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CANCELLARE IL DEBITO E’ LA SOLUZIONE

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PROVIAMO AD ENTRARE 
NEL MERITO

Molti cominciano a riconoscerne l’insostenibilità, ma sono spaventati dalle conseguenze della sua cancellazione

di Leonardo Mazzei

Sulla necessità dell’azzeramento del debito pubblico molto è stato scritto, su questo sito e non solo. Negli ultimi tempi in tanti cominciano a riconoscere l’insostenibilità di questo fardello, ma di fronte alla prospettiva della sua cancellazione domina ancora il timore di effetti devastanti e incontrollabili. Può essere utile, perciò, cominciare ad entrare maggiormente nel merito.E’ evidente che la scelta dell’azzeramento del debito (vedremo più avanti in quali termini) rappresenta una risposta eccezionale ad una situazione altrettanto eccezionale. Chi non ha ancora capito la gravità del momento, o, peggio, continua a far finta di non capirlo onde non doversi confrontare con le necessarie misure radicali che si impongono, è fuori da questa discussione.

Qui non ci rivolgiamo dunque a chi accetta il quadro delle compatibilità sistemiche ed europee. Ci rivolgiamo a chi – comprendendo la necessità di una rottura con le une e con le altre – vuol contribuire alla formulazione di una proposta complessivamente alternativa, e ad un movimento di lotta che sappia spazzare via l’attuale sistema politico, integralmente al servizio delle oligarchie finanziarie.

Ovviamente, è sempre utile premetterlo, non potrà esservi cancellazione del debito senza uscita dall’euro, l’altro tabù che sta iniziando a scricchiolare.

Cominciamo proprio da qui, dalla criticità del quadro attuale dell’Eurozona. Facciamolo partendo da quel che si va dicendo nei pensatoi della classe dominante, lasciando da parte le miserie della politichetta nazionale, impegnata a discutere questo o quell’aspetto della manovra finanziaria, ma mai il senso complessivo delle scelte che si vanno compiendo. E intanto la sindrome greca avanza: la manovra di luglio è stata surclassata da quella bis di agosto, mentre – se si vorrà davvero perseguire il pareggio di bilancio nel 2013 – è già certa la necessità di una manovra ter, e così via. Nel frattempo riprende la corsa dello spread dei Btp, nonostante i massicci acquisti della Bce (40 miliardi di euro in meno di un mese) che ben difficilmente potranno durare a lungo, checché ne dica lo stridulo Frattini.

Sui giornali del 3 settembre avevano un certo spazio due notizie: la diffusione di uno studio di Goldman Sachs e il pessimismo che ha dominato l’annuale summit economico-finanziario di Cernobbio. Alan Brazil, analista di Goldman Sachs, mentre da un lato ha disegnato la prospettiva di una nuova recessione negli Usa, dall’altro ha quantificato in 1.000 (mille) miliardi di dollari la cifra necessaria solo per ricapitalizzare le principali banche europee, contro una precedente stima del Fmi di 200 miliardi.

Da Cernobbio, in un clima segnato dalla certezza dell’imminente recessione, è sufficiente segnalare treflash riguardanti l’Eurozona. Il primo viene dall’economista Martin Feldstein, per il quale «il progetto dell’euro è fallito». Il secondo arriva da Hans Werner Sinn, presidente dell’IFO, l’istituto che pubblica mensilmente l’indice della fiducia in Germania, un termometro a cui sono molto sensibili i mercati finanziari. Per Sinn – citiamo dal Corriere della Sera del 3 settembre – «la fine dell’Eurozona non è questione di “se” ma solo di “quando”». Il terzo flash ci viene da un sondaggio condotto tra banchieri, imprenditori e manager presenti a Cernobbio, dal quale risulta che il 50% è sicuro che tra tre anni i paesi dell’«euro non saranno più quelli attuali».

Verrebbe da dire, evviva Cernobbio! Se la classe politica, almeno ufficialmente, nemmeno prende in considerazione una simile prospettiva, se giornalisti ed economisti di contorno si sforzano di esorcizzarla, se a sinistra è peggio che andar di notte, meno male che ci pensa l’èlite riunita sul lago Maggiore a dire le cose come stanno!

