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CAPITACLISMA 2

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Piatto ricco mi ci ficco!


la vacca sacra dello Stato e la speculazione sui debiti pubblici


di Moreno Pasquinelli

«Noi dubitiamo che la mossa compiuta ieri dalla Bce, sia sufficiente a saziare i “mercati“. Scriviamo questo articolo (ore 16,00 circa dell’8 agosto) mentre le borse stanno nuovamente colando a picco, malgrado la potente iniezione di morfina annunciata dalla Bce e l’accordo in extremis raggiunto a Washington sul tetto del debito pubblico e per un nuovo quantitative easing della Fed. Si tratta dell’ennesimo sintomo che i “mercati” non credono che le misure adottate, per quanto ingenti, saranno sufficienti ad evitare un crollo dell’Italia e della Spagna e per salvare l’euro. La ragione è semplice, l’abbiamo detta e la ripetiamo: tutti gli analisti danno per scontata il «double dip», la ridiscesa delle economie occidentali in una nuova e forse più grave recessione rispetto a quella che iniziò negli USA nel 2008. SI fa presto quindi a fare i conti: recessione significa meno profitti alle aziende, meno introiti fiscali per gli Stati indebitati, crisi del sistema bancario a causa dei crediti inesigibili e del minor valore dei titoli di stato in bilancio. Con la variante, rispetto al 2009, che l’infarto finanziario e bancario potrebbe precedere e non seguire la catalessi del ciclo economico. Il tutto a dimostrazione che se non riparte l’economia reale, quella che produce plusvalore, tutto il castello di carte della finanza parassitaria è destinato a collassare su se stesso».








l contagio? No un’epidemia!
Avevamo affermato, del resto in sintonia con la più parte degli analisti, che qualora il rendimento dei titoli italiani si fosse approssimato alla soglia critica del 7%, sarebbe per forza dovuto scattare il salvataggio da parte della Bce. Cosa puntualmente avvenuta ieri, con la decisione della Banca centrale europea, una volta ottenuto il semaforo verde dell’Asse carolingio Merkel-Sarkozy, di stampare una montagna di nuova moneta per un’ammontare che potrebbe sfiorare la cifra di 400 miliardi di euro. Con questi quattrini nuovi di zecca la Bce acquisterà quindi, sui mercati secondari (mercato primario dei titoli è quello rappresentato dalla aste gestite dai governi stessi) i titoli sovrani italiani (e spagnoli) di cui la speculazione finanziaria si era liberata a partire dalla metà di luglio. Una cifra enorme, se paragonata ai 160 miliardi complessivi (con erogazione dilazionatac negli anni) che l’Unione, solo il 21 luglio scorso, aveva deciso di stanziare per tenere a galla Grecia —una cifra modesta se si pensa che per salvare il sistema bancario europeo la Bce, nel 2009, gettò sul mercato ben 2mila miliardi! Quell’ulteriore aiuto alla Grecia, era stato presentato come la misura finalmente sufficiente che avrebbe evitato il default della Grecia il “contagio” ad altri paesi dell’euro zona. Il contagio invece, come tutti sappiamo, c’è stato, e le decisioni prese dal vertice europeo del 20-21 luglio scorsi sono andate a farsi friggere.
Tabella n.1. I creditori della Grecia. Clicca per ingrandire

