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LA SINISTRA E LA FEBBRE ELETTORALE

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Per un pugno di seggiole

di Leonardo Mazzei*


Senza idee, senza proposte, senza una linea: proprio per questo – se il tracollo finanziario non travolgerà tutto prima del tempo –  Prc e Pdci potranno rientrare in parlamento. Non gli servirà a niente, ma è quel che gli basta.
Quanto sono vicine le elezioni politiche? A giudicare dal lavorio delle segreterie dei partiti, abbastanza vicine. Osservando lo scalpitare di alcuni personaggi, considerati «emergenti» nella cloaca massima della politica italiana (Renzi, ma non solo), sembrerebbero vicinissime. E’ questo il parere del genero di Caltagirone, secondo il quale l’odiato Berlusca staccherebbe la spina a gennaio per votare a marzo.
L’ipotesi è convincente, ma la data potrebbe anche essere più vicina. La pressione sul governo dei centri del potere finanziario si è fatta asfissiante; l’esecutivo è ormai palesemente sotto tutela, non solo da parte dell’Unione Europea, ma anche delle sue «quinte colonne» Napolitano e Draghi.

Costoro preferirebbero terminare la legislatura con un governo «tecnico», o di «emergenza nazionale», una veste comodamente asettica per poter meglio massacrare il popolo italiano, ma perché la destra dovrebbe prestarsi a questo gioco?
E’ verosimile, dunque, che lo scenario prospettato dal piccolo leader della mini-Dc, denominata Udc, sia piuttosto realistico. Ciò consentirebbe al Cavaliere un’uscita di scena non troppo disastrosa. Niente ribaltoni né disarcionamenti, solo un mesto addio con il passaggio del testimone ad un personaggio di secondo piano (presumibilmente Alfano), come si conviene quando si tratta di gestire una sconfitta. Questa mossa consentirebbe poi di consegnare alle attuali opposizioni parlamentari l’onere delle maxi stangate che ci attendono, volendo restare nella gabbia dell’euro e dunque nelle mani degli aguzzini della speculazione internazionale.  

