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SI VOTA A GIUGNO?

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Imbrigliare M5S, cancellare la volontà popolare


di Emmezeta 


Se un governissimo è escluso, un governicchio è altamente improbabile. Emmezeta, segnalando il disorientamento che regna in seno alle élite dominanti, ritene che nuove elezioni politiche (forse addirittura a giugno) siano uno sbocco quasi obbligato.


Il tema è ormai dibattuto apertamente. Ed in molti fanno gli scongiuri. I più patetici sono gli scribacchini del Corsera. Ieri, con il direttore De Bortoli, ad invocare il «Napolitano bis»; oggi dopo aver incassato il no del Quirinale —«la questione è chiusa», ha detto il portavoce— affidandosi ad astrusi calcoli tesi a dimostrare l’indimostrabile, e cioè l’impossibilità tecnica di votare a giugno.

In realtà il titolo del pezzo di Roberto Zuccolini si commenta da solo: «Votare a giugno? Impossibile (o quasi)». Non entriamo qui nei dettagli tecnici della tempistica istituzionale. Non è necessario, dato che il «quasi» sta esattamente a significare che è possibile eccome, purché ve ne sia la volontà (o la necessità) politica. E’ questo il punto da analizzare, non certo i tecnicismi a cui si aggrappano i tanti De Bortoli in circolazione, che proprio non riescono a digerire il terremoto elettorale di febbraio.

Costoro avevano scommesso sul Salvatore della Bocconi, abbiamo visto quanto apprezzato dagli elettori. Il colpo è stato duro, ma non per questo si sono arresi: in fondo il Quisling con cagnolino fu insediato a Palazzo Chigi dal «comunista preferito» da Kissinger, uno che di golpe se ne intende. Dunque, hanno pensato, perché arrendersi ad un voto? Che tutto venga posto nelle (per loro) sicure mani di Napolitano! Già, ma il golpista novembrino è a scadenza. E chissenefrega —si sono detti— rieleggiamolo!

Certo non scopriamo niente di nuovo ad osservare l’inarrivabile arroganza delle classi dirigenti, ma questa volta il limite gli è stato posto proprio dall’ex «ministro degli esteri del Pci» [Napolitano, Ndr], che conoscendo a menadito le regole della realpolitik lascia volentieri a qualcun altro la difficile arte di arrampicarsi sugli specchi. Del resto, l’hanno fatto santo e da «santo» vuol chiudere.

Ma cosa pretenderebbero costoro da Napolitano? Ce lo spiega un altro navigato direttore, quell’Eugenio Scalfari che ama tanto tecnici e banchieri il quale, deluso da Monti, ritiene che la salvezza dell’Italia sia oggi soltanto nelle mani del Quirinale e di Draghi. Che aborrisce il «populismo» perché disprezza il popolo, specie se non vota come dovrebbe…

Nel solito pistolotto dell’editoriale della domenica, Scalfari ci informa in premessa che: «Napolitano, nel suo recente incontro con la Merkel, ha rassicurato la Cancelliera dicendo che l’Italia avrà sempre un governo in grado di governare». Ecco di cosa si preoccupa il peggior presidente che l’Italia abbia mai avuto: di rassicurare la Germania; peggio ancora, la pidocchiosa cancelliera messa a guardia dell’ortodossia eurista.

Anche Scalfari, come De Bortoli, vorrebbe il «governo del presidente». Già, per costoro la repubblica parlamentare è davvero un insopportabile intralcio, ma ad oggi un governo 

—del «presidente» o del «direttore» che sia— abbisogna di un voto di fiducia di entrambi i rami del parlamento. E qui cominciano i guai, visto che almeno per questa volta si è votato in Italia e non a Bruxelles… 

Scalfari, che è informato dei fatti, cerca allora di prefigurare un governo in grado di avere la fiducia parlamentare. E qui, a dispetto dell’età, inizia una spettacolare arrampicata sugli specchi. Un tentativo degno del miglior Reinhold Messner, con il quale condivide evidentemente la barba ma non la conoscenza di certe difficoltà alpinistiche.