Siccome l’uscita dall’euro e quella dal debito non potranno comunque essere un’allegra scampagnata, è sempre utile cercare di capire qual è veramente l’alternativa. Gli analisti di Goldman Sachs e i convenuti a Cernobbio l’hanno detto, la prospettiva è quella di immani sacrifici (inevitabilmente più pesanti per le classi popolari) che poi alla fine non serviranno né a salvare l’euro né ad impedire il default. Quel che invece non potevano dire è che questi sacrifici vengono chiesti non per raggiungere questi due obiettivi praticamente impossibili, ma solo per continuare a drenare ricchezza verso il sistema finanziario, per cercare di salvare le banche, i fondi, la speculazione finanziaria in genere.

La prospettiva, per l’Italia e non solo, è dunque il pieno dispiegarsi di quella che abbiamo chiamatosindrome greca, una malattia che conduce ad una spirale perversa, dove recessione e corsa dei tassi dei titoli del debito sono i due ingredienti mortali quanto inevitabili. Una spirale che alla fine porta comunque al default, che a quel punto avverrebbe nelle peggiori condizioni possibili per il Paese.

Lo sbando attuale delle classi dirigenti – ma ha ancora un senso definire così le confusionarie sanguisughe che abbiamo di fronte? – è solo l’anticipo di quel che ci aspetta. Se l’Italia è commissariata, i servi di Francoforte non mancano di certo. Sono numerosi quanto privi di idee che non siano quelle della difesa dei propri interessi immediati. Sempre subalterni alle oligarchie finanziarie ed agli ordini europei, sempre pronti a pronunciare parole magiche come liberalizzazioni, privatizzazioni, riforme. Pronti ad accettare tutto pur di restare in sella, senza alcuna idea di società, ma con il dogma dei cosiddettimercati e la sudditanza verso i moderni mercanti. Come si capirà, non ci riferiamo soltanto all’attuale governo, ma anche alla finta opposizione che si appresta a prenderne il posto.

E’ la nostra una visione estremista? Non sembrerebbe, a giudicare dall’ultima esternazione di Letta il nipote. Eh già, perche mentre lo zio è troppo indaffarato a tenere insieme una maggioranza ridotta a brandelli, il nipote si è dedicato all’ennesima incoronazione, che è poi l’unica arte ammessa e praticata in quella specie di partito di cui il nipote è nientemeno che il vicesegretario. Questa volta l’incoronato è addirittura Alessandro Profumo, l’ex a.d. di Unicredit, che Letta il nipote si dice pronto a candidare. Continuerebbe così, dopo Ciampi, Dini, Padoa Schioppa, e dopo l’amore per Draghi, che però è destinato alla guida della Bce, la lunga serie dei banchieri «democratici» messi ai posti di comando di questo disgraziato Paese. Così, tanto per chiarire chi ha oggi il potere in questa repubblichetta ancora formalmente «democratica».

Un’ipotesi di cancellazione del debito
Ci siamo forse dilungati un po’ troppo prima di venire al dunque, ma è decisivo comprendere che la catastrofe non sta nell’azzeramento del debito, la catastrofe – che si svolge in più atti sempre più ravvicinati tra loro – è già qui tra noi. Essa risiede nelle misure draconiane già prese dal governo, in quelle che verranno prese nel prossimo futuro, nella loro sostanziale inutilità salvo il foraggiamento della speculazione finanziaria. La catastrofe sta in una stagnazione economica che non potrà che svilupparsi in un’imminente recessione, sta nei tassi di disoccupazione, nella precarizzazione crescente, nella distruzione della previdenza, della scuola, della sanità, tutti fenomeni che sono davanti ai nostri occhi. La catastrofe sta nella classe dirigente poc’anzi descritta, che tanti danni ha già fatto ma è che è perfettamente in grado di farne ancora e di più gravi.

Cancellare il debito è semplicemente una necessità. Se anche le finanziarie a getto continuo dovessero arrivare a stabilizzare la situazione – e ne dubitiamo assai – resterebbe comunque un debito complessivo insostenibile. Tale da impedire anche solo di parlare delle questioni sociali più impellenti. Se vogliamo uscire dal degrado attuale, l’azzeramento del debito non è un optional, è una inderogabile necessità. Certo, dopo aver azzerato il debito saranno comunque necessarie misure fiscali assai pesanti, a partire dall’imposizione di una vera patrimoniale. Ma quel trasferimento di risorse dalla cupola della minoranza ultraricca, dovrà essere destinato ai bisogni sociali della stragrande maggioranza della popolazione, non al foraggiamento del sistema che ha portato all’attuale rovina. E dovrà essere destinato alla ricostruzione di un’economia fondata sul soddisfacimento di quei bisogni, in una società ispirata ai principi di uguaglianza e fraternità.