Prc e Pdci in vista delle probabili elezioni anticipate


L’abbiamo presa alla larga per arrivare al tema di questo articolo: il gioco dei due partiti della Federazione della sinistra (Fds) in vista delle probabili elezioni anticipate. Probabili, non certe, dato che, da un lato, il precipitare della situazione finanziaria potrebbe determinare scenari emergenzialisti già nei prossimi giorni, e che, dall’altro, Berlusconi rimane per molti aspetti una variabile assai poco controllabile. Pur senza certezze, l’ipotesi delle elezioni anticipate nei prossimi mesi resta tuttavia assai probabile. Lo schema di ragionamento che segue si basa dunque su questo scenario, che nel caso non dovesse realizzarsi cambierebbero sostanzialmente molte cose, dato che viviamo tempi tempestosi, nei quali i processi economici, sociali e politici vivranno accelerazioni e scosse di tutti i tipi entro breve tempo.
Se invece andremo veramente ad elezioni anticipate, la mia opinione in merito ai destini della Fds è molto semplice: proprio perché senza idee, senza proposte, senza linea, Prc e Pdci potranno rientrare in parlamento. Dal punto di vista delle prospettive politiche non gli servirà a niente, data l’assenza di una qualsivoglia visione e proposta strategica, ma questo è un dettaglio che per il ceto politico interessato al «rientro» vale un rotondissimo zero. Vedremo alla fine le ragioni dell’inutilità e della dannosità di questa ennesima operazione opportunista. Prima ragioniamo sullo schema generale che si profila. Per ragioni di sinteticità, procediamo per punti.
1. Alcuni ancora si chiedono con quale sistema elettorale l’Italia andrà al voto. Su questo, purtroppo, la Snai non consente per adesso di scommettere. Si voterà con il Porcellum, dato che non vi è un solo motivo per pensare che la destra – che ha pur sempre la maggioranza parlamentare – abbia qualche ragione per rinunciarvi.
2. Quale sarà il panorama degli schieramenti? Anche qui la risposta è semplice: tre coalizioni (destra, centrosinistra e Terzo polo), con all’esterno i grillini e forse (firme permettendo) qualche formazione dell’estrema sinistra. In questo momento il Terzo polo non può né ritornare all’ovile della destra, né allearsi elettoralmente con il centrosinistra. Diverso sarà dopo il voto, ma questo lo vedremo di seguito.
3. Con questi schieramenti la vittoria (relativa) del centrosinistra appare certa. Lo dicono i sondaggisti al pari delle elezioni amministrative della scorsa primavera. E’ vero che lo spettacolo offerto dal centrosinistra – in primo luogo con la lotta per la candidatura a premier nel Pd – è a dir poco penoso, ma che dire di quello messo in onda dalla destra? In ogni caso, il ciclo di Berlusconi volge al termine e le classi dominanti non possono che lavorare per il successo (relativo) di un  centrosinistra a trazione piddina.
4. Come già detto la vittoria del centrosinistra sarà però solo relativa. Forse un 45% di voti (così dicono attualmente i sondaggi), che diventa maggioranza assoluta di seggi alla Camera, in virtù del vituperatoPorcellum, ma non al Senato.
5. Che fare, allora, se non una bella alleanza tra centrosinistra e Terzo polo? Il problema non sarà solo quello, comunque imprescindibile, di avere una maggioranza anche al Senato, sarà pure quello di avere una maggioranza elettorale un po’ più ampia per tentare di gestire il massacro sociale che i neo-alleati dovranno comunque varare da lì a poco.
6. Questo consentirà al Pd di esercitare un ruolo centrale, ridimensionando sia il ruolo dell’Idv che di Sel; all’Udc di rosicchiare preziosi posti di governo e sottogoverno in vista, magari, del balzo del suo leader al Quirinale, dove bisogna pur garantire l’immortale regola secondo cui ogni presidente della repubblica ha il misterioso potere di far rimpiangere (e ce ne vuole!) quello precedente.
