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CONTRO L’APOLOGIA DEL PROGRESSO CAPITALISTICO

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Giuseppe Bedeschi

In risposta a Giuseppe Bedeschi

Il Marx che piace tanto ai borghesi, e quello che non piace a noi
di Moreno Pasquinelli
Il Corriere della Sera del 3 giugno ha ospitato, in quella che era la Terza pagina, un intervento di Giuseppe Bedeschi dal titolo programmatico: «Aveva ragione Karl Marx. I veri rivoluzionari sono i borghesi».
Prima di sentire i suoi argomenti, vale la pena ricordare chi sia Giuseppe Bedeschi. Ordinario di Filosofia Morale alla Sapienza egli, dopo un ventennio di adesione al marxismo, in particolare vicino alle posizioni teoriche anti-hegeliane di Lucio Colletti, se ne allontanò sulla fine degli anni ’70, per diventare un “liberale di lusso”.

Disonestà intellettuale
Potrebbe apparire quantomeno buffo che un “apostata”, un intellettuale che ha dedicato trent’anni della sua vita a demolire, pur in maniera elegante, il cosiddetto fondamento utopistico e irrazionale di Marx, alla tenera età di 70 anni, riscopra  la forza precorritrice del suo pensiero. In verità Bedeschi non ritorna affatto alle sue simpatie politiche e teoriche giovanili. Al contraio!
Sentiamo in che senso e in che cosa Marx avrebbe avuto ragione.
 «Credo che nessun pensatore dell’ Ottocento abbia avuto lo sguardo più acuto, fino a scorgere i tratti essenziali della nostra epoca. E non solo: Marx è stato assai più antiveggente dei marxisti successivi (ed ebbe ben ragione quando dichiarò polemicamente: «Io non sono marxista»). Nel marxismo successivo, infatti, va perduta l’ idea centrale di Marx: che il capitalismo è sviluppo continuo delle forze produttive, che esso è rivoluzionamento costante delle forme di produzione, che esso apre scenari sempre nuovi, più complessi, più difficili, più complicati, ma anche più ricchi e più affascinanti. Il marxismo successivo a Marx, invece, vede il capitalismo come impaccio, come declino, come forza frenante».
Poco prima Bedeschi ha scritto:

