BAGNAI: UN IMBROGLIONE SGARBI-STYLE? di Moreno Pasquinelli

6 luglio. Il dibattito scientifico ha le sue regole, le sue procedure. Differentemente dalle diatribe politiche, non dovrebbero essere concessi demagogia, trucchi, bugie. Nemmeno licenze poetiche. Si parte dai fatti, dai fenomeni, per spiegarli, cercando di capirne la cause e se essi sottostanno a leggi. 

Ma i fenomeni non sono univoci, autoevidenti. Da come essi si manifestano, dai loro effetti, non se ne ricavano i nessi interni, le cause. Per questo c’è bisogno di scienza, il cui compito è indagare ciò che c’è sotto alla superfice dei fatti. La scienza è quindi di per sé critica, aporetica, dubitativa. La comunità scientifica accoglie una tesi per poi sottoporla ad una severa disamina, e solo se questa tesi supera la disamina viene considerata, se non apoditticamente vera, quantomeno veridica.

L’economia —a maggior ragione perché essa è per sua natura economia-politica in quanto il suo campo di pertinenza è la società segnata da conflitti di classe— tantomeno sfugge a questa procedura. Sarebbe come minimo singolare che un economista si rifiuti di sottoporre a critica le sue analisi e le sue idee.

Questo è quanto invece capita con Alberto Bagnai (sopra nella foto). Noi ci siamo permessi di sottolinare che l’errore più macroscopico del Bagnai-pensiero (si fa per dire) è che egli sgancia la questione della moneta unica dal contesto della crisi storico-sistemica del capitalismo occidentale. Vi fidereste di un medico che voglia curare un tumore senza capire un fico secco di fisiologia e di genetica? O di un economista che non padroneggi la teoria economica, che non conosca la differenza tra crisi ciclica e crisi strutturale, che cioè escluda che il capitale si dimeni in contraddizioni esplosive che attengono alla sua stessa natura? Che ammetta con infantile candore di non aver studiato almeno l’abc del pensiero economico di Marx?

Incapace di avere una visione d’insieme della crisi globale del sistema capitalistico e delle sue cause fondamentali, egli finisce per avvitarsi attorno alle questioni dei cambi fissi-cambi flessibili delle valute e delle partite correnti. Un economicismo descrittivo che mentre è fallace sul piano scientifico, su quello politico si riduce a consigliare al malato (il sistema) una terapia farmacologica per non tirare le cuoia.

Bagnai non solo si sottrae al confronto tacendo, il che sarebbe già grave. Fa molto peggio, copre i suoi critici (il sottoscritto in questo caso) di violente contumelie così che, una volta sputtanati come “relitti umani”, “vermi” o “poveri imbecilli”, si illude di non essere tenuto a dare risposte.

In preda alla sua iracondia compulsiva negli ultimi giorni ha ripreso di mira Emiliano Brancaccio, dopo che ha pubblicato il suo saggio “Uscire dall’euro: c’è modo e modo“. Supponiamo che Brancaccio dica cose sbagliate, Bagnai avrebbe dovuto rispondere nel merito, come appunto si addice, se non proprio ad uno scenziato, ad una persona che prenda sul serio se stesso e le cose di cui parla. Invece, alle solite, giù con gli insulti. Lo ha fatto sul suo blog, in questi primi di luglio, in almeno due occasioni. 

Leggiamo la prima chicca:

«Quello che dice Eichengreen (che, lo ricordo, è l’autore che nel 1997 mi era servito a capire che l’euro era una sòla), sta scritto sicuramente anche in Marx o in Rosa Luxemburg. Non posso citarvi i passi perché per un dato casuale ho seguito un percorso culturale e scientifico diverso, che però non mi impedisce, o forse mi permette, di capire che il buon senso regna (e non ha colore).
Perché allora i marxisti dell’Illinois o i colleghi che provengono da periferie svantaggiate non sono in grado di articolare un discorso trasparente e comprensibile su questi concetti?
Sarà la lente deformante dell’ideologia?
No, perché nessuna lente né a destra né a sinistra può deformare il fatto che il cambio fisso è SEMPRE E DA SEMPRE un attacco alle classi lavoratrici (piccoli imprenditori e partite IVA incluse).
Credo sia piuttosto una visione distorta del “primato” della politica, che implica la necessità ASSOLUTA di “guidare” il popolo mentendo ad esso. Prometto ampi esempi di questa mentalità (che poi è quella di Aristide)».

