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IL GIOCO DELLE PARTI

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Gli scenari elettorali e il matrimonio Monti-vendola officiato da Bersani

di Leonardo Mazzei

«Il gruppo dirigente del Pd non è fatto di sprovveduti, ed essi sanno benissimo quanto sia decisivo coprirsi a sinistra mentre ci si dirige a destra. Questa regola aurea è tanto più valida in tempi tempestosi come quelli che si annunciano».

Due buone ragioni rendono la rottura tra Pd e Sel improbabile, la terza la rende impossibile

La campagna elettorale è davvero buffa. Ed il più comico di tutti è proprio lui, l’Altissimo dei mercati, ora ancora più in alto dopo la sua «salita» in politica. Vorrebbe l’alleanza con il Pd, ma a condizione che Bersani scarichi Vendola e la Cgil; poi dice di volerla anche con il Pdl, ma solo se rottamerà il proprio fondatore. Polemica elettorale spicciola e manie di grandezza del personaggio creano un mix davvero esilarante.

Nella polemica anti-Vendola, l’Altissimo ha nell’incasinato Casini un maestro insuperabile. A sentir parlare il genero di Caltagirone sembra quasi che il governatore pugliese sia un pericoloso bolscevico, anche se poi l’accusa principale riguarda quasi sempre i matrimoni tra gay. Passano gli anni, ma il giochino è sempre il solito: attaccare un bersaglio di comodo per nascondere il proprio vuoto politico e programmatico. Qualcuno saprebbe dire cosa ha detto Casini nell’ultimo anno, all’infuori di un «viva Monti» ripetuto all’infinito?

Abbiamo detto e scritto che il prossimo governo si reggerà sull’asse Bersani-Monti, l’asse degli eurosacrifici. Le scaramucce elettorali di questi giorni non mutano quella prospettiva. Qualcuno potrebbe però pensare che l’alleanza sarà solo tra Pd e montiani, scaricando Sel, che sembra peraltro avviarsi ad un risultato elettorale abbastanza modesto.

Errore. Bersani non potrà scaricare Vendola in alcun modo, e pensiamo che anche a Palazzo Chigi lo sappiano. La cosa più probabile, infatti, è che si stia assistendo ad un penoso gioco delle parti che conviene un po’ a tutti. Monti si mostra intransigente col più tenue dei «profumi di sinistra», Vendola si fa bello ergendosi a difensore sia di quel «profumo» che del suo «utilizzatore finale», il privatizzatore Bersani. Per quest’ultimo è sempre meglio lasciarli giocare con queste schermaglie che discutere di cose serie.

Ma perché Bersani non potrà mollare Vendola? Non lo potrà fare, benché la cosa piacerebbe ad alcuni settori del Pd, per tre motivi, l’ultimo dei quali è quello veramente decisivo. Attenzione, qui non stiamo parlando di scenari troppo lontani, ma solo delle mosse che verosimilmente apriranno la prossima legislatura. Non avrebbe senso, infatti, spingersi troppo in avanti con le previsioni, basti pensare a quanto accaduto nel recente passato. Inoltre, poiché a nostro giudizio la crisi morderà ancora più duro e la ripresa dello scontro sociale non sembra troppo lontana, è ben possibile che gli equilibri che usciranno fuori dalle urne possano venir spazzati via assai prima di quel che si pensa. Questo è almeno il nostro auspicio, che riteniamo assai fondato.

Ma restiamo al tema. Abbiamo già ripetuto che Bersani non potrà mollare Vendola per tre ragioni: una ragione di decenza, una ragione politica, una ragione numerica.

La ragione di decenza è ovvia, anche se altrettanto ovviamente è di certo la meno importante. Come potrebbe il Pd scaricare Sel subito dopo il voto, dopo che il partitino di Vendola sarà stato praticamente l’unico alleato nella scalata al governo? Potrebbe farlo se Sel accampasse qualche pretesa programmatica, ma così non è come abbiamo visto ad abundantiam in L’Eugenio tradito e… l’orecchino che non ci sente. Vendola ha firmato un patto di lealtà ai dogmi rigoristi dell’Europa, al Fiscal compact, ai trattati internazionali, riconoscendo comunque in ultima istanza ogni potere decisionale a Bersani. Dunque non sono prevedibili pretesti da sfruttare per l’eventuale rottura. Inoltre, c’è veramente una questione di decenza, perché una cosa è rompere dopo un anno o due, altra cosa sarebbe farlo subito per dare qualche soddisfazione a Monti e Casini. Certo, il Pd si è dimostrato più volte un partito indecente, ma in questo caso decenza fa rima con convenienza e dunque non se ne parla proprio.