« In effetti, a rileggere oggi le pagine marxiane, non si può non rimanere colpiti dal fatto che il pensatore di Treviri aveva colto con una lucidità impressionante (e con un secolo e mezzo di anticipo!) le linee fondamentali di quel processo economico-sociale e culturale che noi oggi chiamiamo «globalizzazione». In questo senso le stesse pagine del manifesto sono estremamente preveggenti e più che mai valide oggi. Vale la pena di soffermarsi un poco su di esse. La borghesia – scriveva Marx – non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’ insieme dei rapporti sociali. Mentre tutte le classi sociali preborghesi avevano come prima condizione di esistenza l’ immutata conservazione degli antichi modi produttivi, la borghesia realizza invece il continuo rivoluzionamento di tali rapporti, l’ incessante scuotimento di tutte le condizioni sociali. Infatti il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti ha spinto la borghesia per tutto il globo terrestre. «Dappertutto essa deve ficcarsi, dappertutto stabilirsi, dappertutto stringere relazioni». Sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopoliti la produzione e il consumo di tutti i Paesi. Con grande dispiacere dei reazionari, essa ha annichilito le antiche industrie nazionali, che ha sostituito con nuove industrie, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili: industrie che non lavorano più materie prime indigene, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti non si consumano più soltanto in un Paese, ma in tutte le parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, a soddisfare i quali bastavano i prodotti nazionali, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei Paesi e dei climi più lontani. In luogo dell’ antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni Paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’ una dall’ altra. E ciò avviene non soltanto nella produzione materiale bensì anche in quella spirituale: i prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune; la unilateralità e la ristrettezza nazionali diventano sempre più impossibili».
E’ chiaro dunque dove il Bedeschi vada a parare. Egli cita il Marx del Manifesto del Partito Comunista del 1848, per tessere le lodi del capitalismo e per fare l’apologia del capitalismo e del suo specifico tipo di sviluppo. Che questo fosse il Marx che piace ai sostenitori della globalizzazione capitalistica non è un mistero. Diciamo che colpisce la spudoratezza con cui lo fa il Bedeschi, se mi è permesso la disonestà intellettuale, visto che l’autore conosce altrettanto bene in quale contesto e prospettiva storica il pronostico di Marx fosse inscritto, ovvero quello del superamento e della distruzione del capitalismo.
Facciamo parlare Marx: «Il compito del Manifesto Comunista  era di proclamare il crollo imminente e inevitabile della proprietà borghese». [1] «I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale;  (…) Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana». [2]
Non c’è bisogno di spendere altre parole per affermare che una simile torsione liberale del pensiero di Marx sia in verità uno snaturamento. Uno snaturamento, tuttavia, a cui Marx ed Engels hanno essi stessi prestato il fianco. E’ vero infatti che i passaggi del Manifesto in cui si compie un’apologia della “missione rivoluzionaria della borghesia”, non sono considerabili puri e semplici errori di percorso.
L’intervento del Bedeschi ci offre tuttavia lo spunto per tornare al pensiero di Marx, certo non esente da aporie, anzitutto per mettere in luce come il rivoluzionario tedesco si lascerà alla spalle la sua apologia del progresso capitalistico, per mettere anzi in luce quella che sarà, su questo punto delicato, una vera e propria rottura di paradigma, una rottura che il Bedeschi deliberatamente nasconde.
Dove portava l’apologia del progresso capitalistico
Che Marx e da Engels avessero inizialmente una visione eurocentrica del progresso storico (in parte anche come eredità della filosofia della storia hegeliana) lo dimostrano l’inaccettabile (ai nostri occhi) difesa del colonialismo inglese, ad esempio in Irlanda e in India.
Ma sentiamo Marx.
«L’interventi inglese, collegando il filatore nel Lancashire e il tessitore nel Bengala, o anche facendo scomparire tanto il filatore che il tessitore indiani, distrusse queste piccole comunità semibarbare e semicivilizzate facendo esplodere la base economica e in tal modo produsse la più grande e, a ben vedere, solo rivoluzione sociale che sia avvenuta in Asia (…) E’ vero che l’Inghilterra, provocando una rivoluzione sociale nell’Indostan, era guidata dagli interessi più abietti e agiva in maniera stupida per raggiungere i suoi fini. Ma non è questa la questione. Si tratta di sapere se l’umanità può compiere il suo destino senza una fondamentale rivoluzione nello stato sociale dell’Asia. Se no, quali che fossero i crimini dell’Inghilterra, essa fu uno strumento inconsapevole della storia provocando questa rivoluzione. In tal caso, quale che sia la tristezza che possiamo sentire di fronte allo spettacolo della disgregazione di un mondo antico, abbiamo il diritto di esclamare con Goethe: “perché tormentarci di una pena che accresce il nostro godimento? La tirannia di Tmur non ha forse divorato migliaia di anime?!». [3]
