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LA «MANOVRA» DEL PD

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Concorso a premi: trovare le differenze tra
la “manovra” Tremonti e quella Bersani
Se questa è la “contro-proposta” dell’opposizione siamo fritti 

di Leonardo Mazzei*

«In conclusione, possiamo dire che la “contromanovra” del Pd è fatta sostanzialmente di servilismo nei confronti dell’UE, di rassicurazioni a Confindustria e alle classi dominanti, di un po’ di demagogia per il «popolo elettore» e di qualche sparata di troppo. All’Unione Europea bisogna semplicemente piegarsi, a Lorsignori si garantisce la non opposizione alla generalizzazione del modello Marchionne, e la piena sottoscrizione della linea delle liberalizzazioni e dunque delle ulteriori privatizzazioni, al «popolo elettore» si offre invece il solito ritornello inoffensivo di un riformismo senza riforme».A volte è difficile capire di che cosa si lamenti il Pd. In premessa ai 10 punti di quella che vorrebbe essere una «contromanovra», si legge ben evidenziato che occorre: «Più Europa per affrontare la crisi». Bene, con la manovra bis il governo Berlusconi si è completamente inginocchiato davanti all’Europa, le cui raccomandazioni, giunte per posta celere attorno al 5 agosto, sono state recepite fin nelle virgole. L’accettazione dei diktat della Bce è stata così solerte e tempestiva che si parla apertamente di un asse tra Berlusconi e Draghi, ovviamente benedetto dal garante delle oligarchie che siede al Quirinale, lo squallido Napolitano.

Ma i partiti, benché in crisi, devono pur produrre qualche proposta per differenziarsi, almeno apparentemente. Un’esigenza tanto più forte per il Pd, proprio nel momento in cui si unisce a quelli che dovrebbero essere gli «avversari» per bastonare le classi popolari, che tra l’altro continuano a fornirgli un discreto consenso elettorale. Giusta la critica alla manovra di agosto, che però è solo l’anticipazione e la concretizzazione di quella di luglio, fatta passare in fretta e furia con la totale complicità delle «opposizioni» parlamentari. Ed anche oggi il ritornello del Pd è il solito: le richieste della Ue vanno accettate, gli ordini vanno eseguiti, ma tutto ciò deve avvenire «per il rigore, l’equità, lo sviluppo sostenibile».

Già questo titolo del documento presentato l’altro ieri ci fa capire la natura propagandistica – ma una propaganda di ben scarsa qualità ed efficacia – della proposta bersaniana. Lo abbiamo detto tante volte, ma vale la pena ripeterlo: chi chiede «rigore» pretendendo al tempo stesso «sviluppo» imbroglia sapendo di imbrogliare. Il debito è stato la droga di un capitalismo in affanno, che ha consentito di spostare in avanti il momento della crisi. Se oggi la somministrazione di questa droga non è più possibile, cosa ci si attende dal drogato, che si metta a correre? Ma per favore…

Prima di entrare nel merito dei «10 punti», è interessante notare alcuni giudizi del Pd sulla manovra governativa. Il partito di Bersani critica la clausola di salvaguardia finanziaria della delega assistenziale e fiscale. Giusto! Ma non era proprio questo il cuore della manovra lampo di luglio, sulla quale il Pd fece tutto fuorché opposizione?

Ad essere criticato è anche il cosiddetto «contributo di solidarietà» per i redditi sopra i 90mila euro, cioè l’unico elemento (peraltro temporaneo) di parziale riequilibrio in senso progressivo dell’imposizione fiscale! La canea bipartisan che si è scatenata su questo punto, quasi a voler far credere che queste siano le fasce colpite dalla manovra, è una delle cose più infami di queste settimane. Sicuramente il parlamento peggiorerà questo punto del decreto, e possiamo star certi che il Pd non mancherà di dare il proprio contributo.

Dopo aver offerto la propria disponibilità a discutere – di nuovo! – di pensioni, si arriva al passaggio più significativo, quello sulle «relazioni industriali». Se il decreto di ferragosto uccide il contratto nazionale e lo Statuto dei lavoratori, qual è la risposta del Pd? Leggere per credere: «Gli interventi sulle relazioni industriali e sui rapporti di lavoro sono una intromissione nell’autonomia della parti sociali». Una intromissione! Come se il problema fosse di forma e non di sostanza, una sostanza sulla quale il Pd evita accuratamente di dire qualcosa. Un silenzio che vale più di tante parole, non a caso il marchionnismo è da sempre di casa nel partito guida del centrosinistra.