E c’è stato anche perché le autorità hanno spudoratamente mentito sulla natura del “salvataggio” della Grecia. Esse hanno detto infatti che l’aiuto ha evitato default e bancarotta ellenici. I “mercati” non si sono fatti infinocchiare, valutando giustamente il piano di salvataggio come la prova provata della bancarotta greca. Il paese è stato messo sotto procedimento di fallimento. Il default è stato solo concordato. E’ sufficiente guardare alle misure prese dal vertice europeo: «La durata dei prestiti potrà arrivare fino a 30 anni (contro i sette e mezzo di quelli attuali) e il tasso d’interesse potrebbe attestarsi intorno al 3,5%. Parallelamente, saranno allungate le scadenze dei prestiti già in essere. In aggiunta a questi interventi, banche e altri investitori privati saranno chiamati a dare il loro contributo, stimato in 37 miliardi, alla nuova operazione di salvataggio della Grecia scegliendo tra diverse opzioni destinate a allungare la vita dei titoli pubblici greci da loro detenuti». [1]
Linea maginot
Non solo la bancarotta greca e il “contagio” non sono stati evitati. Qui siamo in presenza di un autentico fallimento delle strategie dell’Unione e della Bce rispetto all’attacco portato dai ”mercati” ai PIIGS e, in ultima istanza all’euro. Trichet e gli ierocrati di Francoforte sembrano circondati da un’aureola di papalina infallibilità. Potrebbe sembrare che sono come l’hegeliana nottola di Minerva, che si alza solo al crepuscolo, che decidono saggiamente solo post festum. In realtà sono letteralmente nel pallone. Solo il 21 luglio il vertice dell’Unione, col consenso della Bce, aveva deciso di portare a 400 miliardi la dotazione del Fondo Efsf, Fondo che sarebbe entrato in azione a settembre. Una cifra, in effetti, senza precedenti. Sono bastate poche sedute di borsa per mandare all’aria il piano, che essi consideravano inattaccabile. Le difese erette hanno fatto la fine della “inviolabile” ma del tutto inutile Linea Maginot, aggirate nel maggio 1940 dalla truppe tedesche.
Tabella n.2. I debiti pubblici e delle banche di Spagna
Grecia e Portogallo (in miliardi).  A destra i creditori.
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Noi dubitiamo che la mossa compiuta ieri dalla Bce, sia sufficiente a saziare i “mercati“. Scriviamo questo articolo (ore 16,00 circa dell’8 agosto) mentre le borse stanno nuovamente colando a picco, malgrado la potente iniezione di morfina annunciata dalla Bce e l’accordo in extremis raggiunto a Washington sul tetto del debito pubblico e per un nuovo quantitative easing della Fed. Si tratta dell’ennesimo sintomo che i “mercati” non credono che le misure adottate, per quanto ingenti, saranno sufficienti ad evitare un crollo dell’Italia e della Spagna e per salvare l’euro. La ragione è semplice, l’abbiamo detta e la ripetiamo: tutti gli analisti danno per scontata il «double dip», la ridiscesa delle economie occidentali in una nuova e forse più grave recessione rispetto a quella che iniziò negli USA nel 2008. SI fa presto quindi a fare i conti: recessione significa meno profitti alle aziende, meno introiti fiscali per gli Stati indebitati, crisi del sistema bancario a causa dei crediti inesigibili e del minor valore dei titoli di stato in bilancio. Con la variante, rispetto al 2009, che l’infarto finanziario e bancario potrebbe precedere e non seguire la catalessi del ciclo economico. Il tutto a dimostrazione che se non riparte l’economia reale, quella che produce plusvalore, tutto il castello di carte della finanza parassitaria è destinato a collassare su se stesso.
Non si pensi che l’attacco all’Italia e di sponda all’euro sia stato sferrato soltanto dalla finanza speculativa. Non esiste una barriera divisoria tra la finanza puramente predatoria e il sistema bancario globale. Non esiste né sul piano etico, né su quello funzionale. Tanto per dire: le stesse banche italiane si sono andate sbarazzando nell’ultimo periodo di titoli pubblici italiani, partecipando esse stesse all’ondata di vendite. Nel gennaio scorso la percentuale dei BTp, CcT e BoT nei portafogli degli istituti di credito italiani orbitava attorno ai 260 miliardi, a luglio era già scesa a 190 —non solo le banche possiedono titoli pubblici, ma anche gruppi assicurativi, fondi pensionistici, ecc. [2] Quando si tratta di affari, i banchieri italiani se ne fregano dei sentimenti patriottici. 


