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STATO E NAZIONE: PER UN’AUTOCRITICA DEL MARXISMO di Nello De Bellis

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12 maggio. Nello De Bellis, docente di filosofia e dirigente del Mpl, prende in considerazione i concetti di Stato e Nazione da due punti di vista: quello della storia moderna e contemporanea e quello della filosofia politica, sottoponendo a critica la tesi marxiana dell’estinzione dello Stato come fine ultimo della rivoluzione socialista. Una riflessione che va nella stessa direzione di quella di Pasquinelli: Cos’è lo Stato. Sviluppando il discorso di Gramsci, da noi pubblicata il 15 aprile scorso. E in questa cornice, sostiene De Bellis, che va considerata la questione dell’immigrazione.

1. IL CONCETTO DI REPUBBLICA

1) Il concetto di Repubblica, come accennato dalla Carta dei Principì di Mpl, va integrato con quello di Stato. Noi ci troviamo, a partire dalla fine del Comunismo storico novecentesco, nell’epoca della Globalizzazione. Essa dev’essere assunta quale concetto descrittivo e non prescrittivo dell’attuale realtà economica, politica e sociale e degli attuali rapporti di forza a livello internazionale. Più che ad una globalizzazione ci troviamo di fronte ad una rimondializzazione capitalistica a guida statunitense, che è una autorappresentazione contemporaneamente apologetica e prescrittiva delle oligarchie sovranazionali fortemente incardinate negli USA e nei loro principali alleati strategici (in primis il Sionismo israeliano). 

Allo stesso modo in cui il liberoscambismo, funzionale agli interessi espansionistici dell’imperialismo britannico dell’età moderna e contemporanea, fu presentato come descrizione obiettiva e scientifica della realtà, la Globalizzazione è intesa dalla strategia politica e mediatica come uno strumento per scardinare la sovranità degli Stati alleati e subalterni, mantenendo al contempo rigidamente quella degli Stati egemoni (è notevole che la pubblicistica statunitense ed anglosassone in genere non insista minimamente, al contrario di quella europea, sul tema del declino dello Stato-Nazione).

2) La temperie in cui da tempo ci troviamo impone un mutamento di paradigma (come direbbe C. Preve) di alcuni aspetti della teoria marxiana. Uno di questi é, senz’altro, il tema dell’estinzione dello Stato. Tale processo, in realtà, é in atto da tempo, a partire dalla trasformazione endogena dei rapporti di produzione capitalistici, ma non porta certo a forme di auto-organizzazione economica e sociale (come preconizzato dalle varie correnti anarco-comuniste), bensì ad uno smantellamento scientifico dello Stato sociale e della stessa regolamentazione giuridica del lavoro salariato, che è una delle più rimarchevoli conquiste di civiltà del Movimento operaio e delle forze sociali del XIX e XX secolo. Il processo di estinzione dello Stato è oggi completamente eterodiretto dalle forze dissolutive del capitalismo finanziario sovranazionale. Noi siamo a favore dello Stato perché quello che ne determina la natura sociale è la struttura dei rapporti di produzione, non la forma statuale in sé. Pertanto siamo per lo Stato di tutto il popolo quale garanzia e presidio della sovranità nazionale, popolare e democratica. Lo Stato non deve, come nella concezione liberale classica, limitarsi alla tutela dei diritti originari, ma rendere impossibile la povertà garantendo a tutti i cittadini il lavoro ed il benessere materiale e spirituale, subordinandoli alla totalità sociale, rendendoli partecipi con giustizia delle sue risorse e dei suoi beni ed organizzando attivamente la sfera della produzione.

3) “Scarsa comprensione dello Stato significa scarsa coscienza di classe”. Una classe (o dei ceti resi subalterni dalle dinamiche della società capitalistica) dimostra, secondo il Gramsci dei “Quaderni” di essere matura per la conquista del potere solo allorché si rivela capace di concepire e di realizzare concretamente un “ordine nuovo”. 
Dietro la liquidazione di Marx ed Engels del principio della statualità vi è il loro drammatico bilancio storico dell’età moderna e contemporanea e della ricorrente tentazione totalitaria dei regimi liberali della propria epoca, al profilarsi di ogni situazione di crisi. Così la tesi dell’estinzione dello Stato sfocia nei classici del Socialismo nella visione escatologica di una società priva di conflitti e, conseguentemente, non bisognosa di norme giuridiche capaci di limitarli e regolamentarli. 