Scalfari esclude, giustamente, che il M5S possa appoggiare un governo Bersani. Esclude anche, ed altrettanto giustamente, che un monocolore del M5S, possa ottenere l’appoggio del Pd oltre che l’incarico quirinalizio. Del resto, per lui, questa ipotesi «non sarebbe nemmeno un salto nel buio ma un suicidio vero e proprio».

Che per Barba-bianca-di-banca il M5S sia il vero Diavolo è del resto per noi di gran conforto. Ma un altro diavoletto turba ancora le notti del laico direttore. Attualmente ha preferito la clinica al tribunale, ma non per questo è scomparso dal paesaggio della politica nazionale. Anzi, se il Diavolo va solo combattuto ed allontanato dalle persone perbene del civile consesso dei politici proni ai banchieri, solo i voti del diavoletto (momentaneamente) accecato potranno far nascere quel governo così necessario alla psiche di direttori in carica e in pensione.

Ecco allora che bisogna proseguire, nonostante gli inascoltati consigli di Messner, l’improba arrampicata sugli specchi. Leggiamo come Scalfari si approssima alla parete decisiva: «Si può lontanamente immaginare che Napolitano faccia un governo istituzionale “baciato” dalla fiducia di un centrodestra guidato da Berlusconi? Certamente no anche perché sarebbe inutile dato che il Pd esclude quest’ipotesi già da un pezzo».

E allora? Lo sappiamo: gli elettori sono stati indisciplinati e poco «europei», ma sta di fatto che il blocco degli eurosacrifici (Bersani-Monti) può costruire una maggioranza o con il M5S (ipotesi tassativamente esclusa) o con la destra, ipotesi che anche Scalfari sembrerebbe escludere.

E allora, dove sta l’ideona che dovrebbe far quadrare il cerchio? Leggiamo come l’ex direttore di Repubblica prosegue il suo ragionamento: 

«Ci sono però due subordinate. La prima è che il Pdl esploda in mille pezzi e una parte di essi confluisca con “Scelta civica” che diventerebbe in tal modo determinante per raggiungere la maggioranza in Senato insieme al Pd. Una seconda ipotesi è che il Pdl decida di dare il benservito a Berlusconi; un benservito vero e non soltanto apparente. Questa seconda ipotesi mi sembra da escludere. La prima invece è possibile. Soltanto a quel punto un governo sarebbe possibile e potrebbe anche avere lunga durata sempre che fosse accettabile».

Ecco qua la genialata: la ripetizione pura e semplice dello schema messo in atto nella passata legislatura. Se il voto in originalità non può essere che pari a zero, quello in praticabilità si merita il segno meno. La destra non ha certo vinto le elezioni, avendo perso Pdl e Lega circa 9 milioni (nove) di voti, ma non si vede proprio perché dovrebbe suicidarsi con nuove fratture come quelle immaginate da Scalfari.

Ora la fantasia è un ingrediente fondamentale anche in politica, ma a tutto c’è un limite. Certo, osserveranno alcuni, nuove elezioni potrebbero essere un azzardo, perché non è affatto detto che ne uscirebbe una maggioranza in entrambe le camere. Vero, ma ci sono alternative?

Quella più gettonata parte dalla necessità di una nuova legge elettorale. Già, ma quale? A qualcuno risulta che vi sia una qualche possibilità di accordo tra le maggiori formazioni politiche? E soprattutto —vista l’ingloriosa fine che ha fatto il bipolarismo— esiste forse un modello di legge elettorale in grado di garantire a priori il formarsi di una maggioranza?

Sì, esiste. Ma non si tratta del modello francese, come vorrebbe il Pd. La verità è che per ottenere la governabilità si deve stritolare fino all’inverosimile il criterio della rappresentanza. Altro che il democratico principio «una testa, un voto»! La verità è che la base naturale per il totale stravolgimento dei principi democratici che il blocco dominante vuole ottenere sarebbe il Porcellum. Già ora, con questa legge, il centrosinistra con il 29,5% dei voti ha ottenuto il 54% dei seggi alla Camera. Per gli ultrà della governabilità basterebbe replicare il sistema della Camera anche al Senato ed il gioco sarebbe fatto.