La convenienza sta in una precisa ragione politica. Il gruppo dirigente del Pd non è fatto di sprovveduti, ed essi sanno benissimo quanto sia decisivo coprirsi a sinistra mentre ci si dirige a destra. Questa regola aurea è tanto più valida in tempi tempestosi come quelli che si annunciano. Si potrà forse obiettare che quella di Sel come copertura non è granché. Obiezione sensata e ragionevole, ma se non si ha di meglio cosa si può fare? Questa seconda ragione del mancato scaricamento di Sel è già ben più importante della prima, ma assai meno della terza.

Infatti, se la decenza a volte è questione opinabile, e se la ragion politica deve piegarsi in alcune occasioni alla mera logica dei rapporti di forza, con i numeri è più difficile scherzare. Negli equilibri parlamentari i numeri possono in alcuni casi giocare dei brutti scherzi. Si pensi al giornaliero affanno del governo Prodi, come alle campagne acquisti di Berlusconi dopo il divorzio con Fini. Ora, la ripartizione dei seggi la conosceremo solo dopo il voto, ma qualche previsione è già oggi azzardabile. Ed una di queste è che, proprio in virtù dei numeri, il governo potrà nascere solo con un accordo tra montiani e tutto il centrosinistra, Vendola incluso.

Questa ipotesi – a modesto avviso di chi scrive la più probabile di tutte – non viene neppure presa in considerazione da una stampa tanto servile quanto idiota. Il nostrano giornalistume sembra infatti tutto preso da un’unica domanda: ce la farà il centrosinistra ad essere autosufficiente anche al Senato? Se i giornalisti meritassero anche solo il 10% del loro stipendio, a questa domanda ne dovrebbe seguire un’altra: se il centrosinistra non sarà autosufficiente, basterà a governare una maggioranza Pd-montiani senza Sel?

Questa domanda sembra proibita, quasi che un’alleanza tra il pudico bocconiano e il governatore pugliese fosse un’ipotesi troppo hard anche per essere solo accennata. I numeri, per ora necessariamente ipotetici, ci narrano però un’altra storia. Vediamola.

Secondo gli ultimi sondaggi il centrosinistra non riuscirebbe a vincere in tre regioni pesanti: Veneto, Lombardia e Sicilia. E’ vero che almeno in queste due ultime regioni il distacco sembra assai piccolo e recuperabile. Ma chi ha detto che il centrosinistra sia destinato a crescere? Vicende come quelle del Monte dei Paschi certo non aiutano, e nel prossimo mese non è improbabile che arrivi qualche altra tegola sul capo di Bersani. Certo, alla fine vi sarà un effetto di polarizzazione, che però non favorirà soltanto il centrosinistra, ma anche la destra.

Tenendo conto che la maggioranza al Senato ha una soglia minima di 158 voti, potrebbe dunque realizzarsi una situazione assai complicata. Il centrosinistra potrebbe attestarsi su circa 140 seggi (diciamo 125 il Pd, 15 Sel), mentre ai montiani ne andrebbero circa 30 solo se verrà raggiunta la non facile soglia del 15%.

In questo caso, puramente ipotetico ma assai vicino alla realtà sulla base di simulazioni compiute tenendo conto dei sondaggi attuali, al centrosinistra mancherebbero circa 20 voti. La maggioranza sarebbe così raggiungibile solo aggiungendo i seggi montisti (140 + 30 = 170), mentre la somma di questi ultimi con il solo Pd (125 + 30 = 155) non sarebbe affatto sufficiente. Ecco perché, verosimilmente, Vendola non potrà essere mollato in nessun caso da Bersani.

Fare simulazioni è in realtà piuttosto difficile, perché tante sono le variabili, da considerarsi peraltro regione per regione. Tuttavia non è difficile comprendere come solo scostamenti davvero significativi rispetto a queste ipotesi potrebbero invalidare il senso di fondo del nostro ragionamento. E’ difficile pensare infatti che possa nascere un governo con una maggioranza troppo risicata, e qualora avvenisse la sua vita sarebbe segnata fin dal principio.

Ecco perché bisogna prepararsi al matrimonio tra Monti e Vendola, officiato civilmente dal laico Bersani. Questa prospettiva, non a caso ignorata dai media, dev’essere oggi rimossa nell’interesse comune dei due futuri sposi. Le sparate dell’uno contro l’altro servono soltanto a motivare i rispettivi elettorati, poi dopo il voto i ragionamenti si faranno ben diversi. E la foto di gruppo di un tal pateracchio sarà davvero interessante: l’ammucchiata scomposta dell’intero partito europeista, nelle sue diverse varianti, contro il resto del mondo.

Una partita assai intrigante e dall’esito per niente certo. Purché non resti chiusa nelle squallide aule parlamentari.

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