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NORVEGIA: DIETRO ALLO SPAVENTOSO ATTENTATO «CRISTIANISTA»

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Le radici americane del cristianismo bombarolo

ARMAGEDDON

Cristiano-sionismo e guerra di civiltà
di Miguel Martinez*

(Prima parte)

Anders Behrin Breivik, l’autore del sanguinoso attentato che ha sconvolto la placida e opulenta Norvegia, è presentato dai media come un «pazzo» e un «cristiano fondamentalista». Giusta la seconda, sbagliata la prima. Qui si spiegano le scaturigini del “fondamentalismo cristianista”, il suo indissolubile legame con il missionarismo imperialista americano e il sionismo.

«Ad Armageddon ci saranno circa quattrocento milioni di uomini che faranno corona all’olocausto finale dell’umanità! Proprio per questo non dobbiamo mai dimenticare com’è bello essere cristiani! Noi abbiamo un futuro meraviglioso davanti a noi!»  [Frase pronunciata da Jerry Falwell, il predicatore americano che lanciò i fondamentalisti in politica, diventando consigliere di Reagan e grande elettore di Bush il Giovane]





Il fondamentalismo di massa




“Gli USA sono uno stato-nazione ideocratico a specifica vocazione imperiale […]. La cittadinanza americana comporta un particolare elemento ideocratico, per cui al fianco del normale perseguimento di opportunità, lavoro e benessere si ha un elemento aggiuntivo appunto ideocratico, e cioè il venire a far parte di un paese particolare, l’unico paese indispensabile del mondo (dixit Clinton, non Bush!), il solo paese che per mandato divino ha una missione speciale da compiere nel mondo. Questa missione speciale è di tipo religioso, e questo spiega la natura particolarmente “religiosa” della società americana. Questa missione speciale, lo abbiamo detto, è l’unità fra libertà e proprietà, democrazia dell’accesso e mercato capitalistico.” [1]
Come sottolinea Costanzo Preve, negli Stati Uniti, nazionalità e ideologia sono inscindibili: gli USA non sono un “paese bello”, ma un paese “che ha ragione”. La mancata adesione a quelle ragioni fa cessare il patto implicito tra l’individuo e la comunità, trasformando il reo in un soggetto “antiamericano”. Non è un caso che uno dei provvedimenti previsti dalla versione riveduta del Patriot Act consista nella revoca della cittadinanza americana, come se si trattasse delle vecchie tessere del PCI.
Si tratta di un’ideologia religiosa. Il concetto di “religione americana” si può riferire a tre realtà diverse, ma strettamente correlate.
§            Primo, la cosiddetta religione civile americana, il patto ideocratico a cui fa riferimento Preve.
§            Secondo, l’insieme delle diverse chiese americane, dai battisti agli ebrei, dai cattolici alle assemblee di Dio.
§            Terzo, il nucleo centrale del fundamentalism evangelico.
Qui mi occuperò soprattutto della seconda e della terza realtà.
Un sondaggio del 1990 ha rivelato che il 92% dei neri e l’87% dei bianchi negli Stati Uniti “non dubita mai dell’esistenza di Dio,” un dato che si sovrappone perfettamente a un altro: l’89% dei bianchi e l’87% dei neri si dichiara “molto patriottico.” [2]
Abituati come siamo a una retorica che ci vuole tutti americani, è difficile per noi misurarci con l’abisso che separa la mentalità europea da quella statunitense. Basti pensare che il 79% degli americani crede che i miracoli descritti nella Bibbia siano veramente avvenuti. Inoltre il 47% degli americani rigetta l’evoluzionismo e crede che Dio abbia creato gli esseri umani “più o meno nella loro forma attuale in un dato momento, meno di 10.000 anni fa”. Lo stesso sondaggio rivela che il 40% addirittura vorrebbe che l’insegnamento dell’evoluzione venisse bandito dalle scuole. [3]
Le realtà di questo tipo sono poco note in Italia. Infatti, quando si parla da noi del fondamentalismo religioso di massa degli Stati Uniti, si sollevano in genere tre obiezioni, tutte valide e tutte fuorvianti:
(1) Negli Stati Uniti esiste un invalicabile “muro tra Chiesa e Stato”
(2) Le chiese sono tante, non sono forse un segno della vivacità e della libertà della società americana? E come potrebbe una sola chiesa imporsi in un simile contesto?