7. Il modestissimo parere di chi scrive – che facendo previsioni si espone consapevolmente all’inevitabile rischio di essere smentito – è che Bersani e Casini abbiano già trattato l’accordo, inclusa la relativa spartizione dei posti. Ed andare separati al voto, per allearsi subito dopo – in nome, ci mancherebbe, della «responsabilità nazionale» – è lo schema più logico, più semplice, più redditizio.
8. Questa alleanza produrrà qualche mal di pancia? Improbabile. Non lo produrrà nel centrosinistra, laddove Idv e Sel sanno già come andranno le cose. Non lo produrrà tra i centristi, dato che i finiani rimasti – che peraltro usciranno dal voto con le ossa rotte – non avranno altre scelte. Ci sarà, al massimo, qualche caso isolato del tutto ininfluente.
9. E’ ora il momento di venire alla Fds. Dato che si voterà con il Porcellum, e dunque tutto farà brodo pur di garantirsi la maggioranza relativa, per quali motivi il Pd dovrebbe rinunciare all’accordo con la Fds? Potrebbe magari rinunciarvi se poi la Fds potesse risultare una componente decisiva della futura maggioranza parlamentare. Ma grazie al successivo accordo di governo con i centristi questa possibilità non esiste. Dunque, perché il Pd dovrebbe rinunciare al gruzzoletto (verosimilmente attorno al 2,5%) di cui ancora la Fds dispone?
10. Che i dirigenti del Pd non siano esattamente dei geni è cosa nota. Ma in quanto a calcoli elettorali non sono gli ultimi venuti e vedrete che non sbaglieranno i conti. Eviterebbero l’accordo se si sentissero più forti. Ma non è questa la situazione, dato che non è detto che lo scarto attuale sulla destra rimanga tale in campagna elettorale (vedi il 2006). E poi, perché rischiare se in fondo l’aggiunta dei voti della Fds è praticamente a costo zero? Visto il terrore che hanno delle falci e martello e della parola «comunista», l’unica questione che porranno sarà probabilmente quella del simbolo. Ma vedrete che l’accordo verrà trovato.
11. Concludiamo il ragionamento con qualche considerazione sul probabile assetto elettorale del centrosinistra. Intanto, chi sarà il candidato premier? Difficilmente qualcuno potrà scalzare Bersani. Personalmente, dubito che le primarie vengano davvero effettuate. I fenomeni che le hanno importate dagli Usa, non hanno pensato che in Italia le elezioni politiche sono spesso anticipate (1972, 1976, 1979, 1983, 1987, 1994, 1996, 2008). Piccolo problema, come si fa a prevedere le elezioni anticipate con il giusto anticipo (ci si perdoni il gioco di parole) per poter svolgere con calma le primarie? E se non si è in grado di prevederle, come si fa a fare le primarie nel brevissimo lasso di tempo che passa tra lo scioglimento delle camere e la data del voto? Lasciamo questo quesito agli «esperti» del Pd, ma vedrete che ci resteranno impigliati. Ma in questo caso non ne saranno poi troppo dispiaciuti.
12. Con la leadership di Bersani che, in termini di linea, non sembra avere alternative credibili, la scelta sarà quella dei cerchi concentrici. Dunque, Pd ovviamente al centro, con attorno due satelliti (Idv e Sel), meglio se ridimensionati da una «lista De Magistris», poi qualche cespuglio (verdi, socialisti, più incerti i radicali) di contorno, infine – nell’anello più periferico – l’alleanza puramente elettorale con la Fds.
13. Qualcuno ci chiede se vi sarà, e nel caso cosa sarà, la «lista De Magistris». Chi scrive non può sapere se questa lista si presenterà, ma nel caso riuscisse a presentarsi davvero non sarà difficile comprendere cosa rappresenterà. Nella politica personalizzata ed americanizzata un personaggio come De Magistris può avere un qualche successo. Di breve periodo, certo, ma di questo stiamo parlando. Quel che sappiamo è che il sindaco di Napoli ha recentemente incontrato il segretario del Pd, e di sicuro non l’ha fatto per parlare dei rifiuti della sua città. In effetti una «lista De Magistris» servirebbe a Bersani sia per ridimensionare Vendola e Di Pietro, che per riportare nel centrosinistra una certa quota del voto (o del non voto) di protesta. Si tratterebbe, dunque, dal punto di vista del probabile candidato premier, di un’operazione tutt’altro che stupida.