Stabilita la necessità della cancellazione, molti ci chiedono come essa potrebbe avvenire in concreto. Se da un lato è evidentemente impossibile tratteggiare questa complessa operazione fin nei dettagli, è però giusto iniziare a parlarne in maniera più approfondita. Il ragionamento che segue non ha certo la pretesa di rispondere a tutte le problematiche connesse a questa scelta, ma vuole solo favorire una discussione su diversi aspetti concreti, provando a dimostrare che la cancellazione non solo è necessaria, ma che è anche possibile.

Abbiamo già detto altre volte che «azzeramento» non significa cancellazione totale, bensì cancellazione sostanziale di quasi tutto il debito accumulato. Un fardello che spesso si è ingrossato per foraggiare i grandi gruppi monopolistici, per coprire le crescenti spese militari, per alimentare gli strumenti repressivi, per non intaccare l’evasione fiscale e la rendita finanziaria, per mettere in cantiere opere pubbliche utili solo alle più diverse consorterie oltre che per intascare tangenti.

Cancellazione sostanziale, vuol dire riduzione drastica, all’incirca, come vedremo, nella misura di almeno l’80%. Per entrare nel merito è necessario esaminare l’attuale composizione del debito, più esattamente la ripartizione tra grandi categorie di possessori dei titoli del debito. Questa ripartizione è conosciuta solo all’ingrosso, ed è ovviamente mutevole giorno dopo giorno. Giusto per fare un esempio, i 40 miliardi di titoli acquistati nell’ultimo mese dalla Bce, che rappresentano una quota superiore al 2% dell’intero debito, sono stati evidentemente ceduti da altri soggetti che hanno scelto di disfarsene. Chi siano questi soggetti non è dato sapere, anche se presumibilmente al 95% si tratta di banche e fondi stranieri.

Nonostante un certo grado di approssimazione, dai dati in circolazione è comunque possibile ricavare la seguente ripartizione della torta: il 50% è in mani straniere (contrariamente a quanto asserito, con la solita pensosa superficialità, da madame Rossanda nella sua introduzione alla discussione sull’Europa sulle pagine del Manifesto), un 12-15% è posseduto dalle banche italiane, un 27-30% è detenuto da fondi italiani di vario tipo, un 7/8% dalle famiglie.

Questa suddivisione in quattro grandi categorie è assai utile al nostro ragionamento, dato che ad ognuna di esse andrà riservato un diverso trattamento.

Partiamo subito dai titoli detenuti all’estero, dicendo chiaramente che dovranno essere i primi ad essere totalmente azzerati. Non c’è motivo alcuno di salvaguardare le banche e – peggio – i fondi che si sono finora ingrassati con la ricca pietanza del debito italiano. Tra di loro vi sono i principali speculatori, coloro che giocano al default per speculare al ribasso e riacquistare a prezzi più convenienti. Esattamente coloro (i cosiddetti mercati) che chiedono sacrifici per poter continuare senza troppi rischi il loro giochino. Un’eventuale eccezione a questa regola dell’azzeramento totale potrebbe aversi solo verso le esigenze di paesi che dovessero intraprendere anch’essi la via dello sganciamento dall’Europa e dall’euro, per costruire un’alternativa politica e sociale simile a quella che proponiamo. Non mettiamo limiti alla Provvidenza, ma neppure il carro davanti ai buoi. Dunque azzeramento totale, salvo la possibile (ed auspicabile) eccezione di cui sopra.

Veniamo all’Italia, cominciando con le cosiddette «famiglie». Cosiddette, perché questa categoria onnicomprensiva include piccoli risparmiatori come grassi redditieri. Considerarli come una massa indistinta non è perciò possibile. Abbiamo già visto che il Bot people degli anni ottanta non esiste più. E non esiste più proprio perché i livelli di reddito sono stati pesantemente erosi, mentre la quota del risparmio è in calo costante ormai da molti anni. Ma esiste sempre meno anche perché le banche hanno avuto sempre di più la necessità di indirizzare i loro clienti verso l’acquisto delle proprie obbligazioni. Sta di fatto che questa categoria rappresenta ormai solo il 7/8% del totale. Come trattarla al momento della cancellazione del debito? Un’ipotesi ragionevole potrebbe essere quella di tutelare al 100% i possessori di titoli fino alla soglia che lo Stato garantisce attualmente sui conti correnti bancari (pari a circa 103mila euro), restituendo solo parzialmente la parte eccedente fino ad una soglia successiva da stabilirsi, arrivando infine all’azzeramento totale per i patrimoni più elevati. Senza soffermarsi in dettagli eccessivi, lo spirito dovrebbe essere quello di una tutela inversamente proporzionale al patrimonio posseduto.