(3) “Gli americani sono un popolo molto pragmatico…”
Analizziamo le prime due obiezioni; la terza verrà affrontata un po’ più avanti.
Il fondamentalismo non è un’istituzione
Lo stato americano non ammette interferenze da parte delle organizzazioni religiose: non esiste, per intenderci, l’otto per mille, e sarebbe inimmaginabile un vescovo che nominasse insegnanti di religione nelle scuole pubbliche.
Le cose sono in realtà un po’ più complesse: esiste un’interferenza crescente da parte delle organizzazioni religiose anche nelle faccende pubbliche; e nelle scuole private, che sono molto più importanti che in Italia, i proprietari fanno ciò che vogliono.
Ma il problema principale è che noi proiettiamo sugli USA la nostra idea di che cosa sia la religione. Nella tradizione italiana, la religione si incarna in un esercito di funzionari che ricevono le loro direttive dal Vaticano. Questa istituzione permea la società civile, ma è comunque un’altra cosa, e proprio per questo può esistere l’anticlericalismo. La forza della religione americana sta invece nella sua natura non istituzionale: gli imprenditori religiosi riprendono, amplificano ed esaltano quella che è la spinta ideologica della società nel suo insieme.
La religione americana non è un’istituzione ma una fitta rete di imprese in vivace concorrenza tra di loro.
La rete delle imprese religiose
Molti si meravigliano per la grande varietà di religioni che esiste negli Stati Uniti. Certo, le chiese sono moltissime. Ma l’uniformità religiosa è molto maggiore di quello che sembra: protestanti, cattolici e la maggior parte degli ebrei praticano una religiosità e condividono un insieme di valori, impliciti ed espliciti, che permettono di parlare, come fa Harold Bloom, di una specifica religione americana, articolata in migliaia di chiese, sinagoghe, templi e altro.
Le imprese religiose americane non sono una sopravvivenza del Medioevo; sono un elemento cruciale della modernità. Come sottolinea Marco D’Eramo, l’immigrato arriva negli USA come individuo, ma la società lo trasforma in membro di una comunità etnica o casta: per difendersi dalle comunità già organizzato, è obbligato anche lui a diventare ebreo, irlandese, asiatico, Hispanic. Ognuna di queste comunità si raccoglie attorno a un luogo di culto, che diventa il riferimento per tutti i membri della casta. Non esistono altri riferimenti: la politica e la vita sindacale sono sostanzialmente luoghi di lottizzazione per bande etniche, mentre mancano le comunità territoriali radicate. [4]
Paradossalmente, questa società frammentata in innumerevoli caste è una società che non conosce divisioni. I membri di ogni comunità sono uniti nell’affrontare le altre comunità, mentre l’unità nazionale è data dall’adesione intima alla “missione americana”, la cui fonte ultima non può che essere l’Assoluto, e il suo vicario in terra, il presidente del paese. Il presidente, che con la moglie e l’immancabile cane, non è altro che la rappresentazione divinizzata della banalità dell’uomo medio. Mentre il Papa con le sue strane vesti ispira il rispetto dell’alterità, il presidente è lo specchio del cittadino; e proprio per questo la ribellione è percepita come una forma di autolesionismo.
Il Dio biblico offre un punto di contatto tra caste in conflitto;[5] e rafforza l’intima certezza di essere una “buona nazione”. Nel 1999, il senatore John Ashcroft, nell’accettare la laurea ad honorem conferitagli dalla fondamentalista Bob Jones University, dichiarava:
“Unica tra le nazioni, l’America ha riconosciuto che la fonte del nostro carattere è divino ed eterno, non civile e temporale. E poiché sappiamo che la nostra fonte è eterna, l’America è diversa. Non abbiamo altro re che Gesù.”
Due anni dopo, Ashcroft si sarebbe distinto per aver demolito l’intero stato di diritto americano e aver inventato i lager di Guantánamo.
La religione pragmatica
“Tutti i giorni, in Africa, si svegliano un leone e una gazzella. E tutti e due sanno che dovranno correre più veloce dell’altro per poter mangiare”. Questa laida banalità, che campeggia su innumerevoli scrivanie, ci sembra insieme molto americana e poco religiosa. La contraddizione esiste però solo nelle nostre teste, abituati come siamo a confondere la religiosità con il pauperismo (autentico o di maniera) o con il misticismo dell’Europa.
