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AI PIEDI DELLA GERMANIA

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cambio marco-euro (clicca per ingrandire)
La botte piena e la moglie ubriaca

di Roberto Romano*


Pubblichiamo d’appresso un articolo apparso su Il manifesto del 23 febbraio. Esso mette in evidenza quanto la Germania abbia guadagnato con l’introduzione dell’euro (che corrispose ad una robusta svalutazione del marco dando così una spinta alle sue esportazioni) e quanto ci continui a guadagnare. Ma il Romano non riesce a uscire dal perimetro del politicamente corretto, tipico del giornale che lo ospita. Non la dice tutta.
Giammai dire pane al pane, ovvero il disastro che ha causato l’euro per l’economia italiana. 
Comunque: il grande capitalismo tedesco solo a chiacchiere mugugna contro la moneta unica, in verità se la vuole tenere ben stretta, che se l’eurozona esplodesse l’industria tedesca subirebbe un colpo fatale. Si faccia attenzione alle tabelle che pubblichiamo. Per ben capire la questione suggeriamo un ottimo articolo apparso nel settembre 2011: «Crisi: perché la Germania non esce dall’euro» [Keynesiano] Ci si chiede: ma allora perché la Merkel insiste nell’imporre ai suoi partner politiche di bilancio recessive che potrebbero alla fine penalizzare le sua esportazioni? Beh, per due motivi, il primo è che cavalca per motivi elettorali il rigorismo sciovinista, il secondo è che il capitale tedesco vuole la botte piena e la moglie ubriaca: vuole tenere in attivo il saldo delle partite correnti (esportazioni) ma pure evitare che i dissesti nei bilanci che questo meccanismo produce nei partner si scarichino sulla sua economia. Un’impresa improbabile, che porta dritti verso il baratro. [La redazione]

«Se la macroeconomia e il buon senso contraddicono le politiche europee, se una parte consistente degli economisti insiste su un diverso ruolo della Bce dei bilanci pubblici, perché alcuni leaders europei insistono su linee di politica economica estremiste? 
Soprattutto, perché la Germania impone a tutti l’equilibrio di bilancio (debito e indebitamento), con delle politiche deflattive senza precedenti, tanto da mettere a rischio l’euro, cioè [quella che fu al tempo] una svalutazione (implicita) del marco pari al 40% del valore reale? 

Forse dobbiamo vedere la realtà da un altro luogo. Se l’obiettivo della Germania e dell’area economica di suo interesse «industriale» puntasse a un nuovo equilibrio internazionale? La prima cosa da mettere a fuoco è la particolare struttura industriale tedesca, che riflette una struttura produttiva (soprattutto manifatturiera) sempre più multinazionale, che compensa gli elevati costi del lavoro con sofisticati fattori d’innovazione tecnologica continua e di organizzazione commerciale. Una struttura che ha beneficiato della svalutazione implicita del marco [con la nascita dell’euro]. Questa ha permesso alla Germania e alla sua area economica di riferimento di consolidare avanzi commerciali, pagati sostanzialmente dagli altri paesi europei. 
Export tedesco nella Ue
(clicca per ingrandire)

In qualche misura l’industria tedesca deve affrontare il problema della competitività internazionale, ma si rende conto che le politiche adottate non sono più sufficienti. In particolare, la popolazione tedesca non sarebbe mai disposta a sostenere politiche deflattive come quelle adottate dall’Italia o da altri paesi europei. La stessa industria tedesca le troverebbe insopportabili perché incrinerebbe le buone relazioni sindacali e reddituali delle proprie maestranze. In altre parole, le politiche deflattive colpirebbero la classe media tedesca, il vero cuore della società tedesca. Soprattutto l’industria tedesca non potrebbe mai rinunciare al cuore oligopolistico della propria industria, la quale ha maturato vantaggi in tutti i settori produttivi di scala, assecondati da una ricerca e sviluppo senza pari in Europa, capace anche di anticipare la domanda. Si pensi alla green economy.