Un orientamento socialistico, nell’attuale fase storica, al contrario dovrà tendere alla costruzione di uno “Stato sociale del lavoro e della solidarietà”, dato che “non esiste società se non in uno Stato” (Gramsci). Il cardine del rifiuto marxiano dello Stato risiede nel rifiuto o presunto superamento della filosofia dello spirito hegeliano oggettivo, respinta come mera sovrastruttura e nell’inconsapevole assimilazione del capitalismo “utopico” di Smith. Allo stesso modo in cui la visione smithiana postula, in una società civile senza Stato, l’automatismo riproduttivo della “mano invisibile” del mercato (a guisa di teodicea secolarizzata), l’utopia comunistica marxiana dell’estinzione dello Stato contiene la medesima logica di riproduzione automatica della produzione sociale e pertanto rifiuta l’integrazione di una rappresentanza politica, di un sistema giuridico e statuale.

4) Si deve ribadire a chiare lettere, nell’epoca della finanza globale predatoria e dei poteri incostituzionali ed informali delle oligarchie sovranazionali, che lo Stato non è un risultato, ma un principio. Non è l’individuo a fondare lo Stato, ma lo Stato a fondare l’individuo, allo stesso modo in cui il tutto è superiore alle parti che lo compongono. Ciò non vuol dire che, come per varie dottrine, l’individuo diviene un’entità trascurabile che ha nello Stato il termine che ne condiziona e stabilisce del tutto la libertà, le esigenze, i bisogni e la vita morale, ma al contrario, per noi, Stato e individuo non si oppongono, essendo l’uno il presupposto dell’altro e costituendo gli elementi di una sintesi necessaria.

2. SUL CONCETTO DI NAZIONE

La Globalizzazione capitalistica, che è in realtà una rimondializzazione imperialistica a guida statunitense (G.La Grassa), impone un ripensamento ed una revisione profonda della questione nazionale. La nazione, infatti, nella sua realtà storica, culturale e statuale è oggi sempre più sottoposta alla pressione di entità sovranazionali che la deprivano della propria sovranità politica, economica e culturale, ed appare contemporaneamente “come un legittimo centro di resistenza allo sradicamento ed alla americanizzazione forzata del pianeta” (C.Preve). Tale americanizzazione è l’ideologia del livellamento capitalistico del pianeta e del contestuale impoverimento storico e culturale del medesimo. A tale processo un contributo decisivo è stato dato dalle Sinistre tanto istituzionali quanto sedicenti radicali, che hanno, alla conclusione del Comunismo storico novecentesco, barattato l’ideologia dell’internazionalismo proletario con il cosmopolitismo ultracapitalistico delle nuove élites politiche e finanziarie che oggi sgovernano il mondo. 

È necessario, pertanto, compiere una duplice operazione: sottrarre la difesa della legittimità delle varie culture nazionali alla fuorviante dicotomia progresso-conservazione arcaismo-modernità e insieme mostrare che tali culture non costituiscono un ostacolo bensì un elemento imprescindibile di ricchezza per un nuovo, autentico Umanesimo universalistico che nulla potrà avere a spartire col falso umanesimo della Globalizzazione.