La religione americana è assolutamente pragmatica. Non conosce le grandiose costruzioni teologiche o mistiche: i Testimoni di Geova, come diverse altre sette evangeliche, arrivano persino a negare l’esistenza dell’anima.
Il fondamentalismo americano ritiene che la Bibbia contenga una serie di affermazioni fattuali e di istruzioni pratiche che, se eseguite alla lettera, permettono di ottenere il massimo dalla vita. Ci si rivolge al Libro di Giobbe con lo stesso spirito con cui altri americani si sono rivolti al pensiero positivo, alle vendite piramidali, alla meditazione o alla psicanalisi.
Non tutte le chiese americane sono protestanti, né tutte le chiese protestanti sono fondamentaliste; comunque circa il 40% degli americani risponde sistematicamente in maniera fondamentalista alle domande poste nei sondaggi, quindi non si sbaglia a vedere nel fundamentalism il nucleo principale della religiosità americana, infinitamente più forte e coinvolgente delle sbiadite e declinanti chiese moderate. Il fundamentalism, un movimento trasversale a diverse chiese evangeliche sorto all’inizio del Novecento, non è però qualcosa di antagonista rispetto alla società nel suo insieme, come potrebbe essere l’integralismo cattolico di Monsignor Lefèbvre in Europa. Il fundamentalism esprime in maniera aperta quelli che comunque sono i valori della grande maggioranza della società.[6]
La religione americana è assiomatica. Fu il presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, a dire:
“È un fatto assolutamente inconfutabile che in questo unico libro [la Bibbia] si trovano le risposte a tutti i complessi e spaventosi problemi che dobbiamo affrontare, sia in patria che all’estero”. [7]
So bene che i media italiani leggerebbero questa frase, se mai se ne fossero accorti, sottolineando la simpatica eccentricità di quel particolare presidente. Invece, queste parole ci danno un’idea del mondo che si stava preparando per noi già un quarto di secolo fa. Ecco perché la patria della bomba atomica, della Microsoft e di Las Vegas riesce a essere insieme perfettamente materialista, nel senso meno filosofico del termine, e così religioso. Il “grande comunicatore” Reagan ha colto benissimo il ruolo che il Libro ha sempre avuto e continua ad avere nella società americana: è un manuale d’istruzioni che si deve adoperare per ottenere risultati concreti (fossero anche nell’aldilà), che non può essere messo in discussione più di quanto ci si possa permettere di sollevare polemiche a proposito del manuale di un tosaerba. Scrive un predicatore fondamentalista:
“Potresti dire che il paradiso è un po’ come le ‘stanze pulite’ in cui le aziende di computer fanno i loro microchip, e che il peccato è come la polvere o lo sporco che cerca di entrare in queste stanze.” [8]
L’autore spiega quindi che per essere ammessi tra i microchip celestiali, i cristiani devono indossare uno speciale vestito antipolvere, rivestito del sangue di Gesù.