La «manovra» del Pd

Veniamo ora ai 10 punti. Per non disperderci in troppi rivoli ci concentreremo sui 3 più importanti (Dismissioni immobili, Tassazione capitali scudati, Liberalizzazioni). Sono i punti più qualificanti e quelli dai quali dovrebbero venire i soldi per arrivare al mitico pareggio di bilancio.

Gli altri sette punti sono la solita filastrocca delle buone intenzioni, come se costoro non avessero mai governato: si va dalle politiche per lo «sviluppo sostenibile» (punto 4), alla lotta all’evasione fiscale (punto 5), alla reintroduzione del reato di falso in bilancio (punto 9), ad alcuni interventi di razionalizzazione del sistema giudiziario (punto 10). Un discorso a parte andrebbe fatto sull’ipotesi di un’imposta ordinaria sui grandi valori immobiliari (punto 6). 


Un discorso che non è però possibile sviluppare in questa sede dato che gli estensori del documento del Pd hanno preferito mantenersi sul generico. Non solo non viene detto cosa si intenda per «grandi valori immobiliari», ma neppure si specifica quale dovrebbe essere l’importo di questa imposta. Una genericità di sicuro non innocente, una proposta buttata lì pur di non parlare organicamente di patrimoniale. E poi, perché occuparsi solo dei valori immobiliari e non anche di quelli mobiliari, dei grandi patrimoni finanziari?

Se del punto 8 (Autonomia delle parti sociali) si è già trattato in precedenza, resta il punto 1 (Istituzioni), un punto che non si discosta troppo dalle proposte del governo: riduzione delle provincie, accorpamento delle funzioni dei comuni più piccoli, riduzione dei parlamentari, eliminazione di alcuni enti intermedi, revisione dei meccanismi di spesa. Un elenco di interventi piuttosto lungo, fatto sotto il segno della cosiddetta «riduzione dei costi della politica», che mischia in realtà alcune buone intenzioni con la solita logica tendente alla costruzione di una sorta di istituzioni-azienda, dalle quali deve giocoforza sparire ogni elemento reale di rappresentanza democratica.

Passiamo ora ai 3 punti più significativi.

Dismissione immobili (punto 2)


A parte il fatto che non è per niente chiaro quali immobili siano veramente vendibili —ed in proposito circolano le valutazioni più disparate— quel che è certo è che si tratterebbe di una gigantesca svendita. Come abbiamo già ricordato (vedi «Ci rivedremo presto»), per realizzare 25 miliardi, sia pure in cinque anni, bisognerebbe vendere 10 milioni di metri quadri a 2.500 euro al metro, oppure 5 milioni di metri quadri a 5.000 euro al metro! E tutto questo in un momento di grande depressione del mercato immobiliare. Tutti capiscono che in realtà le cose andrebbero ben diversamente, e più che una vendita avremmo di fatto una svendita, magari data in gestione a società amiche (in senso bipartisan) che potrebbero così ingrassarsi in nome della lotta al debito. Ma la cosa che più conta è un’altra. Ammesso e per niente concesso che questa sia una misura accettabile, ammesso e per niente concesso che la vendita funzioni, i 25 miliardi altro non sarebbero che una delle solite una tantum, sia pure spalmata su 5 anni. Nella migliore delle ipotesi l’entrata sarebbe di 5 miliardi annui, ma finiti i 5 anni il gettito tornerebbe a zero. E dopo? Come si può ben comprendere la «furbata» bersaniana è tutta di natura propagandistica. Non solo una svendita dunque, ma anche una svendita sostanzialmente inutile.

Tassazione capitali scudati (punto 7)


Il Pd propone un’imposta aggiuntiva del 15% sui capitali scudati (cioè già rientrati in Italia) e del 30% per quelli «non scudati» e detenuti nei paradisi fiscali. Nelle intenzioni dei proponenti questa misura vorrebbe dare il segno dell’equità, e probabilmente in molti a sinistra così la vedono. A noi pare invece che sia il segno di una propaganda a buon prezzo. Giustissimo colpire i capitali esportati illegalmente, ma questa proposta è davvero realizzabile? Intanto, i capitali cambiano forma da un giorno all’altro, ma anche ammettendo che siano tutti rintracciabili e dunque tassabili, è così difficile immaginarsi la massa di ricorsi che verrebbero presentati? Al pari di chi ha costruito abusivamente, avvalendosi poi dei ricorrenti condoni, chi ha riportato i capitali in patria lo ha fatto in base ad una legge. Cosa succederebbe se oggi si dicesse ai condonati per abusi edilizi di abbattere la loro villa? Una marea di ricorsi, sicuramente vincenti. E perché le cose dovrebbero andare diversamente per gli «scudati»? Misteri bersaniani sui quali è inutile insistere. In quanto ai capitali detenuti nei paradisi fiscali, farli rientrare non appare impresa così facile. E poi perché i piddini non si sono mai mossi in questo senso quando erano al governo? E se questi capitali se ne sono andati, questo non ha niente a che fare con l’ideologia e le politiche liberiste, di cui il Pd è tutt’oggi uno dei portatori più agguerriti? Ed infine, come per la vendita degli immobili, anche se tutto dovesse funzionare – ma qui siamo già nella fantascienza – avremmo sì delle entrate (teoricamente circa 15 miliardi dai capitali scudati e 30 da quelli da scudare), ma si tratterebbe dell’ennesima una tantum, esattamente come quella di Tremonti.