Azzerare la parte detenuta dai fondi. Come si è visto, la quota detenuta dai fondi è almeno doppia di quella posseduta direttamente dalle banche. Si tratta dunque di una fetta decisiva che non può che essere azzerata, con un’unica eccezione che vedremo di seguito. I fondi hanno una natura prettamente speculativa, e dunque non c’è alcun motivo per offrirgli uno sconto, tanto più che ogni fondo contiene in genere una quota relativamente bassa di titoli di stato italiani. Ne consegue che anche i risparmiatori che si fossero affidati ai fondi ne avrebbero eventualmente un danno assai relativo, mentre – come abbiamo visto al punto precedente – senza una misura di salvaguardia i possessori di titoli di stato perderebbero tutto. Ecco la ragione di un diverso trattamento tra queste due diverse categorie di risparmiatori. Abbiamo detto che nel caso dei fondi sarebbe ammissibile un’unica eccezione alla regola della cancellazione. Essa riguarda i fondi pensione integrativi, ai quali molti giovani lavoratori sono stati costretti ad aderire – anche con meccanismi totalmente coercitivi e truffaldini, come la famigerata clausola del silenzio/assenso sul Tfr – dalla devastazione progressiva della previdenza pubblica. Fortunatamente, in Italia il peso dei fondi pensione è ancora piuttosto basso, ed è dunque quasi trascurabile la quota di questi fondi investita in titoli di stato. Una quota che tuttavia esiste e che è giusto garantire al 100%. Una misura, beninteso, non a favore dei fondi integrativi, che vanno invece chiusi e riassorbiti all’interno dell’Inps (ecco un altro provvedimento assolutamente necessario), ma ad esclusiva tutela dei lavoratori.

Arriviamo infine alle banche. Sorpresa! Contrariamente a quel che si potrebbe pensare chi scrive è assolutamente convinto della necessità di onorare il debito nei confronti delle banche italiane. Questo per una ragione assai ovvia: tutto il sistema bancario dovrà essere nazionalizzato, dunque che senso avrebbe lasciarlo fallire? A chi ci dice che il dissesto delle banche italiane sarebbe un disastro, rispondiamo che la loro salvezza passa proprio dalla nazionalizzazione, mentre è invece l’attuale situazione di massima esposizione alla speculazione internazionale a determinare gravi rischi di bancarotta. Nazionalizzazione dunque, e conseguente ristrutturazione complessiva del sistema bancario, da mettere al servizio dell’economia nazionale e da sganciare completamente dalle logiche del capitalismo-casinò.

La somma di questi ipotetici trattamenti differenziati per categoria di creditori, porta ad un taglio del debito compreso tra l’80 e l’85%. Inutile ricordare che questo risultato sarà raggiungibile solo passando da un’autentica sollevazione popolare. Ma questi numeri ci dicono che la cancellazione del debito è non solo necessaria, essa è anche possibile. Ed è possibile senza operare un default lineare ed indifferenziato, è possibile senza penalizzare i piccoli risparmiatori, senza creare (anzi arginandolo) il caos del sistema bancario. E – cosa ancora più importante – è possibile arrivarvi con un blocco sociale piuttosto ampio, nettamente maggioritario, in grado di isolare la cupola finanziaria che è il vero nemico da abbattere.

Sogni di fine estate? Forse, ma li preferiamo sia agli incubi che ci vengono quotidianamente propinati dalle oligarchie, che alle fantasticherie di una sinistra confusionaria quanto subalterna. Chi ha voglia di lottare sul serio si faccia avanti. Presto il gioco diventerà duro, nessuno si faccia ingannare dalla strana quiete di queste settimane. La situazione è ormai insopportabile e la classe dominante si dimostra incapace di risposte che ne assicurino l’egemonia. Si avvicina uno scontro duro, che assumerà forme assai imprevedibili, comunque nuove dato il trentennio di letargia di massa. Nessuno può sapere chi ne uscirà vincitore, ma la partita è questa ed occorre giocarla fino in fondo.



Diamoci da fare
22-23 ottobre
assemblea nazionale

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