Marketing God
La religione americana è imprenditoriale: ogni anno migliaia di pastori vengono messi sul lastrico da parrocchiani insoddisfatti, senza il paracadute dell’otto per mille. Ma quelli che sopravvivono si avvalgono di ogni possibile strumento offerto dalla rivoluzione mediatica e informatica. Anzi, è proprio la società mediatica e spettacolare che ha messo in primo piano il predicatore fondamentalista.[9]
Se il pastore è bravo, secondo l’insindacabile giudizio del mercato, il numero di fedeli può crescere in maniera straordinaria: ci sono chiese frequentate da decine di migliaia di persone, che fanno offerte proporzionali, rigorosamente esentasse. I ricavi vengono spesso investiti nei media, in particolare nella TV, per reclutare nuovi fedeli. I televangelist non differiscono nei metodi dai nostri imbonitori televisivi, ma c’è una differenza cruciale: milioni di persone sono state educate a vedere in loro i rappresentanti del bene supremo. E non vendono tappeti o quadri, ma lavorano sulle speranze, le paure, i dolori di innumerevoli individui. Il predicatore Oral Roberts, che nel 1977 poteva contrare su 4.356.000 contribuenti, si vantava di aver risuscitato “cinquanta o sessanta” morti.[10]
Ogni linguaggio religioso può essere adoperato per fini diversi. È fondamentale non cadere nell’errore dei razionalisti che attribuiscono la colpa di simili fenomeni ad astrazioni come “il cristianesimo” o, peggio ancora, “la religione”. Qui stiamo parlando della maniera in cui l’ideologia americana si manifesta sul piano religioso. Probabilmente un cristiano siriano ha molto più in comune con i suoi vicini di casa musulmani che con cristiani come il predicatore Marcus Bishop, che suole urlare alle folle entusiaste, ”Ve lo dico dal fondo del cuore di Dio, i predicatori devono essere ricchi!” [11]
La bravura è di tipo spettacolare: il predicatore è un uomo come noi, con una biografia di peccatore redento che è una variante in versione erotico-alcolica ma comprensibile a tutti, del success story dell’immigrato diventato miliardario. Il meccanismo è simile a quello che genera il culto del Presidente (con moglie e cane). Al contrario del nostro mondo, in cui il clero è sempre altro da noi persino nell’abbigliamento, nella religione americana, colui che indottrina ed esalta le masse fondamentaliste ogni domenica non è altro che un riflesso di loro stesse, e quindi ogni ribellione è preclusa. L’essenza della democrazia americana risiede proprio in questo – tutta la comunità vigila affinché si riproduca il proprio conformismo.
Aggiungiamo, per inciso, che questa cultura inizia a diffondersi anche in Italia, sebbene manchino fondamentali presupposti culturali. Si tratta di aree abbastanza considerevoli della nostra società, del tutto trascurate nelle analisi di sinistra. Aree che comprendono realtà religiose in senso stretto – pensiamo ai carismatici cattolici, ai Testimoni di Geova, alle prediche di Benny Hinn ad Assago – ma soprattutto realtà commerciali che si basano sugli stessi meccanismi psicologici. Pensiamo ad esempio ai sistemi delle vendite piramidali come Amway (il cui fondatore non a caso è uno dei principali finanziatori dei movimenti religiosi e politici fondamentalisti) e Herbalife o la Star Service International.
La natura imprenditoriale della religione americana ha una ricaduta importante nella percezione che l’americano medio ha del Vicino Oriente. L’organizzazione del turismo religioso, ammantato del nome di “pellegrinaggi”, costituisce un grosso affare anche da noi. Ma nel mondo protestante, non esiste né San Giovanni Rotondo, né Fatima; si può solo andare in Terra Santa. Nei decenni, migliaia di piccoli imprenditori religiosi hanno intessuto solidi legami con lo stato d’Israele, organizzando viaggi che combinano visite alla presunta sepoltura di Gesù con esaltanti incontri con gentilissimi funzionari israeliani. Nel governo israeliano, il ministero del turismo svolge un ruolo di enorme importanza, non solo economico. E non è un caso che sia un appannaggio del partito Moledet, che sostiene apertamente la necessità di deportare i nativi della Terra Santa oltre il Giordano. Recentemente, Sharon ha mandato proprio il suo ministro del turismo, Benny Elon, in un lungo viaggio attraverso le comunità protestanti statunitensi dove ha commentato davanti a folle esaltate il versetto di Levitico 26: “farò sparire dal paese le bestie cattive.”
Il Regno dei Mille Anni
La religione americana è in larga misura millenarista. Il fatto che questa teologia abbia una storia lunghissima alle spalle non ci deve ingannare: Gioacchino da Fiore o gli anabattisti di Munster c’entrano poco con la teleapocalisse americana.[12]
Il millenarismo americano promette l’avvento del “Regno”, The Kingdom, un regime specifico, qui sulla Terra, in cui per mille anni i cristiani domineranno il mondo “con verghe di ferro” e i comportamenti contrari alla fede saranno resi impossibili. Mille anni in cui si scioglieranno le terribili contraddizioni della vita reale e in cui prevarranno i valori, largamente immaginari ma sempre presenti, dell’America rurale:
“Messia regnerà dal trono ristabilito di Davide a Gerusalemme. Risorto, Re Davide sarà co-reggente assieme a Cristo. Israele occuperà una posizione di gloria e dominio sulle nazioni del mondo. I Cristiani rinati si uniranno al Messia e ai dirigenti di Israele nell’amministrare il regno di Dio sulla terra. Siamo in marcia verso Sion!” [13]
Il Regno, o meglio gli avvenimenti preparatori, sono molto vicini: da almeno un secolo, i fondamentalisti si aspettano che tutto avvenga tra circa quattro anni da un “adesso” che slitta inevitabilmente più in là, decennio dopo decennio.