Sono noti i giudizi sprezzanti e odiosi che nello stesso periodo, Engels, diede degli “slavi del Sud”, considerati “popoli senza storia” e destinati a soccombere ai progrediti popoli tedesco e magiaro.
Per avere la misura dell’apologia del capitalismo, si faccia mente locale su questo passo di Engels sulla guerra con cui gli Stati Uniti annetterono il nord del Messico:
«Bakunin accuserà forse gli americani di aver condotto una “guerra di conquista” (si riferisce al Texas, Nda) che, pur dando un colpo duro alla sua teoria basata sulla “giustizia e l’umanità”, è stata combattuta nell’interesse della civilizzazione? O il fatto che la splendida California sia stata strappata ai pigri messicani che non sapevano che farsene costituisce una sventura? E’ una sventura che con il rapido sfruttamento delle miniere d’oro che vi si trovano, gli energici yankees accrescano i mezzi di circolazione, concentrino in pochi anni una densa popolazione e un ampio commercio nelle località costiere più adatte del Pacifico, costruiscano grandi città, stabiliscano comunicazioni con navi a vapore, realizzino una ferrovia che corre da New York a San Francisco, schiudano finalmente l’Oceano Pacifico alla civilizzazione e per la terza volta nella storia imprimano un nuovo indirizzo al commercio mondiale? L’”indipendenza di alcuni californiani e texani spagnoli ne soffrirà, qua e l° verranno violate la “giustizia” e altre norme morali; ma che significa al cospetto di tali avvenimenti storici di portata mondiale?». [4]
Il progresso e lo sviluppo capitalistici debbono quindi essere sostenuti, a qualsiasi costo. E siccome quel progresso e quello sviluppo andavano in parallelo al colonialismo, che ben venga trascinare con ogni mezzo (leggi colonizzare) i “popoli barbari” nella “civiltà”.
Mutamento di paradigma
Marx, in maniera più decisa di Engels, muterà opinione negli anni ’60 dell’ottocento, gli anni della definitiva gestazione de Il Capitale e della militanza nella Prima Internazionale. Se ne Il Capitale non c’è traccia della precedente apologia della  “civilizzazione borghese”, della quale si mettono anzi in risalto anzi i tratti spietatamente disumani, fu a contatto diretto con la questione irlandese che poterono, superando un certo pregiudizio anti-cattolico, guardare in faccia il colonialismo, scoprire l’altra faccia del “progresso borghese”, che lungi dal “civilizzare” i popoli colonizzati, li spoliava, li manteneva in una situazione di abbrutimento e arretratezza. Essi denunciarono infine come il progresso colonialistico infettasse sciovinisticamente il proletariato inglese.
Per la prima volta Marx parla di popoli oppressi (da quello che fino a dieci anni prima considerava “colonialismo civilizzatore”) e popoli oppressori, difendendo quindi decisamente come rivoluzionaria e progressista la causa dei primi. Non fu solo un mutamento di opinione, bensì, appunto, di paradigma.
Marx si gettò negli studi sulla storia delle relazioni anglo-irlandesi, scoprendo che lo sviluppo inglese avvenne anche a spese dell’Irlanda e che proprio questa relazione era la prima causa del sottosviluppo irlandese. Marx, che fino a poco prima aveva sempre rifiutato di sostenere la lotta per l’indipendenza dell’Irlanda , giunse così alla conclusione opposta, che la separazione dall’Inghilterra, la fine della rapina coloniale, avrebbe aiutato quel popolo a progredire: «Prima pensavo che la separazione dell’Irlanda dall’Inghilterra fosse impossibile. Adesso la ritengo inevitabile, anche se dopo la separazione potrà venire la federazione». [5]
Tre anni dopo, scrisse ad un dubbioso Engels:           
«Per lungo tempo ho creduto che fosse possibile rovesciare il regime irlandese mediante l’ascendente della classe operaia inglese. Ho sempre sostenuto questa tesi sul New York Tribune (negli annni ’50, appunto; Nda) Uno studio più approfondito mi ha convinto ora del contrario. La classe operaia inglese non farà mai nulla prima che sia riuscita a disfarsi del problema irlandese. La leva si deve applicare in Irlanda. Per questo motivo la questione irlandese è così importante per il movimento sociale in generale». [6]
E in maniera ancora più esplicita, in una prospettiva che oggi chiameremmo antimperialistica:
«Per accelerare lo sviluppo sociale d’Europa, è necessario operare per la catastrofe dell’Inghilterra ufficiale. A questo fine, bisogna attaccarla in Irlanda. È questa il suo punto vulnerabile. Perduta l’Irlanda, è l’ Impero britannico a crollare, e la lotta di classe in Inghilterra, fino ad oggi sonnolenta e cronica, assumerà forme acute».
[7]
«Sono sempre più convinto che la classe operaia inglese non potrà mai fare nulla di risolutivo in Inghilterra finché non distingue la sua politica nei confronti dell’Irlanda dalla politica delle classi dominanti nel modo più deciso, finché, non solo fa causa comune con gli irlandesi, ma addirittura prende l’iniziativa nel distruggere l’Unione instaurata nel 1801 sostituendola con una federazione volontaria». [8]
