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TARANTO: UN DUE AGOSTO CHE RESTA NELLA STORIA

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Uscire dalla trappola della globalizzazione


Massimo De Santi


Siamo oramai al “giallo dell’Ilva” di Taranto, siamo giunti all’inquinamento delle prove.
Il 9 agosto il Tribunale del riesame deciderà, resta che il mostro dell’acciaieria è un prodotto dell’incontro tra capitalismo selvaggio e Stato corrotto.
Ma ci sono altri mostri in Italia: il polo petrolchimico siciliano (il più grande d’Europa, meglio noto come “Triangolo della morte”); l’industria chimica Solvay di Rosignano; i petrolchimici di Livorno e Ravenna, quello di Porto Marghera. Il modesto stanziamento che lo Stato ha promesso di erogare per il risanamento ambientale a Taranto, oltre che insufficiente, è scandaloso: ricadrà sulle spalle pubbliche mentre la proprietà dell’Ilva non pagherà nulla.
Che bella democrazia!
Il capitalismo finanziario, con le sue speculazioni, mette in contrapposizione la tutela della salute e dell’ambiente col diritto al lavoro, così i lavoratori pagano due volte: come operai e come cittadini. 
La soluzione è nell’uscita dalla trappola del liberismo globalizzato


Taranto, il paradosso del tre ruote

Una storia di alternativa

di Francesco Ferri*

Due emozioni distinte segnano il tempo di una mattinata intensa, quella del 2 agosto, che genera un possibile punto di non ritorno per i movimenti – non solo locali – e un’opportunità per tutti, con la contestazione diretta al comizio unitario delle organizzazioni sindacali e la forte presa di parola collettiva di un comitato nato tutto al di fuori delle rappresentanze politiche e sindacali.

La prima emozione – un insieme di tensione, attesa per il divenire moltitudine e fiducia nel possibile – avvolge l’aria intorno al punto di ritrovo degli eretici, estranei alle litanie dei dirigenti sindacali e politici. È il segno palpabile di un desiderio che si realizza collettivamente, prende forma in uno spezzone autonomo rispetto al discorso dominante e si mette in cammino.

La seconda sensazione ha invece il segno chiaro e limpido di un lunghissimo istante di gioia, capace di avvolge tutti coloro che, dopo la possente presa di parola collettiva, proseguono il corteo lungo via D’Aquino, si incontrano in Piazza Giordano Bruno e, sulle note dei 99 Posse e di Rino Gaetano, si perdono in salti ritmati, abbracci tra estranei e pianti di libertà.

In mezzo c’è stato il manifestarsi di un evento, cosi chiaro e limpido che per una volta anche i tentativi di narrare altro rispetto alla realtà, attribuendo l’esito della giornata a poche centinaia di persone, ai cobas, e ai centri sociali, viene travolto dall’emersione di un discorso di verità così netto e rigoroso da rendere infruttuoso il triste chiacchiericcio dei contestati.

Un gruppo disomogeneo di operai (aumentati esponenzialmente con l’avanzare del corteo) insieme ad altre categorie professionali, disoccupati, precari e studenti e ha prima preteso e poi preso la parola, durante il comizio conclusivo della manifestazione intersindacale. Nessun atteggiamento brutale, nessun comportamento barbaro, nessuna prepotenza: solo l’avanzare preciso e inarrestabile di una moltitudine in divenire che, senza titubanze, tra gli applausi di una rilevante parte della piazza sindacale (come riportato da giornalisti locali e nazionali non allineati) si è materializzata davanti ad un palco tremendamente distante, sordo, vuoto. Per una volta, anche Repubblica è costretta ad ammettere come non fosse presente “nessun black bloc, né no global. La contestazione alla manifestazione di Cgil Cisl e Uil ha le facce stanche di operai Ilva”.

Ciò che resta della giornata di mobilitazione è l’emersione di un discorso di dignità, cosi preciso, spontaneo e netto, da coinvolgere nella contestazione anche chi era in piazza per ascoltare i sindacati, addirittura qualcuno del servizio d’ordine della Cgil. Non solo: allo stesso tempo la giornata del 2 segna l’inizio di una narrazione autogestita dei propri desideri da parte dei tantissimi che, dopo il proprio intervento politico, scelgono di celebrare altrove, in forma separata, i propri riti, disertando la piazza del comizio dei sindacati, che inesorabilmente si svuota.