La conferma, clamorosa, che siano le stesse banche a speculare sul debito italiano è giunta dal Financial Times, il quale a fine luglio riferiva che la Deutsche Bank aveva ridotto in poche settimane da 8 miliardi di euro a uno il suo investimento in titoli pubblici italiani. [3] La qual cosa ha suscitato le rimostranze e la delusione di Romano Prodi, il quale ha esclamato che ciò significa «Un suicidio per l’Unione europea, la fine di ogni legame di solidarietà». [4] Il bravo Prodi, quello che quand’era Commissario europeo si portava a casa, questo sembra, mille euro al giorno di stipendio, casca dal pero, fa il finto tonto.
Resta che il New York Times, per bocca di un suo eminente analista finanziario, valuta che il salvataggio dell’Italia, per essere davvero efficace, dovrà essere di 1.400 miliardi, euro più, euro meno. Una cifra astronomia, che tedeschi e francesi, per non parlare degli altri paesi, virtuosi o meno, si rifiuteranno di cacciare. Di qui la seconda ragione per cui i mercati finanziari stanno contnuando a precipitare verso il baratro.
Primo comandamento: salvare le banche
I media italiani, rigorosamente i più servili verso le oligarchie europee, elogiano come “coraggiose”, “responsabili” ed “europeiste” le decisioni di Merkel e Sarkozy, che hanno autorizzato la Bce a comprare i titoli italiani e spagnoli. In realtà i governi tedesco e francese sono mossi da ben più profani intendimenti: salvare le chiappe ai loro sistemi bancari, che negli ultimi anni si sono riempiti di titoli di stato dei PIIGS e quindi anche italiani. «Di statistiche puntuali e ufficiali sull’esatta consistenza dei titoli di stato italiani nei portafogli dei non residenti non ne esistono: ma secondo le stime degli addetti ai lavori circa 700 miliardi di euro di BTp e 90 miliardi tra BoT e CTz si trovano all’estero. I CcT, per poco più di 150 miliardi, e meno della metà dei BTp e BoT sarebbero invece tutti in Italia. Stando agli ultimi dati della Banca dei regolamenti internazionali risalenti alla fine del 2010, la quota dei titoli di stato italiani detenuta dalle banche tedesche, francesi e inglesi è superiore all’ammontare dei bond governativi portoghesi, greci e irlandesi posseduti da quelle stesse banche. La Banca d’Italia stima che nel 2010 gli stranieri abbiano aumentato i BTp e CTz in portafoglio con acquisti netti per oltre 64 miliardi, portando la quota del debito italiano in mano ai non residenti dal 50 al 52 per cento. Gli investitori sono fuggiti da Grecia, Irlanda, Portogallo e persino Spagna e hanno investito in titoli italiani». [5] Salvo vendere a tutto spiano nelle ultime settimane. Secondo alcune stime solo le banche tedesche e francesi deterrebbero in pancia titoli italiani per una somma che si aggira sui 600 miliardi di euro.
Tabella n. 3. Esposizione delle
banche tedesche sul debito sovrano
italiano. Dati dello Stress test del 15/7/11
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Credo bene che la Bce, su pressione di tedeschi e francesi, e per conto delle loro grandi banche, voglia tentare di salvare l’Italia. Il meccanismo e gli scopi sono gli stessi utilizzati inizialmente per la Grecia —le banche francesi e tedesche detengono l’80 per cento del debito greco all’estero. Il creditore presta soldi a strozzo al debitore insolvente, affinché quest’ultimo riesca ad onorare i suoi impegni, col piccolo particolare che dopo il “salvataggio” i costi sono aumentati e il creditore fa un bell’affare.
Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che il “salvataggio” dell’Italia vada a favore solo delle banche d’oltralpe, esso va incontro anche agli appetiti dell’intero sistema finanziario speculativo italiano, che possiede all’incira il 40%  dei titoli sovrani emessi dal tesoro —in tutto sono la bellezza di 1.580 miliardi. Non c’è dunque alcun conflitto d’interessi o alcun contrasto tra banche e gruppi assicurativi italiani, tedeschi, francesi, olandesi. Questi sono tutti sulla stessa barca, sono parte integrante del medesimo sistema a vasi comunicanti, si abbeverano alla stessa fonte, hanno a che fare coi medesimi debitori.
Come sa bene chi ci segue, da tempo noi sosteniamo che essendo il futuro del paese il principale “bene comune” (altro che l’acqua pubblica!) occorre cancellare questo debito, punto e basta. Alcuni ci rispondono che così danneggeremmo anzitutto milioni di piccoli risparmiatori. I nostri critici hanno l’orologio fermo ai tempi della lira. Con l’arrivo dell’euro e il crollo dei tassi d’interesse, la percentuale dei risparmiatori italiani che detengono BoT e CcT si è drasticamente ridotta: la loro quota sul totale dello stock del debito in circolazione oscilla oramai tra il 5 e l’8%. [6] Per cui si potrebbe ben cancellare il debito inserendo una clausola di salvaguardia dei risparmiatori italiani, fatta salva l’analisi comparata di chi sono questi “risparmiatori”, visto che in gran parte di tratterebbe di titolari di grandi patrimoni, e non umili lavoratori o di poveri pensionati.
La vacca sacra
Come alcuni sapranno gli induisti hanno una vera e propria venerazione per la vacca. Krishna. la divinità più amata, è protettore delle vacche. La loro macellazione è praticamente proibita. Ciò pare dipenda dal fatto che i bovini divennero in India una risorsa fondamentale per le comunità: per tirare l’aratro, per utilizzarne gli escrementi al fine di fertilizzare i campi, per ricavare il latte col quale produrre i latticini, quindi per usufruire del necessario apporto proteico all’alimentazione.
Le grandi banche, i fondi di ogni tipo, i grandi gruppi assicurativi, e quindi anche le cosche dedite alla pura speculazione (in una parola la rendita finanziaria che ottiene plusvalenze enormi solo muovendo denaro, senza passare per la sfera della produzione di ricchezza reale) assomiglia ad una mega-setta induista, dove oggetto di culto non è la vacca, bensì lo Stato, alle cui mammelle tutti mungono e si abbeverano. Senza questa vacca, tutta la giostra della finanza parassitaria, il capitalismo casinò, verrebbero giù come pere cotte.
Per capirlo basta dare uno sguardo all’Italia. Le entrate dello Stato nel 2011 (escludendo i suoi patrimoni) saranno pari a circa 450 miliardi, un quarto del Pil. Per fare un confronto si pensi che il fatturato dell’Eni è di 98 miliardi, quello dell’Enel di 73, quello della Fiat di 60, di Finmeccanica di circa 19. Tutta la ruota dell’economia gira dunque attorno al perno dello Stato. Il peso del settore pubblico è confermato dal numero dei suoi dipendenti che sono oggi quanto quelli di tutta l’industria manifatturiera, che oramai contribuisce al Pil italiano solo per il 20% —i frutti della globalizzazione imperialistica.
Tabella n.4. Entrare e uscite dello Stato Italiano.
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Diamo ora uno sguardo alle uscite [Vedi tabella n. 4] . Nel 2011 lo Stato dovrà rimborsare 210 miliardi ai suoi creditori, in più 84 di solo interessi sul debito (che in realtà saranno maggiori visto l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato degli ultimi mesi). 294 miliardi che se ne vanno ad ingrassare la rendita finanziaria, banche incluse. Una cifra quasi pari all’ammontare delle spese correnti, che sono di 363 miliardi. Mentre le spese in conto capitale, ovvero quelle riferite ad investimenti produttivi sono precipitate a 40 miliardi. [7]