V’era poi un altro frutto amaro del progresso colonialista, che esso alimentava, proprio mentre gli immigrati irlandesi erano l’ala più combattiva del movimento operaio, lo sciovinismo e il  razzismo tra gli operai inglesi:
«In primo luogo…l’Irlanda è il baluardo della proprietà fondiaria inglese. Se cadesse l’Irlanda cadrebbe anche l’Inghilterra. (…) La proprietà fondiaria inglese perderebbe non solo una grande fonte di ricchezza, ma anche la più grande forza morale, e cioè quella di rappresentare il dominio dell’Inghilterra sull’Irlanda. (…) In secondo luogo, la borghesia inglese … con l’immigrazione forzata di irlandesi poveri ha diviso il proletariato in due campi ostili. Il fuoco rivoluzionario del lavoratore celtico  non va d’accordo con la natura del lavoratore anglo-sassone, solido, ma lento. Al contrario, in tutti i centri industriali dell’Inghilterra c’è un profondo antagonismo tra proletariato irlandese e quello inglese. Il lavoratore medio inglese odia il lavoratore irlandese come un competitore che abbassa i salari e il livello di vita. Egli sente un’antipatia di nazionalità e religiosa contro di lui. Lo considera come i poveri bianchi degli Stati Uniti del Sud considerano gli schiavi negri. Questo antagonismo tra i proletari è alimentato artificialmente dalla borghesia. Essa sa che questa divisione è il vero segreto per mantenere il potere». [9]
Più di dieci anni dopo Engels scriveva: «Voi mi chiedete cosa pensino gli operai inglesi della questione coloniale. Ebbene, esattamente la stessa cosa che pensano della politica in generale, cioè esattamente quello che pensano i borghesi: non esiste qui un partito operaio, ma unicamente dei conservatori e dei radicali liberali, e gli operai mangiano allegramente la loro parte del monopolio inglese sul mercato mondiale e sulle colonie». [10]
Lo stadio capitalista è ineluttabile?
Negli ultimi anni della sua vita Marx dovette occuparsi più da vicino della Russia. Da una parte c’erano i populisti. Essi gli posero la cruciale domanda: «Perché mai il popolo russo per arrivare al socialismo dovrebbe ripercorrere tutte le tragiche e dolorose tappe dell’accumulazione capitalistica primitiva inglese e non piuttosto lanciarsi prima verso il socialismo sfruttando le tradizioni comunitarie dei contadini?». D’altra parte, gli avversari dei populisti avevano letto alla “positivista” l’analisi storico-sociale di Marx, ovvero che la Russia fosse condannata necessariamente a passare per lo stadio del capitalismo prima di compiere una rivoluzione socialista. Marx rispose che il suo modello non era prescrittivo e che in effetti, nel contesto della rivoluzione europea, la Russia avrebbe potuto saltare la tappa borghese e costruire il socialismo anche utilizzando a proprio vantaggio le tradizioni dell’obscina, della antica comune rurale.
«Alcuni miei critici sentono l’irresistibile bisogno di metamorfosare il mio schizzo della genesi del capitalismo [11] nell’Europa occidentale in una teoria storico-filosofica della marcia generale fatalmente imposta a tutti i popoli, in qualunque situazione storica essi si trovino, per giungere infine alla forma economica che, con la maggiore somma di potere produttivo di lavoro sociale, assicura il più integrale sviluppo dell’uomo. Ma io chiedo scusa: è farmi insieme troppo onore e troppo torto. Non si arriverà a capire la chiave [dei fenomeni storici] col passe-partout di una filosofia della storia, la cui virtù suprema è d’essere soprastorica». [12]
E riguardo alla comune agricola russa Marx così precisò alla Vera Zasulic (che contro i populisti sosteneva appunto la necessità inderogabile di passare per lo stadio capitalistico) il suo pensiero: «L’analisi de Il capitale non fornisce ragioni né pro né contro la vitalità della comune rurale; ma lo studio apposito che ne ho fatto, mi ha convinto che la comune è il punto di appoggio della rigenerazione sociale in Russia». E più avanti: «In Russia, grazie ad una combinazione di circostanze uniche, la comune agricola, ancora stabilita sull’intera estensione del paese, può gradatamente spogliarsi dei suoi caratteri primitivi e svilupparsi direttamente come elemento della produzione collettiva su scala nazionale». [13]
La polemica con il liberale Giuseppe Bedeschi ci ha condotto apparentemente più lontano. Apparentemente tuttavia. Dovevamo spiegare che il “Marx maturo” non solo si era lasciato alla spalle quello apologetico del Capitale e della borghesia, ma che negli anni ’60 egli compì una vera e propria rottura con la concezione deterministica e stadiale dello sviluppo storico, concezione filosofica che era alla base dell’elogio del capitalismo.
Una precisazione altrettanto necessaria, non per un vezzo esegetico o filologico, ma perché oltre a certi liberali, anche forze di sinistra, alcune che addirittura si proclamano marxiste; o  difendono la globalizzazione imperialista come “progresso”, o sostengono l’idea che il profitto, oltre ad essere” la giusta remunerazione del Capitale” sia pur sempre la molla dello sviluppo e della crescita economica o, infine, bollano come retrograda e passatista ogni Resistenza antimperialista che non si svolga all’insegna dei valori della civiltà occidentale.