Bonne nuit. Al momento dell’ingresso in piazza dello spezzone autogestito, il segretario generale della Fiom Landini si apprestava ad iniziare il suo intervento. La circostanza (casuale) suggerisce una riflessione: è il sintomo di un distacco in (inesorabile) fase di ampliamento tra rappresentanza sindacale (tutta) e lavoratori. Ieri anche la Fiom è rimasta travolta dal meccanismo in atto, e le posizioni (parzialmente) divergenti assunte sulla tematica risultano inevitabilmente schiacciate dalla scelta di fare fronte comune con gli altri sindacati, manifestando addirittura insieme anche a chi nei giorni scorsi, rischiando il linciaggio da parte degli operai, ha espresso solidarietà a Riva e continua a sostenerne gli interessi della proprietà dell’Ilva.

La sinistra tutta, ovviamente, reagisce fin da subito in maniera scomposta. Oltre l’avversione atavica per tutto ciò che può essere un frammento di rivolta e di messa in discussione dell’esistente (nella triste convinzione che il mondo si possa cambiare a suon di comunicati stampa e dibattiti) si avverte un certo loro fastidio per il linguaggio usato dagli operai – diretto, fuori dal solito politichese e slegato dalle formule di rito – e per l’orgogliosa volontà da parte del comitato – il peccato originale – di farsi la politica da sé.

Fa specie che chi fino a ieri ha (stra)parlato di Syriza oggi condanni la mobilitazione, facendo finta di ignorare che il partito della sinistra greca si è conquistato il suo consenso proprio alimentando le rivolte degli ultimi contro l’1%.

Il treruote è la perfetta rappresentazione di questa frattura: le classi dirigenti proprio non riescono a comprendere come un esercito di sognatori dotato di barcollante apecar abbia ricevuto un consenso così diffuso tanto da diventare, nel giro di qualche ora, il punto di riferimento di chi vuole provare a costruire altro rispetto alle macerie dell’esistente.

Le forme dell’informale. La strada da compiere, in ogni caso, resta in salita, ed è bene ricordarselo sempre. La giornata di ieri rappresenta l’inizio di un possibile percorso di salvezza, ed è necessario ora organizzare fin da subito un discorso politico chiaro e netto sul piano dell’alternativa. Non è affatto il momento della responsabilità: bisogna invece continuare a navigare in mare aperto, mettere sul piatto della bilancia e far pesare gli umori e i desideri di una città che vuole, con estrema dignità, emergere dalla melma dell’esistente.

Da questo punto di vista, la pratica delle assemblea pubbliche in piazza, alimentate da discorsi chiari e netti, e la collocazione fuori dalle rappresentanze (elementi che segnano affinità con lo stile dell’Occupy spagnolo e americano), producono immediatamente un distacco nei confronti di chi, ancora oggi, pensa di poter riprodurre all’infinito la politica della ragion di Stato, degli incontri separati e delle passioni tristi.

Il sottrarsi da ciò che finora ha dominato le nostre vite, rendendole infelici, è un processo, non un evento, e proprio per questo, oltre a raccontare e raccontarsi l’ampiezza e la portata delle gestualità messe in scena il 2, bisogna tener presente che abbiamo, sul piano della mobilitazione e del consenso, tutto da conquistare.

La sottrazione dal discorso dominante è il punto di partenza, necessario ma non sufficiente. Sono già presenti elementi in divenire capaci di essere potenzialmente programma politico, e quanto questo discorso di dignità possa diventare alternativa reale dipende dalla disponibilità di tutti per iniziare la costruzione, a partire dalle miserie dell’esistente, di una città e un mondo nuovi e più giusti.

Si riparte da subito, con un nuovo appuntamento pubblico in piazza (questa volta nel quartiere Tamburi, il più soggetto all’inquinamento, praticamente contiguo con la fabbrica). É il continuare la produzione di un racconto chiaro: i nostri corpi sono qui e si oppongono, inesorabilmente, ai vostri ricatti; continuano a conoscersi e si organizzano.

Non è bastato l’allarmismo su presunti arrivi di black bloc a fermare la partecipazione spontanea allo spezzone eretico in coda al corteo intersindacale, non basteranno le impacciate piroette dei contestati a formulare un ordine del discorso diverso rispetto ai bisogni e ai desideri che si sono affermati pubblicamente in piazza. Non ci nascondiamo più, non retrocediamo, non possiamo permettercelo: è proprio questo il paradosso del treruote. Il suo procedere titubante diventa, improvvisamente, un’andatura possente, sicura, sulla spinta dei desideri del divenire 99%.

* attivista di Occupy ArcheoTower

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Un pensiero su “TARANTO: UN DUE AGOSTO CHE RESTA NELLA STORIA”

  1. Vincenzo Rauzino dice:

    Quel giorno muore la vecchia classe operaia e nasce quella nuova, disomogenea ma moderna classe lavoratrice antagonista.

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