Lo Stato che ieri si indebitava e faceva indebitare per consentire il modello fondato sul consumismo compulsivo di massa, oggi si trasforma nel suo contrario, in un strozzino tiranno per togliere ai poveri e far ingrassare i ricchi. Ci spieghiamo così la “Manovra” del governo: sacrifici durissimi per lavoratori, pensionati e ceto medio, pur di nutrire la rendita finanziaria. Tagli, e ancora tagli, malgrado la spesa pubblica italiana procapite sia tra le più basse dei paesi occidentali, malgrado tutte le statistiche indichino che milioni di italiani sono già sotto la soglia di povertà. Ed infine, privatizzazioni e ancora privatizzazioni, mentre è di tutta evidenza che se siamo in queste condizioni è anche a causa di decenni di ladrocinio  liberista; mentre al paese occorre, ben al contrario, non solo cancellare il debito e riprendersi la sovranità monetaria (usando le risorse che oggi vanno alle sanguisughe per i beni comuni) ma una nuova grande Operazione Iri, per salvare non solo questa o quella azienda, ma interi comparti industriali, il futuro del paese.
Note

[2] Il Sole 24 Ore del 12 luglio 2011  
[3] Massimo Mucchetti, Il Corriere della Sera del 29 luglio 2011
[4] Corriere economia del 28 luglio 2011 
[5] Il Sole 24 Ore  del 12 luglio 2011  
[6] Ibidem
[7] Ministero dell’economia, Previsioni sul bilancio dello Stato, ottobre 2010
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