Possiamo definire sinteticamente la Nazione come la sedimentazione storica di processi linguistici, culturali, politici, economici e spirituali. Essa, quindi, non è un presupposto dato, né sul piano biologico-naturalistico, né su quello ontologico.
 È l’attività ideologica e politica che, compiendo una sintesi di elementi preesistenti di vita sociale di una popolazione, istituisce la Nazione come dato storico e la consegna alle generazioni successive. Oggi l’attacco concentrico alla realtà ed al concetto stesso di Nazione è contemporaneamente un attacco al legame ed allo stato sociale ed insieme alla categoria ed al senso stesso della Storicità (vissuta come arretratezza culturale da cui emanciparsi coll’accrescimento illimitato della tecnologia, o presentata in chiave puramente sensazionalistica). Occorre distinguere il concetto e la genesi storica delle nazioni dal nazionalismo e dall’uso ideologico di questa categoria nell’epoca della Globalizzazione imperialistica. Per Renan, la nazione è un un concetto morale, “un plebiscito che si rinnova ogni giorno” —«Una nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose, che in realtà sono una cosa sola, costituiscono quest’anima e questo principio spirituale: una è nel passato, l’altra è nel presente. Una è il comune possesso di una ricca eredità di ricordi; l’altra è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta indivisa. L’uomo, signori, non s’improvvisa. La nazione, come l’individuo, è il punto d’arrivo di un lungo passato di sforzi, di sacrifici, di dedizione».

 Altro punto dirimente è la complessità, la durata storica e la diversità di fonti del movimento di nazionalità. Come ricostruito da autorevoli storici (Rémond, Campi, Banti, Hobsbawm) vanno individuati almeno due filoni fondamentali che, intrecciandosi variamente, ne hanno determinato i diversi e spesso contraddittori esiti politici: quello democratico, originato dalla Rivoluzione francese e fondato sull’idea di sovranità popolare, e quello “tradizionalista”, che nasce dalla cultura romantica e fa riferimento per lo più a fattori etnici, religiosi e folklorici e ad un passato più o meno letterariamente mitizzato. 

Allo stesso modo vediamo, nel processo formativo dell’età moderna, il passaggio da un’idea di nazione come appartenenza ad una élite sociale (con una connotazione esclusivistica), a quella di nazione come totalità onnicomprensiva all’interno del Paese, e dunque capace di creare una mobilitazione di massa (che è il requisito ancor oggi di ogni azione politica efficace). Battaglia dirimente dev’esser quella per la difesa della lingua; della cultura e della civiltà italiana dall’omologazione forzosa alla cultura imperiale. Non si può essere contro l’Impero se si parla la lingua dell’Impero (Ugo Lanzalone, Ustioni). 

Nessun disegno politico rivoluzionario può prescindere da un progetto di integrazione culturale della società italiana, ancor poco, anzi meno integrata al suo interno di quanto non lo fosse anche solo vent’anni fa. Tale sforzo dovrà rivolgersi parimenti agli stranieri residenti in Italia, la cui integrazione non sarà mai effettiva e compiuta se rimarrà un dato esclusivamente economico ed amministrativo e non anche veramente sociale, mediante la consapevole assimilazione della lingua e cultura italiana (senza beninteso rinunciare alla propria). 

Avremo così un Paese davvero unito e plurale, e non il caos multietnico di popoli che vivono sullo stesso territorio senza veramente conoscersi, soltanto se avremo la capacità di proporre a tutti un’idea unificante che è, lo ripetiamo, la conoscenza corretta del Paese in cui si vive. Ciò è dettato non solo dalla coscienza civile, ma anche dall’opportunità politica e dall’interrogativo di cosa potrebbero fare, invece, le forze dissolutive dell’unità e sovranità nazionale nel caso di attacchi diretti alla compagine statuale (vedi esempio jugoslavo) di ingenti masse di popolazioni allogene viventi nel nostro territorio e imperfettamente integrate.

Bisogna, in sintesi, recuperare criticamente sulla scorta di analisi e studi che devono permeare il nostro Movimento, la ricchezza e complessità dei concetti su esposti per farne argine alle deformazioni interessate, ai pregiudizi e ai truismi che, in primis a sinistra, e poi nella cultura dominante costituiscono a riguardo l’attuale senso comune di massa per battere in breccia i disegni totalitari dell’imperialismo contemporaneo».