Ma, c’è un gigantesco «ma» che rende impossibile l’operazione. Lorsignori non fanno mica certe cose per garantirsi un’astratta «governabilità», se le fanno è per assicurarsi la loro «governabilità». E qui nascono i problemi, visto che niente può escludere che la maggioranza relativa (che si trasformerebbe in assoluta per effetto della legge elettorale) possa essere conquistata dal M5S.

Il succo del problema è tutto qui. Il voto di febbraio ha visto la maggioranza degli elettori dire no alla prosecuzione della politica dei sacrifici sull’altare dell’euro, le oligarchie (nostrane ed europee) vogliono invece assicurarsi questa prosecuzione, infischiandosene della volontà popolare. Il problema, per queste ultime, è che nella situazione attuale neppure la scorciatoia della nuova legge elettorale può funzionare.

Che fare, dunque? Ci siamo posti già questo interrogativo nell’articolo «Cul-de-sac», prospettando come probabile lo scenario di nuove elezioni in tempi molto ravvicinati. Nei pensatoi del blocco dominante c’è senz’altro qualcuno più razionale dei De Bortoli e degli Scalfari, ai quali semmai verrà appaltato il lavoro di propaganda una volta definita la strategia.

Il blocco dominante ha due esigenze primarie: a) avere un governo il più funzionale possibile ai propri interessi, b) imbrigliare in qualche modo l’avanzata del Movimento 5 Stelle. Certo, in prima istanza, la tentazione sarà stata quella del governissimo, ma considerata la sua impraticabilità è difficile pensare al ripiegamento su un governicchio, per quanto battezzato alla fonte quirinalizia. Un esecutivo che si basasse sulla maggioranza Pd-montisti-Pdl nascerebbe in ogni caso debole, diviso, e perfino incapace di risolvere la stessa questione della legge elettorale. Una situazione che aprirebbe un’autostrada alle prospettive di crescita del M5S.

Tutto può essere, ma è difficile immaginare un simile errore da parte dell’élite dominante. Molto più probabile che decidano l’accelerazione verso nuove elezioni, scaricandone fra l’altro la colpa sull’indisponibilità di Grillo. E’ in questo senso che si spiega l’offensiva —con tanto di appelli pubblici e di privati abbocchi— verso il M5S, sottoposto in questi giorni ad una sorta di stalking politico-mediatico da denuncia penale.

Accusare Grillo di irresponsabilità è solo la prima mossa, la seconda sarà la costruzione di una coalizione elettorale Pd-Monti (sia chiaro, aperta a Vendola) in nome dell’Europa e della lotta al «populismo», la terza sarà il tambureggiare mediatico sulla necessità di un governo che altri non saprebbero garantire, la quarta sarà la definizione di una nuova leadership da affidarsi allo sguaiato sindaco di Firenze.

Ma non esiste solo una generica élite, esiste anche un partito (il Pd) che ha oggi in mano le carte decisive. Ed allora, vi chiederete, come è possibile pensare che Bersani stia lavorando ad una soluzione che alla fine vedrebbe nella veste di nuovo Salvatore l’avversario battuto alle primarie? Domanda più che legittima, che in effetti lascia qualche dubbio anche a chi scrive. Ma non dimentichiamoci mai la logica del naturale prevalere degli interessi della «ditta», come Bersani chiama onestamente quello che alcuni ancora si ostinano a definire partito.

Tutto ciò, ovviamente, non per nobili motivi, ma solo perché sono gli utili della «ditta» a determinare i dividendi (ministeri, sottosegretariati, portaborse, eccetera) che i vari azionisti potranno alla fine incassare. Ecco quindi che le esigenze sistemiche di governabilità possono benissimo sposarsi con i meri calcoli di potere del gruppo dirigente del Pd. Questo almeno nelle intenzioni, che nella pratica speriamo proprio che questo disegno gli vada di traverso.

Naturalmente, tante sono le variabili, che non possiamo essere certi che le cose andranno sicuramente così. Ma questa ci sembra l’ipotesi di gran lunga più probabile. Del resto, le penose arrampicate sugli specchi di Scalfari e De Bortoli non nascono dal caso, ma dall’assenza di vere alternative realistiche al ritorno alle urne.

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