Gli avvenimenti preparatori del Regno costituiscono una sorta di mito rovesciato che esercita un fascino straordinario. Infatti, mentre i miti normalmente parlano del passato, il racconto di Armageddon, come conviene a un paese senza storia, ha luogo nel futuro, ma comincia adesso, come uno straordinario spettacolo. Sono gli eventi mal digeriti del telegiornale, in particolare le notizie riguardanti il Vicino Oriente, che costituiscono gli ingredienti del mito, mentre il senso viene conferito a dati caotici da una lettura ovviamente del tutto arbitraria della Bibbia. Questa lettura pretende di essere “ciò che dice la Bibbia”, mentre chiaramente ha una propria storia: il cosiddetto Dispensationalism nasce a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento.[14]
Questa lettura costituisce una narrazione perfetta. Permette all’americano medio di saperne di più sul futuro del mondo di tutti gli intellettuali che non leggono la Bibbia. Offre una spiegazione a modo suo plausibile di qualunque evento, e quindi gli eventi stessi diventano prova della veridicità della spiegazione. In un mondo senza clero, permette al common man di condurre fantasiose indagini per conto proprio, scoprendo ad esempio il vero nome dell’Anticristo (secondo molti, sarebbe il nostro pacioso Romano Prodi, nientemeno) o la data della grande battaglia. Il mito diventa la misura epica delle cose, permette ai piccoli mortali di cogliere l’assoluto nel transitorio. E permette di covare sogni di distruzione, di vendetta, di odio su scala cosmica:
“I miei occhi hanno visto la gloria dell’avvento del Signore
Egli calpesta il vigneto dove si conserva l’uva dell’ira
Ha sciolto il fulmine fatale della Sua terribile, veloce spada
La Sua verità è in marcia
Gloria! Gloria! Alleluia!” [15]
Tutti questi sogni, per grande sfortuna nostra e dei popoli mediterranei, si concentrano sulla Terra Santa. E la loro retorica va ben oltre la pur vasta area dei fondamentalisti. Ecco ad esempio cosa disse un personaggio assai caro alla nostra sinistra, Al Gore, allora vicepresidente degli Stati Uniti, mentre celebrava il cinquantesimo anniversario dell’indipendenza di Israele:
“Mentre stasera alzo gli occhi e vedo l’intera casa di Israele, vi riconosco. Mi ricordo della profezia di Ezechiele, che Dio vi avrebbe innalzati, che ogni osso si sarebbe congiunto a ogni osso, ogni muscolo a ogni muscolo, e che Egli avrebbe soffiato vita nelle vostre carni e vi avrebbe restaurati alla vostra terra. Noi americani sentiamo che i nostri legami con Israele sono eterni.” [16]
Una frase che poteva solo guadagnargli voti, visto che un altro, ennesimo sondaggio rivela il 46% degli americani crede che la costituzione dello Stato d’Israele sia stata una prima realizzazione delle profezie bibliche. Nel 2002, un sondaggio CNN/Time rivelò che il 59% degli americani credeva che si sarebbero avverate le profezie dell’Apocalisse. [17]
Siamo lontani dall’immagine materna, mediatrice e avvolgente del cattolicesimo. È perfettamente normale, per un presidente degli Stati Uniti, affermare che:
“Dio mi ha detto di colpire al Qaida, e io li ho colpiti, poi mi ha ordinato di colpire Saddam, e l’ho fatto, e adesso sono deciso a risolvere il problema mediorientale”.[18]
L’ideologia americana è incomprensibile senza il concetto di violenza sterminatrice, forma suprema del bene proprio perché sradica il male. Proprio perché si fonda sull’illusione democratica, il sacrificio umano coinvolge tutti. Se la pena di morte da noi suscita l’idea di un capriccioso tiranno che potrebbe tirare il collo un giorno anche a noi, negli Stati Uniti la mancata partecipazione fisica a un linciaggio o morale a un’esecuzione somiglia a un tradimento.
