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VERSO LA CADUTA DEL GOVERNO

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Berlusconi è finito
il berlusconismo no


di Piemme


“Ribaltone cattocomunista”, così titola oggi Libero, con un editoriale a firma di Franco Bechis, molto informato su quello che sarebbe il reale disegno dei frondisti Scajola e Pisanu. Quale sarebbe il disegno? «… bisogna convincere il Cavaliere a fare un passo indietro per il bene del Paese e consegnare l’amministrazione straordinaria dell’Italia da qui alle elezioni a un personaggio super partes che pensi solo al bene comune nazionale. Chi?  Il nome del salvatore è ampiamente circolato sulla stampa ed è ben noto a chi nel Pdl ha tentato di fare il pontiere fra gli ex dc e il vertice del partito: il professore Mario Monti».
Il problema è che Berlusconi non vuole saperne di togliere il disturbo, di qui la possibilità che il drappello dei frondisti possa causare il defenestramento e la formazione di un nuovo governo, che certo sarà presentato come di “salvezza nazionale”. Mutatis mutandi, un nuovo compromesso storico.


Io sono tra coloro che ritiene che la caduta di questo governo sia imminente, che esso sia oramai un governo-zombi. Questione di settimane, forse questione di giorni. Alle calcagna il cavaliere non ha solo i magistrati, ha la più grave crisi economica dal dopoguerra. Con questa non si scherza. Non si può governare avendo contro praticamente tutto il gotha delle classi dominanti. E’ oramai assodato che la permanenza di questo governo costi al paese, leggi alle banche, ai colossi assicurativi e alle grandi aziende quotate in borsa, 80-90 punti base nello spread col Bund tedesco. La sfiducia verso un paese che non riesce a liberarsi di questo pagliaccio populista sta determinando la fuga dai titoli italiani, di conseguenza il crollo del valore degli stessi —che si muove in maniera inversamente proporzionale agli interessi che lo Stato deve rimborsare— e che aggrava la posizione debitoria dello Stato malgrado il pareggio di bilancio. Ancor più grave, per i grandi gruppi bancari, assicurativi e industriali italiani, è che questa fuga dall’Italia dei “mercati” abbia causato in pochi mesi una svalorizzazione senza precedenti dei loro asset. I gruppi bancari e assicurativi italiani valgono in media un 30-40% in meno di un anno fa, diventando così dei bocconi succulenti per quelli d’oltralpe.


Così, ragionano i potenti, non si può andare avanti, Berlusconi va tolto di mezzo prima possibile, prima che sia troppo tardi. Se Scajola e Pisanu riuscissero davvero a portarsi dietro una quarantina di parlamentari il gioco sarebbe fatto. “Non si può andare avanti“, dove “l’avanti”, bentinteso, è una cura da cavallo, misure da massacro sociale che il populista Berlusconi non può portare avanti. Di che parliamo? Lo abbiamo detto più volte dalle colonne di questo blog: per salvare la baracca, ove la baracca non è solo quella dell’economia italiana, ma tutta la traballante architettura dell’eurozona, occorre una “patrimoniale” che porti il tetto del debito pubblico dal 120 all’80-90%, una cifra colossale che si aggira attorno ai 300-400 miliardi. Altro che i bruscolini dell’ultima “manovra”! 


Solo un governo di larga unità nazionale, dalla sinistra alla destra, potrà mettere mano ad una simile operazione. Che la terapia d’urto riesca ad evitare la catastrofe economica e sociale, non è tuttavia certo, essa dovrà essere accompagnata da una operazione europea di salvataggio di ampie proporzioni, di cui gli acquisti di titoli italiani da parte della Bce o il “Fondo salva stati” non sono che l’antipasto. Tutto molto aleatorio, come si vede.


Quale sarà la risposta dei Berluscones? Potrebbe essere quella che suggeriscono gli oltranzisti alla Giuliano Ferrara (vedi Il Giornale di oggi): resistenza a oltranza e caduta in piedi, in vista di riandare al potere dopo il molto probabile fallimento del tentativo ribaltonista, con le elezioni del 2013.