Liberalizzazioni (punto 3)


In questa materia le proposte del Pd non sono propaganda, bensì sostanza. Una sostanza che ben conosciamo ormai da un ventennio. Leggiamo insieme cosa vuole il Partito democratico: «Un pacchetto di interventi per rafforzare e dare operatività immediata alle misure di liberalizzazione dei servizi professionali, della distribuzione dei farmaci, della filiera petrolifera, della RC auto, dei servizi bancari, delle reti energetiche, dei servizi pubblici locali». Decifrare in cosa si differenzi questa posizione da quella del governo fa parte di un concorso a premi al quale possono partecipare i lettori. Una «caccia alla differenza» che di certo non potrà avere alcun vincitore dato che l’impostazione è identica a quella della maggioranza governativa. 

Il testo bersaniano condisce tutto con questa frasetta finale: «Interventi possibili senza rovinare l’art. 41 della Costituzione». Da notare il «senza rovinare», quando sarebbe stato assai più chiaro un «senza modificare». Ma, al di là di questo, resta il fatto che si continua a proporre la linea delle liberalizzazioni che ha portato al disastro, che ha peggiorato i servizi e fatto esplodere i prezzi. E fa un certo effetto che una simile riproposizione —fra l’altro in plateale contrasto con il voto referendario— venga da chi, come Bersani, è stato l’artefice, alla fine degli anni ’90, della disastrosa liberalizzazione dell’energia elettrica, che ha portato alla formazione di un oligopolio inattaccabile nei sui privilegi ed in grado di dettare la politica energetica e quella dei prezzi. Infine, resta il fatto che questa impostazione non è soltanto inaccettabile, ma è anche del tutto inutile dal punto di vista dei conti pubblici, rispetto ai quali potrebbe perfino risultare controproducente.

In conclusione

In conclusione, possiamo dire che la «contromanovra» del Pd è fatta sostanzialmente di servilismo nei confronti dell’UE, di rassicurazioni a Confindustria e alle classi dominanti, di un po’ di demagogia per il «popolo elettore» e di qualche sparata di troppo.
All’Unione Europea bisogna semplicemente piegarsi, a lorsignori si garantisce la non opposizione alla generalizzazione del modello Marchionne, e la piena sottoscrizione della linea delle liberalizzazioni e dunque delle ulteriori privatizzazioni, al «popolo elettore» si offre invece il solito ritornello inoffensivo di un riformismo senza riforme. Il tutto condito da un paio di spari a salve, tanto «alternativi» in apparenza, quanto innocui nella sostanza.

Chi ha avuto la pazienza di seguire la disamina del parto bersaniano, avrà capito l’enorme contraddizione tra l’enunciazione dell’obiettivo del pareggio nel 2013 —del resto, chi è più europeista del Pd?— e l’indicazione di provvedimenti del tutto inidonei al raggiungimento di questo obiettivo. Provvedimenti non strutturali ma una tantum. La collinetta piacentina ha prodotto il più minuscolo dei topolini. Bersani ha dato tutte le garanzie ai padroni europei ed a quelli di casa nostra, ma la sua manovra non vale un fico secco. Pura propaganda, e di infimo livello. Se abbiamo speso un po’ di tempo per esaminarlo nel dettaglio è solo perché tra le tante cose insopportabili di questa stagione, la retorica piddina è una delle meno tollerabili.

Non pretendiamo certo che Bersani la pensi come noi, che se per caso avvenisse avremmo dei seri motivi di preoccupazione. Non pretendiamo che Bersani voglia cancellare il debito ed uscire dall’euro, ma se vuole davvero onorare il primo ed incatenarsi al secondo, che almeno sia serio, che proponga una vera patrimoniale (quantomeno del tipo prospettato dalla Cgil), senza pensare di potersela cavare con la faciloneria delle sue insipide battutelle padane.


Diamoci da fare

22-23 ottobre
assemblea nazionale

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