Dice Jerry Falwell, il predicatore che lanciò i fondamentalisti in politica, diventando consigliere di Reagan e grande elettore di Bush il Giovane:
“Ad Armageddon ci saranno circa quattrocento milioni di uomini che faranno corona all’olocausto finale dell’umanità! Proprio per questo non dobbiamo mai dimenticare com’è bello essere cristiani! Noi abbiamo un futuro meraviglioso davanti a noi!” [19]
Armageddon è geograficamente nella Terra Santa; ed è tra l’altro attualmente sede di un carcere di massima sicurezza per resistenti palestinesi.
Il prossimo articolo parlerà proprio del nesso tra il fondamentalismo americano e la questione palestinese.
————
Note
[1] Costanzo Preve, in un messaggio sulla lista antiamericanisti@yahoogroups.com.
[2] Sondaggio condotto dal Princeton Survey Research Associates per il Los Angeles Times Mirror Syndicate, cit. in Barry A. Kosmin e Seymour P. Lachman, One Nation Under God: Religion in Contemporary American Society, Crown Trade Paperbacks, New York, 1993. p. 196
[3] Sondaggio Gallup del 25-7 giugno 1999.
[4] Si consiglia vivamente la lettura di Marco D’Eramo, Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia del nostro futuro, Feltrinelli 1995 (1999), uno dei pochissimi libri in lingua italiana a cogliere la vera natura del sistema americano.
[5] Per quanto sia varia l’estrazione etnica degli americani, la loro estrazione religiosa è molto più limitata: si pensi che anche gli arabi e gli “orientali” (cinesi, coreani, indiani) immigrati sono in maggioranza cristiani. Mentre il riferimento biblico include anche l’unica comunità non cristiana organizzata, quella ebraica.
[6] A opporsi al fundamentalism non è una società laica o civile, ma alcuni interessi etnici o “etnicizzati”: i cattolici fino agli anni Settanta; le femministe, gli omosessuali e – fino a qualche anno fa – gli ebrei. Infatti, come vedremo, uno dei motivi del trionfo fondamentalista negli Stati Uniti consiste nel venir meno dell’opposizione ebraica.
[7] Cit. in Roberto Giammanco, L’immaginario al potere: religione, media e politica nell’America reaganiana, Antonio Pellicani Ed., Roma 1990, p. 191.
[8] http://www.raptureready.com/rap49.html..
[9] Questo processo viene descritto in maniera impareggiabile nel libro di Roberto Giammanco.
[10] Giammanco, p. 31.
[11] Praise The Lord Telethon, 2 novembre 1998.
[12] Gran parte della storia culturale americana, non solo religiosa in senso stretto, può essere letta come un’alternanza tra premillenarismo e postmillenarismo: il primo sostiene che il Regno deve ancora venire, dopo terribili catastrofi; il secondo sostiene che stiamo costruendo il Regno oggi e qui, ed esalta quindi ancora di più il ruolo della missione nazionale. Qui parliamo soprattutto del Premillennialism.
[13] David Allen Lewis, Can Israel Survive in a Hostile World?, New Leaf Press, Green Forest, AR, USA 1994, p. 150
[14] Il nome fa riferimento a una serie di “dispensazioni” o tappe storiche fissate da Dio.
[15] Possiamo cogliere qualcosa dell’abisso che separa l’Europa dall’America, se pensiamo che questo “Inno di battaglia della repubblica” nasce come una canzone “di sinistra”, nel senso che esalta l’abolizione della schiavitù.
[16] cit. da Thomas W. Lippman, in Washington Post 2.05.98.
[17], Lawrence Wright, “Letter from Jerusalem: Forcing the End”, in The New Yorker, 20 luglio 1998.
[18] Bush avrebbe fatto queste affermazioni durante l’incontro di Sharm al-Shaykh con le autorità palestinesi nell’estate del 2003. La fonte è il quotidiano israeliano Ha’aretz (Arnon Regular, “Road map is a life saver for us,’ PM Abbas tells Hamas”
http://www.haaretzdaily.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=310788&contrassID=2&subContrassID=1&sbSubContrassID=0&listSrc=Y).
[19] Jerry Falwell, Old-Time Gospel Hour, 2 dicembre 1984.


* Questo articolo venne pubblicato nel n.33 della rivista PRAXIS, luglio-agosto 2003

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