Dobbiamo immaginare quale potrebbe essere la situazione sociale con la “cura da cavallo” di una patrimoniale —che si farà pagare i ricchi ma che sarà di lacrime e sangue per i più poveri e il ceto medio. L’economia sarà in piena recessione, la disoccupazione alla stelle, i salari ancor più bassi di quelli odierni. Il malcontento sociale monterà da ogni lato. Il populismo berlusconian-leghista, pur senza Berlusconi e Bossi, potrebbe rinascere più potente di prima, fungere da catalizzatore di una mobilitazione reazionaria di massa, fare leva sulla rivolta fiscale di borghesi piccoli e medi (ceti attorno ai quali ruota la metà di questo paese), fare sua la bandiera “nazionalistica” se non del default, della moratoria sul debito pubblico, e infine dell‘uscita dall’euro —poiché, lo si voglia o no, è l’euro il perno a cui quasi tutto ruota e andando avanti tutto ruoterà sempre più.


La sinistra italiana, dopo aver accettato di essere portata al macello abbracciando la causa “europeista”,  in nome della false flag della democrazia e dell’europeismo, potrebbe decidere di suicidarsi per sempre. Siamo ancora in tempo, ma di tempo non ce n’è molto, per impedire una svolta reazionaria di portata storica. Il modo per farlo è esattamente l’opposto di quello che immaginano i politicanti di sinistra. Per impedire che l’uscita dall’euro diventi il vessilo di un rigurgito reazionario, occorre non esorcizzarla, ma farla propria, legando quest’uscita ad un programma di radicali misure sociali, tra cui, oltre la riconquista della sovranità monetaria, la nazionalizzazione del sistema bancario e assicurativo (che equivale a sterilizzare almeno il 50% del debito pubblico), e la cancellazione del debito restante con l’estero.


Diamoci da fare
22-23 ottobre
assemblea nazionale
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5 pensieri su “VERSO LA CADUTA DEL GOVERNO”

  1. la congiura degli eguali dice:

    pienamente d'accordo con piemme; ma occorre che le tre condizioni descritte alla fine, diventino obiettivi di massa; ma come fare affinchè ciò si verifichi?; questo è il punto cruciale; a meno che tramite il blog, si sia capaci di fare ciò che il popolo arabo ha realizzato in primavera; ma il popolo italiano, o meglio le fascie sociali subalterne, che sono le vere vittime sacrificali, sono nelle condizioni mentali e culturali ed aggregative perchè spunti una nostra primavera? ; una primavera che spazzi via tutto il marciume politico e partitico, da destra a sinistra, prima che la metastasi diventi irreversibile?

  2. Bastian Contrario dice:

    Assolutamente d'accordo. Aggiungo alle riforme la prima e la più importante: una politica volta a creare la piena occupazione, cosa che è assolutamente possibile, solo a condizione di avere uno Stato a sovranità monetaria.Infine, sul modello islandese, la galera per i veri responsabili del debito…

  3. Lorenzo dice:

    Caro Piemme,la Sua è un’ottima analisi, che però si scontra con un dato di fatto inoppugnabile: la sinistra europea – se con questo termine si intende un’area politica che si riconosca negl’interessi della povera gente e dei lavoratori – è già morta e sepolta.E’ morta perché nell’attuale regime plutocratico l’unico metro di ogni valore sono i soldi, ogni partito politico di una qualche rilevanza è una macchina per far soldi, e la gente comune di soldi ne ha pochi e non è organizzata per usarli onde condizionare i potentati politici.E quindi essa manca di ogni rappresentanza effettiva. L’attuale sinistra parlamentare rappresenta la grande finanza che vuole spolpare il Paese e poi buttarlo via come han fatto coll’Olivetti. Berlusconi e Bossi rappresentano l’industria e l’artigianato del nord – l’ultimo baluardo produttivo del Paese.Può darsi che sul lungo e lunghissimo periodo una speranza di rinascita la sinistra ce l'abbia, ma non passerà certo tramite le mobilitazioni popolari (dov'è il popolo? A comprare l'ultimo i-pad o la borsa firmata) o i progetti di riforma del sistema…

  4. redazione dice:

    Quante possibilità ci sono a che il grosso della sinistra italiana si ricreda e cambi direzione di marcia? Esse sono prossime allo zero. Solo frange minoritarie hanno compreso quanto andiamo dicendo su debito ed euro. Seconda domanda. Potranno divenire maggioritarie? Non sarà facile. Affinché giochino un ruolo trainante, esse debbono dare vita ad un polo fortemente unitario, che non sia un'accozzaglia, un mero coordinamento per fare manifestazioni e proteste, ma che agisca come vero e proprio polo strategico antisistemico. Che non sia quindi un raggruppamento identitario, ideologico, ma un un fronte ampio, in grado di raccogliere il variopinto dissenso sociale, una pluralità di soggetti sociali uniti su pochi, chiari e decisivi punti politici.Piemme

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