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11 pensieri su “STATO E NAZIONE: PER UN’AUTOCRITICA DEL MARXISMO di Nello De Bellis”

  1. Anonimo dice:

    Spero che vi ricordiate delle autonomie (tipo la Sicilia) riconosciute dalla costituzione stessa, e soprattutto della questione meridionale, che il Gramsci stesso trattò ampiamente.ByIL VILE BRIGANTE

  2. Anonimo dice:

    Cari Compagni del MPL, noi dell'USN già da tempo abbiamo lanciato un'appello per la Resistenza Nazionale, anche in virtù del fatto che siamo profondi conoscitori dei testi di Gramsci e Lenin sulla questione nazionale.Per questo vi rimandiamo al seguente collegamento,con la speranza che si possa marciare insieme senza pregiudiziali di sorta: http://socialismonazionale.files.wordpress.com/2013/02/338145_347989715314285_522027507_o.jpg

  3. anarco socialista dice:

    Il socialismo senza il disprezzo per il nazionalismo diventa necessariamente nazional-socialismo.O di qua o di la. In mezzo spariam

  4. 1948 dice:

    Articolo condivisibile al 100%.UN APPUNTO AL SECONDO COMMENTOPer una corretta e razionale resistenza nazionale non occorrono teoria da RSI, signoraggismo et similia. Bisogna rifarsi allo spirito della resistenza e della costituzione. Che vuol dire "socialismo nazionale". Il " socialismo" è per forza ci cose "nazionale" non occorre aggiungerci quest' ultima parola. Se prendo il potere nel mio paese, instauro un regime socialista nel mio paese. O forse volete sostenere che quello di mussolini fosse una forma di "socialismo"? non scherziamo. purtroppo chi ha inventato la parola nazionalsocialimo ha creato solo confusione ( e la si evince dal commento di anarco socialista). il nazismo e il fascismo non avevano nulla di socialistico. ricordiamoci come il fascismo ha preso il potere e il colonialismo che ha propugnato. Se volete una nazione "socialista" perché vi ispirate a quell' esperienza storica?

  5. Anonimo dice:

    Oggi nel 2013 non c'è ancora bisogno di tirare in ballo la storia: nè antifascismo nè anticomunismo!Se ancora si ragiona con simili preconcetti gli USA saranno sempre i vincitori e con loro, i loro servi! Invitiamo tutti coloro che sinceramente vogliono lottare il sistema imperante a conoscerci meglio e a leggere i documenti contenuti nel sito di USN.Non ciò si tratta di creare l'ennesimo movimento,ma mantenendo le proprie specificità,di lottare insieme per obiettivi che ci accomunano.Non cerchiamo ciò che ci può dividere,ma ciò che ci può unire!Hasta siempre la Victoria!USN

  6. Redazione SollevAzione dice:

    E invece la storia occorre tirarla sempre in ballo, poiché essa è un deposito di esperienza, di memoria. Li stanno le radici di ogni movimento politico, radici senza le quale ogni ipotesi sul futuro sarebbe campata per aria.Tra il 1943 e il 1945 c'è stata in Italia una guerra civile, certo nel contesto di una guerra sporca tra imperialismi. Cancellare quegli eventi con un colpo di spugna non è né possibile, nè pensabile, né auspicabile, né accettabile.Se certa sinistra dovrebbe autocriticarsi per non aver trasformato la Resistenza in rivoluzione socialista, se deve autocriticarsi per non aver tentato di violare gli infami Patti di Yalta, e quindi accettato alla fine di soggiacere al dominio americano, i fascisti repubblichini dovrebbero semplicemente spararsi un colpo in testa. Nessuna indulgenza con chi ancora oggi va fiero di aver svolto la funzione di truppa ausiliaria dell'imperialismo nazista occupante.