L’obbiettivo tedesco è quello di consolidare il proprio cuore oligopolistico, facendo leva su un’area economica integrata di subfornitura che rifornisce la propria industria a prezzi contenuti. In questo modo i prezzi finali dei beni e servizi tedeschi potrebbero compensare l’approfondimento della competizione internazionale, senza «intaccare» la condizione materiale dei propri cittadini


Non solo, l’avanzo commerciale della Germania, a questo punto non solo riferito all’Europa, continuerebbe ad essere pagato dall’Ue, ma con un ruolo inedito della stessa Germania. Il consolidamento del settore dell’automotive tedesco, a discapito di quello di altri paesi europei, fotografa perfettamente il «potere» tedesco. In questo modo si può spiegare il no della Merkel alla proposta di Marchionne di acquistare l’Opel. Perché avrebbe dovuto accettare? In fondo la crisi del settore avrebbe dovuto suggerire un riequilibrio a livello europeo sul modello dell’aerospazio. 

L’idea era ed è un’altra. La Germania deve essere il cuore oligopolistico industriale europeo, mentre tutte le altre economie possono ambire a diventare soggetto privilegiato della subfornitura. Quando Mario Monti afferma che l’accordo europeo (Fiscal Compact) è quello che l’Italia voleva portare a casa, oppure la richiesta esplicita del riconoscimento europeo e tedesco in particolare degli sforzi italiani, a cosa si riferiva? Lo stesso atteggiamento della Francia ed anche della Gran Bretagna sono poco omogenei. La Francia ha maturato un gap industriale con la Germania impressionante: meno 17% nella produzione industriale, sostanzialmente relativo ai beni strumentali. In altre parole la Francia, come l’Italia, non è più un partenr (industriale) tedesco. Può ambire a fere da subfornitura. Diverso è il ruolo finanziario e creditizio. Gran Bretagna e Francia accumulano tensioni, e l’idea della Tobin Tax è forse l’ultima di una lunga serie. 
Nota bene: a consumi stagnanti, anzi in flessione,
aumento deciso delle esportazioni. Anche l’import è
cresciuto ma di forniture per la sua industria.
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L’impressione delle policy adottate dai grandi della terra, Stati Uniti, Giappone, Germania, Cina, è quella di una battaglia senza esclusione di colpi. Sostanzialmente gli attori coinvolti agiscono in proprio. Come interpretare la spesa di 140 mld di dollari per rafforzare la struttura pubblica della ricerca, della scuola, delle infrastrutture, di Obama?

La crisi del 2007-2011 meritava un’azione coordinata a livello internazionale. In fondo è peggio di quella del ’29. Se non c’è stato coordinamento, forse dipende dalla distanza dei progetti degli attori economici internazionali coinvolti».


* Fonte: Il manifesto del 23 febbraio 2012
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3 pensieri su “AI PIEDI DELLA GERMANIA”

  1. Anonimo dice:

    vedo che in diverse zone della sinistra si comincia ad avere chiarezza della situazione (in ritardo). ma bisogna chiarificare anche un altro fatto: A CHI, in italia e negli altri paesi deboli dell'europa, conviene l'euro e perchè?ALLA GRANDE/MEDIA IMPRESA, quella che può spostarsi fuori dalle frontiere, quella che può e vuole delocalizzare: si indebita in euro (capitali artificialmente sopravvalutati e tassi irrisori) e compra fattori produttivi altrove, a bassi costi e alti tassi di profitto.altrimenti ci si limita a dispute nazionalistiche…antonio.

  2. redazione dice:

    Per la cronaca: che tutta la "sinistra" sia stata favorevole all'Unione e all'euro è una sciocchezza. Chi ne ha voglia faccia un tuffo all'indietro. certo si trattava di forze minoritarie, ma gli antimperialisti hanno sempre rifiutato l'«europeismo» come paravento del blocco atlanitista.

  3. Claudio dice:

    A me risulta che la Germania con l'ingresso nell'Euro abbia conosciuto una robusta rivalutazione nominale, e non una svalutazione. Nel 2001 un dollaro comprava 2 marchi, mentre nel 2002 comprava circa 1 euro. Il problema sta nel rapporto tra l'euro e le precedenti valute: la Germania e passata da 2 a 1, ma noi siamo crollati da 2000 a 1. La Germania si è rivalutata rispetto al resto del mondo, ma ha svalutato rispetto a noi.

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