo nel regno dei morti viventi.

Le prove sono proprio nei Vangeli.

Prendiamo il Sermone della Montagna o delle Beatitudini:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli! Beati gli afflitti, perché saranno consolati! Beati i miti, perché erediteranno la terra! Beati quelli che hanno fame perché sranno saziati! Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia! Beati i puri di cuore perché vedranno Dio! Beati i pacificatori, perché saranno chiamati figli di Dio! Beati quelli che son perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei ciali! Beati sarete voi, quando vi oltraggeranno e perseguiteranno, e falsamente diranno di voi ogni male per cagion mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli; perché così pure hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi »
(Vangelo secondo Matteo, 5,11-39) 
Nel suo Vangelo Luca aggiunge:

«Ma guai a voi ricchi, perché avete ricevuto consolazione! Guai a voi che ora siete sazi perché patirete la fame! Guai a voi che ora ridete, perché sarete nel dolore e nel pianto! (…)
Ma io dico a voi che mi ascoltate: Amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per i vostri calunniatori. A chi ti percuote su una guacia, porgi anche l’altra. A chi ti porta via il mantello, non impedire di prenderti anche la veste »
(Vangelo Secondo Luca, 6,24-6,36)

Ma ancor più significatico è il discorso di Gesù titolato I cristiani e i beni del mondo:

«Non vogliate accumulare tesori sulla terra, dove la ruggine e la tignola consumano e dove i ladri sfondano e rubano; ma accumulatevi tesori nel cielo, dove n’è la ruggine né tignola consumano, e dove i ladri non sfondano. Perché là dov’è il tuo tesoro, ci sarà pure il tuo cuore. (…) Nessuno può servire due padroni.. Non potete servire a Dio e a Mammona [il demone della ricchezza, nda ]. Perciò vi dico: non siate troppo solleciti per la vita vostra, di quel che mangerete, né per il vostro corpo, di che vi vestirete. La vita non vale più del cibo, e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il vostro Padre celeste li nutre. (…) cercate prima di tuto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date, per giunta. Non vogliate dunque mettervi in pena per il domani, poiché il domani avrà cura di se stesso: a ciascun giorno basta il suo affanno ».
(Vangelo secondo Matteo, 6,19-6,25) 

Il comunismo di Cristo non era dunque un comunismo pratico-rivoluzionario ma mistico, trascendentale, escatologico e dunque antipolitico.

Mistico, in quanto si fondava sull’imperativo per l’uomo di sciogliersi nel divino, attraverso un’amore che in quanto si esprimeva fin’anche verso il nemico, si astrattizzava, diveniva irrangiungibile, aleatorio, sovrumano. La stessa fratellanza, per quanto comunistica, finiva per essere, o settaria in quanto rivolta solo ai propri correligionari, oppure una esaltazione spiritualistica del dolore e del martirio.

Trascendentale, in quanto tendeva a concepire la beatitudine solo nell’al di là, dato che il mondo materiale è considerato o inessenziale o mero luogo di transito che l’anima deve patire per la sua salvezza eterna.

Escatologico, in quanto concepiva il mondo empirico come non rinnovabile dagli uomini medesimi, destinato a finire per lasciare il posto al dominio di Dio, poiché solo esso ha le forze per cacciare il male e superarlo

Antipolitico, in quanto all’uomo non restava che attendere la parusia, la fine dei tempi, in uno stato di fatalistica rassegnazione davanti agli eventi storici, visto che, anarchicamente, qualsiasi governo è di per sé maligno e destinato ad infrangere i postulati divini.

Detto questo, il mondo non si riduce alla politica. E il comunismo moderno non nasce dal nulla ma è anche figlio del cristianesmo, è per molti versi il suo inveramento immanentistico e rivoluzionario. In barba ai nichilisti, che disprezzano il genere umano e finiscono per non fare distinzione alcuna tra oppressi e oppressori, tra schiavi e padroni, la molla etica e spirituale che muove il comunista sia la medesima del cristiano più autentico. 


E questo è ben espresso da Ugo Spirito:

«Ora, per il comunista, i gradi di spiritualità sono segnati dalla maggiore o minore capacità di sentire il bisogno altrui come bisogno proprio, e l’ideale è rappresentato da una società in cui gli individui avvertano l’dentità assoluta del singolo e della comunità: l’identità, cioè, della gioia di mangiare il pane e di dare il pane. Non si tratta, perciò, tanto di vivere o di non vivere di solo pane, quanto di vivere di pane in modo che tutti ne vivano. Si tratta in altri termini di sentire il bisogno del pane in sé e negli altri, di sentire la fame degli altri come fame propria e di mangiare il pane con questa coscienza. Qui è la radice della spiritualità dell’uomo e del bene»
(Ibidem, p.66) 

Negli stessi anni, dall’altra parte del globo, non un filosofo ma un guerrigliero come Guevara esprimeva in maniera meno poetica ma non meno intensa, lo stesso concetto, che “occorre sentire sulla propria guancia lo schiaffo che ogni oppresso, in qualunque parte del mondo si trovi, subisce sulla sua”.

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