  7. Michele dice:

    Senza l'obbiettivo finale della distruzione dello Stato il marxismo esce dalla storia del Movimento Operaio.La Nazione nasce ed è tipica dell'era borghese. Diverso era il potere costituito prima dell'era capitalistica, diversa sarà l'amministrazione della società nel Comunismo.Non capire questo significa essere sottoposti agli stereotipi della società capitalistica. Credere, come marionette, che quanto sostengono i liberisti sia vero: loro dicono di volere meno Stato, noi ci caschiamo come coglioni e per puro spirito di contrapposizione chiediamo più Stato. Questo è esattamente l'errore in cui è caduta la socialdemocrazia, la quale storicamente si limita a chiedere più Stato nella società.In realtà quando affermano di volere meno Stato i liberisti semplicemente chiedono meno diritti di classe. Ma sono bel lungi dal volere sul serio meno Stato. La corsa al riarmo dei repubblicani in america, le politiche repressive della Thatcher, il Patriot Act di Bush, il lager di Guantanamo non sono certo esempio di estinzione dello Stato, bensì di rafforzamento dello Stato in senso autoritario.Credere che siccome scrivono nei loro giornali o nei loro volantini di volere meno Stato, significa subordinarsi anche da un punto di vista semantico alla loro narrazione.In realtà i liberisti hanno sempre lottato per avere più Stato: più carceri, leggi speciali, più guerra e più armamenti, più tribunali e più severità Statale in difesa della Proprietà. Semplicemente vogliono meno tasse e meno diritti.Viceversa, dalla Rivoluzione Francese in poi, i movimenti rivoluzionari, la congiura degli eguali, i primi consigli sindacali, si distinguono storicamente per la critica allo Stato. Che poi la sua distruzione sia da fare subito (anarchici) o dopo una fase di transizione (marxisti) è una successiva differenziazione. Ma lo Stato va abolito, questo è incontestabile. Altrimenti come si fa ad abolire la società divisa in classi? Ci saranno sempre degli ufficiali, delle burocrazie, degli impiegati e dei dirigenti. Addirittura Stalin riconosceva di non aver realizzato il Comunismo, ma solo uno Stato Socialista! Addirittura le BR dicevano di colpire il "cuore dello Stato"!Chi non è d'accordo nemmeno con questo, semplicemente, si colloca fuori dal minimo comun denominatore che gli oppressi da 300 anni a questa parte hanno posto come loro bandiera comune, nonostante le mille frammentazioni. Chi non è d'accordo nemmeno con questo è, de facto, all'interno dell'orizzonte filosofico, culturale e morale della Borghesia.

  8. Veritas odium parit dice:

    Non so se vi rendiate conto del senso di alienazione che simili discettazioni trasmettono a chi non condivida la vosta teodicea.Tra le altre cose, qualcuno sa spiegarmi in virtù di quale nesso socialismo e imperialismo dovrebbero essere antinomici? Per quale motivo una comunità non può essere retta da principi collettivisti e dedicarsi a fare la guerra contro comunità diverse?!

  9. The Bitland Prince dice:

    Già da tempo leggo questo tipo di analisi e non posso che essere in disaccordo. Semplificando, a me sembra che molti pensino che la battaglia "globale" contro il Capitalismo sia stata persa. Non sapendo (o non capendo) come si può continuare a combattere e vincere questa battaglia, si tenta di giustificare un ritorno alla gabbia degli Stati-Nazione dove magari la guerra è più circoscritta, è più semplice da organizzare, e (in fondo) sappiamo come farla.Lo considero un passo indietro di notevoli dimensioni. Se è vero che ormai il Capitalismo ha "sequestrato" la Globalizzazione ed ottenuto una notevole vittoria culturale riuscendo a far considerare le due cose come parte dello stesso fenomeno, la risposta non può certo essere quella di ritornare a rivalutare i concetti di Stato e Nazione nel tentativo di opporsi all'"internazionalismo" del Capitalismo Globalizzato con una specie di nuovo "nazionalismo" sociale o chissà che cosa.Capisco che ci sia chi pensa che combattere contro un nemico magari lontano decine di migliaia di km sia troppo difficile e che sia meglio poter rendere più materiale e visibile il nemico per semplificare e focalizzare ma trovo che questo sia un errore.La battaglia i movimenti operai la vincono non se si arroccano di nuovo in vecchie costruzioni la cui utilità sarebbe tutta da provare ma solo se accettano e vincono la sfida globale. Leggo invece queste teorie… identità basata sulla lingua, magari la religione… brrrr….

  10. gengiss dice:

    A proposito di "Non si può essere contro l'Impero se si parla la lingua dell'Impero", segnalo:BASTA INGLESISMI INUTILI, Appello per salvare la lingua italianahttp://www.progettocomenio.it/itaappello.htm

  11. Anonimo dice:

    A proposito, basta con la storia dell'Italia una e divisibile, di riconosca l'autodeterminazione dei popoliBYIL VILE BRIGANTEhttp://www.youtube.com/watch?v=Boc2BmldYco

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