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MPL (7): VERSO L’ASSEMBLEA DEL 4-5 FEBBRAIO

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Movimento, non partito

Si potrà seguire in tempo reale su questo sito e su Eco della rete, la diretta streaming dell’Assemblea del MPL 4 febbraio


 Anche alcuni di noi hanno l’idiosincrasia verso la cosiddetta “forma partito”. Tali e tante sono state le scottature che i più hanno preso militando nei partiti, che la gran parte ci pensano non una ma due volte prima di imbarcarsi in una nuova impresa politica.
E’ proprio a causa di queste esperienze, spesso dolorose, che i più han deciso di ritirarsi a vita privata (molti conservando i loro ideali), o di militare solo nei movimenti sociali e nei comitati civici. Occorre però stare attenti: mettere la “forma partito” sul banco degli imputati, e non invece i gruppi dirigenti e/o la loro linea opportunista, finisce spesso per essere un alibi autoassolutario proprio di questi ultimi.

Comunque non è un partito quello a cui vogliamo dare vita, ma un Movimento. Una struttura quindi decisamente più democratica, orizzontale, partecipativa, col minor numero possibile di paratie tra chi ha l’onore e l’onere di dirigere il Movimento e coloro che non ricevono un mandato dirigente. Un Movimento quanto mai pluralista e inclusivo quindi. Ma come ogni cosa che vuole essere davvero democratica e pluralista deve avere solide fondamenta, altrimenti si sfascierebbe alla prima prova seria. Noi abbiamo proposto una Bozza di Manifesto. A Chianciano lo discuteremo nelle sue parti, lo emenderemo, ma queste sono solo le fondamenta. Se non c’è accordo su questa base politica, hai voglia poi a parlare di democrazia partecipativa! Se non c’è un accordo solido, il patto solidale di militanza sarebbe scritto sulla sabbia e avrebbe vita breve.

Sappiamo di essere ancora indietro. Sappiamo ad esempio che ci vorrà anche uno Statuto, poiché certe cose, le modalità di funzionamento del MPL, vanno messe nero su bianco.

Non avremo, in effetti, questo Statuto alla prossima assemblea. Abbiamo bisogno di tempo per disegnare un’architettura del MPL.


Tempo al tempo quindi.

L’Assemblea del 4-5 febbraio, lo ripetiamo, non è un congresso costitutivo, è solo un primo passo, ma un primo passo che vogliamo compiere, e lo vogliamo compiere perché siamo certi che la base programmatica contenuta nel Manifesto è più che sufficiente a dare vita ad un soggetto politico.

Alcuni amici ci hanno criticato per questa mossa, che hanno giudicato come una “accelerazione”. Lo ammettiamo: è un’accelerazione. Ma qui non siamo in tempi ordinari, qui le cose precipitano, la crisi conoscerà nuovi rovesci e i conflitti sociali si acutizzeranno. Prevediamo un autunno di fuoco, dopo che a partire dalla primavera si faranno sentire gli effetti delle manovre dei governi Berlusconi e Monti, contestualmente a nuovi patatrac dell’eurozona, i quali potrebbero far traballare il “governo delle larghe intese”.

E’ adesso che va dato il più ampio risalto, la massima circolazione, alle nostre proposte politiche (di nuovo, vedi il Manifesto), alla necessità di formare un fronte popolare (vedi l’Appello al popolo lavoratore) per evitare la catastrofe. Per farlo occorre organizzarsi, procedere a ranghi serrati, usare al meglio le poche risorse che abbiamo, far sì che ogni azione sia contagiosa e produca il massimo impatto. Per tutto questo serve organizzazione. Siamo solo una “minoranza creativa”, un lievito, ma un lievito soltanto non produce pane, serve che si incontri e si mescoli con la farina della sollevazione popolare nascente.

Il Fronte di cui parliamo

Non è un’addizione di partiti e di sigle. Troppe sono le distanze ideologiche e identitarie. Troppi i narcisismi dei gruppi dirigenti. Spesso incompatibili le loro ambizioni. Ci viene in mente di perifrasare uno slogan dei tempi che furono “I partiti ci dividono, la lotta ci unisce”. Questa cosa la sanno anche i più tetragoni militanti di partito. Cos’è il fronte che abbiamo in testa allora? Ma scusate, non lo vedete che è la realtà stessa che ci sta dando la risposta? Non c’è da alambiccarsi: un fronte ampio, che non sia un intergruppi, lo produce la realtà sociale, esso non è un’operazione di ingegneria poltica. Guardate agli esempi, pur diversi tra loro: il Movimento che ha portato al referendum sull’acqua, il movimento in Val di Susa, quello dei Forconi in Sicilia o la Consulta sarda di recente costituzione. Sono i pezzi di società vittime della devastazione liberista, degli attacchi governativi, in una parola della crisi, a darci la risposta.

I cittadini si uniscono qua e la, si mettono assieme su rivendicazioni elementari ma radicali. Cittadini delle più disparate provenienze si mettono assieme e si coordinano nell’azione, nella lotta.
Il fronte ampio nascerà come fronte sociale, di forze sociali in lotta, non come fronte di forze politico-ideologiche.

Altro che anti-politica! Questa è la vera politica, è vera politica la società che si autorganizza dal bassao contro un implacabile nemico comune. Diciamo di più: è vera sagezza politica quella fare fronte su poche a chiare rivendicazioni antisistemiche. E’ l’unione del popolo lavoratore, come dicevamo nell’Appello diffuso a novembre. Poi, dentro questo fiume in piena, chi ha più filo da tessere tesserà. Il lievito delle idee politiche giuste darà certamente i suoi frutti.


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Un pensiero su “MPL (7): VERSO L’ASSEMBLEA DEL 4-5 FEBBRAIO”

  1. Anonimo dice:

    Non credo che la sfiducia di molti riguardo alla forma-partito oggi sia da addebitare alla sola loro classe dirigente. Perché anche statisticamente non è possibile che alla guida di un partito ci vada sempre, come per una sorta di maledizione storica, il gruppo dirigente più opportunista. Mi pare invece che la forma-partito oggi abbia dentro di sé i germi della propria crisi, specialmente nei c.d. paesi a capitalismo avanzato, e che la dimamica storica della forma-partito a fine Novecento rifletta anche il percorso della sua parabola politica. Insomma, per dirla in breve, un partito nasce e si costituisce perché c'è un elettorato di riferimento, ed è appunto nel rapporto con questo elettorato, e al fine della classica presa del potere che nei nostri paesi è vincolata all'agone "democratico" elettorale, che il partito si trova a mediare, a proporre e accettare compromessi politici, necessitato a fare alleanze con altri partiti simili per la classica pesa del potere, dunque a essere opportunista (anche nel senso buono del termine: a cogliere quotidianamente le opportunità). Sia chiaro che non intendo proporre a una siffatta forma-partito la spontaneità dei movimenti, perché purtroppo abbiamo visto dove essa ha portato. Ma non credo che sia la forma-partito, almeno classicamente intesa, la soluzione. Però, finché un partito ha necessità vitale di un elettorato, e che sia il più ampio possibile (ovviamente, non potrebbe essere altrimenti), la questione del suo opportunismo (e non solo quella dei suoi dirigenti), resta aperta. Ma questa rischia di essere al momento, e con le urgenze del momento, una discussione accademica.roberto

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