In verità le fatica di Marx ha tre aspetti inseparabili. Essa non consistette solo nello svelare le leggi del modo capitalistico di produzione, in primo luogo; ma di dimostrare che esso si fondava sullo sfruttamento dei lavoratori e sull’oppressione dei popoli coloniali, in secondo luogo. E in terzo, che la rivoluzione sociale per togliere di mezzo la borghesia non era solo auspicabile ma necessaria, per togliere al progresso il suo carattere capitalistico, ovvero i suoi connaturati caratteri di disumanità, di dispotismo e d’alienazione.


Note

(1) K. Marx; Prefazione alla seconda edizione russa de Il manifesto, Londra 21 gennaio 1882

(2)K. Marx; Prefazione a Per la critica dell’economia politica, Londra gennaio 1859

(3)(K.Marx; La dominazione britannica in India, Londra 25 giugno 1853

(4) F. Engels; Il panslavismo democratico, Colonia 14 febbraio 1848

(5) K. Marx; Lettera ad Engels del 2 novembre 1867

(6) K. Marx; Lettera ad Engels del 10 dicembre 1869

(7)K. Marx; Lettera Paul e Laura Lafargue, Londra 20 dicembre 1869

(8) K. Marx; Lettera a L. Kugelmann, Londra 29 novembre 1869

(9)K. Marx; Comunicazioini confidenziali al Consiglio generale dell’Internazionale, Londra gennaio 1870

(10) F.Engels; Lettera a K.Kautsky, Londra 12 settembre 1882

(11) K.Marx; Il capitale Capitolo XXIV, La cosiddetta accumulazione originaria

(12) K.Marx; Lettera alla redazione di Otecestvennye Zapiski, Londra, fine del 1877

(13) K. Marx; Lettera a Vera Zasulic, Londra 8 marzo 1881

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Un pensiero su “CONTRO L’APOLOGIA DEL PROGRESSO CAPITALISTICO”

  1. simone dice:

    Bellissimo, questo articolo.

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