Solo inutili o anche dannosi?


Se così andranno le cose, Prc e Pdci tireranno un sospiro di sollievo. Per Ferrero – il teorico della «beata inutilità» – sarà l’apoteosi. Inutili, ma fortunatamente in parlamento. In parlamento, ma fortunatamente inutili. Comunque la si guardi, per costoro una pacchia!
Che poi l’Italia vada a rotoli, che il governo di centrosinistra – che avranno in ogni caso contribuito ad insediare a Palazzo Chigi – si dimostrerà come il più fedele esecutore dei diktat della Bce, a costoro sembra interessare ben poco.
Nei giorni scorsi si è svolto il congresso del Pdci. La stampa se ne è disinteressata, suscitando le lamentele di Diliberto. Ma per una volta non possiamo prendercela con i giornali. Dov’era la notizia al congresso di Rimini? Che forse non si conoscevano già le litanie sull’alleanza con il Pd, le aperture ultra-governiste, la riconferma alla guida di un signore che era già segretario ai tempi in cui il «suo» governo bombardava Belgrado?
Per conquistarsi qualche riga Diliberto ha dovuto dare spazio ad un magistrato… Così galleggiano i galleggiatori di professione nelle acque stagnanti della politichetta italiana. Un galleggiamento che finirà inevitabilmente non appena arriverà l’onda di piena. Quando arriverà non possiamo saperlo, ma le previsione meteo sono incoraggianti.
Per dare idea della pochezza di costui, citiamo una perla contenuta in una sua intervista al Manifesto del 28 ottobre. All’intervistatrice che gli chiede se garantirà la vita del governo di centrosinistra anche di fronte a nuove «missioni militari», ecco la risposta di Diliberto: «Dipende da cosa si tratta. Se ci chiedono di bombardare Pechino votiamo no. Ma siamo pronti a un impegno fra persone serie, che non si mettono le dita negli occhi». Ora, per il momento, il bombardamento di Pechino non sembrerebbe all’ordine del giorno, perché non dire piuttosto qualcosa sulla Libia e sull’Afghanistan? Già, chissà mai perché…
Ma, nella stessa intervista, Diliberto si occupa dell’Udc per farne il solito falso bersaglio. Sapendo già come andrà a finire, l’ex ministro della Giustizia finge di mostrare i denti, tipo «o noi o l’Udc». Può permetterselo, dato che – come abbiamo già visto abbondantemente – la questione dell’alleanza elettorale con l’Udc proprio non si pone. E visto anche che quando invece l’alleanza con Casini scatterà dopo il voto, il Pdci dovrà ritirarsi in buon ordine nonostante il proprio governismo innato, verrebbe da dire «genetico».
Tuttavia, tra Fds e Pd esiste anche Sel, o meglio il pallone gonfiato che ne è il leader indiscusso. Dato che una nota di umorismo non guasta mai, seguiamo le mosse ravvicinate del trio Diliberto-Vendola-Ferrero, un terzetto che ancora tre anni fa se ne stava bello compatto nell’armata arcobalenica.
Partiamo con Diliberto che, non senza esprimersi per il voto a Vendola nelle (ipotetiche) primarie, così schematizza il suo disegno: «Penso a tre cerchi concentrici. Una è l’alleanza democratica con il Pd, poi c’è la federazione di tutta la sinistra (in cui viene inclusa d’ufficio Sel, ndr), all’interno della quale c’è un unico partito comunista. Se andassimo insieme, noi e Sel, avremmo un risultato a due cifre».
Non infieriamo sul risultato a «due cifre». Costoro ne straparlavano già nell’autunno 2007, dopo il solito corteo autunnale, ma ad aprile 2008 il Ministero degli Interni diffuse cifre un po’ diverse: 3,1% e tutti a casa. Andiamo invece a vedere le risposte di Ferrero e di Vendola. Se il segretario del Prc ha detto che non ci sono le condizioni per l’unificazione, senza neppure sforzarsi di precisare il perché, il ducetto di Sel ha chiuso senza mezze parole. Leggiamo (il Manifesto, 29 ottobre): «Diliberto ha una prospettiva governista, Ferrero pensa che il governo sia il maligno. Rispetto il dibattito dei partiti della sinistra estrema, ma non sono interessato a rimettere insieme i cocci di una vecchia storia». Amen. Come dire, cercate un posto in parlamento? Fatti vostri, sbrigatevela con Bersani.
E’ bello, e istruttivo, lo spirito unitario di questi tre tronconi che ebbero tutti origine con Rifondazione Comunista. Altro che Gramsci, la linea è quella di Enzo Jannacci: «Vengo anch’io?», «No, tu no!».
Ma non è finita. Se sulla guerra per Diliberto si può fare tutto fuorché bombardare Pechino, leggiamo la risposta dell’ancor più ipocrita Vendola, alla stessa domanda sulle «missioni militari», nome «politicamente corretto» delle guerre tanto più se targate centrosinistra: «Dobbiamo mettere al centro la pace, quella che si pratica nei giorni feriali, non il valore da affermare in quelli festivi. Abbiamo esperienze positive: la missione in Libano è un modello. Avremmo dovuto avere qualche affare di meno con Mubarak e Gheddafi e qualche attenzione in più alla società civile».
Vendola parla di Mubarak, ma non dell’Afghanistan, eppure in Egitto non ci sono state, né sono in programma «missioni militari». Parla di Gheddafi ma non della guerra d’aggressione della Nato, e neppure delle tragedie umanitarie che ha provocato. In più, Vendola non dimentica di mostrarsi asservito al sionismo, con il suo riferimento positivo alla presenza militare in Libano.
Le differenze tra Vendola e la Fds sulla politica internazionale sono presto spiegate: il leader di Sel vuole andare al governo, mentre ai dirigenti della Fds basta rientrare in parlamento.
Non è questa, tuttavia, la discussione che appassiona i nostri tre protagonisti. Ben più importante per loro è la questione delle alleanze elettorali. Ecco allora la breve lettera a due mani, che Ferrero e Diliberto hanno inviato a Vendola dopo il suo nyet. Lettera che il Manifesto del 30 ottobre ha così titolato: «Fds a Vendola: Bersani ci dice sì. Tu?».
Ci siamo soffermati su questo quadretto a tre voci perché parla più di mille documenti congressuali. Parla per quello che i tre si dicono, ma anche – e forse più – per quel che non dicono. Mentre siamo sull’orlo di un precipizio, nel quale le condizioni di vita delle classi popolari verranno semplicemente devastate, costoro non hanno una parola né sulla questione del debito (pagarlo, non pagarlo), né su quella dell’euro (rimanervi o riconquistare la sovranità nazionale), né tantomeno sull’Unione Europea.
Se per quel che dicono sono semplicemente inutili, per quel che omettono, contribuendo così a creare confusione e disorientamento su quelle che sono le vere priorità, sono decisamente dannosi. La cosa non ci rallegra. Ma questo è il momento delle scelte: o per la difesa della povera gente, con una svolta politica a partire dalla riconquista della sovranità nazionale; o con le oligarchie europee per alimentare il capitalismo-casinò che ha prodotto l’attuale rovina. Lascino perdere le terze vie, che semplicemente non esistono.
Sono disposti all’ennesimo giro di valzer pur di riavere un pugno di seggiole? Lo facciano pure, ma non pensino così di (ri)costruirsi un futuro politico. Se il terremoto finanziario non travolgerà tutto prima del previsto, riavranno i loro seggi. Quel che invece non potranno più riavere è la credibilità. Muti di fronte al disastro prodotto dall’euro e dai vincoli europei, sordi di fronte alla necessità di liberarsi dal giogo dell’UE, avranno ben poco da dire nell’immane scontro alle porte. Lasciamoli dunque ai loro giochini, che ci sono cose assai più importanti a cui dedicarsi.

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