Quindi la seconda, ancora più violenta:

«C’è uno squallido politicante che gira per l’Italia a dire che solo lui sa come si esce dall’euro, e che bisognerà stare attenti, se usciamo, ai fire sales. Glielo spieghi tu che grazie a quei porci della sua parte non ci potranno più essere sales se continuiamo a difendere l’euro? O glielo spiega il coltivatore (col forcone)? Quando la malafede diventa patologica io mi incazzo. E voi?»

Brancaccio non ha certo bisogno che noi gli facciamo da avvocati. Capiremmo l’eventuale scelta di non rispondere per le rime ad uno che lo accusò addirittura di “cercare cadreghe” venendo sbugiardato in quell’epico dibattito di Napoli —grazie a Dio filmato da Eco della rete.

Ma Bagnai si illude se pensa di passarla liscia. Egli si è costruito ad arte l’immagine di colui che è stato sempre contro l’euro e, dopo aver costruito una setta di seguaci salmodianti,  rimprovera ad altri, tra cui Brancaccio, di non aver capito da subito che “la moneta unica era una sòla” —quest’accusa non la può certo rivolgere a noi, che non avemmo bisogno di pistolotti sui cambi fissi per opporci sin dall’inizio all’Unione europea, ai suoi Trattati neoliberisti e quindi alla sua moneta unica.

Quest’immagine di entieurista ante litteram è una…sòla.

Bagnai anche lui non è senza peccato, e non può quindi scagliare alcuna pietra. Da zelante associato all’Università La Sapienza (prima di essere comandato in quella di Pescara) disquisiva sull’euro, ma nient’affatto contro. Anzi!

Dobbiamo dire grazie all’amico Ars Longa per avercelo segnalato. In particolare la prolusione che Bagnai fece a Lisbona in un incontro presieduto niente meno che da Romano Prodi. Eravamo nel settembre 2002 (con l’euro in circolazione) in occasione del Tredicesimo congresso della Associazione Economica Internazionale. Bagnai presentò il suo contributo dal titolo “Dynamic paths of the european economy: simulations with an aggregated model of the EMU as a part of the world economy“.

Non vi troverete, non diciamo un J’accuse contro la moneta unica, ma neanche la più pallida critica.

Chiudo quindi riportando, e consigliando vivamante di leggere, proprio quanto Ars Longa scrive rispondendo ad un seguace di Alberto Bagnai:

«Se Eichengreen è il punto di partenza di Bagnai, vogliamo vedere bene che cosa dice, al di là dell’uso che ne fa Bagnai stesso? E questo non perchè voglio assumere un atteggiamento negativo a tutti i costi. Ma visto che è questo il “padre nobile” abbeveriamoci alla sua stessa fonte. Allora leggiamoci (o rileggiamoci) “One money or many? Analyzing the prospect for monetary unification in various parts of the world”, scritto di Eichengreen del 1994. Lo trovi qui. 

Il pezzo è del 1994 e francamente non so se sia questa la fonte dell’illuminazione di Bagnai. Particolarmente a pagina 34 del paper: “Our results support the position of those (for example, Dornbusch, 1990) who have called for a two-speed monetary union in Europe—with France, Germany, and the smaller countries of Northern Europe proceeding in the fast lane—and who suggest that Austria and Switzerland would also be plausible
candidates for early participation in EMU, once Austria is admitted to the EU”. E poi a pagina 36: “a European monetary union might run more smoothly if limited to a subset of EU members”. 

Allora (ma se vuoi lo rileggiamo meglio) a me pare che ciò non significhi che l’Euro sia una cattiva idea ma che sarebbe stato opportuno farlo partire con un’area di aderenti ristretta.
 

Seconda questione. Bagnai ti sta dicendo che lui di Marx ha qualche vaga nozione perché ha seguito un “percorso culturale e scientifico diverso”. Come sarebbe a dire? Fai l’economista e vabbé sulle teorie marxiane tiri un tratto di penna perché ti stai occupando d’altro? Ma stiamo scherzando?

Terzo. Bagnai, qui e altrove, tira fuori la sua reale linea di pensiero nella quale la questione dell’Euro diventa quasi marginale. Con la sua solita arroganza e maleducazione attacca Brancaccio (che visto che abita a Barra viene citato come il collega che proviene da “periferie svantaggiate”) e altri. Qual è la necessità di questo attacco? A mio avviso è – dal punto di vista teorico – il tentativo di depotenziare una visione più globale del problema che Bagnai non vuole (o non sa o non gli conviene) fare. La posizione neomarxista sulla crisi e sull’Euro è ben delineata da Mick Brooks, qui spendici un po’ di tempo per leggerla. Noterai che la differenza con Bagnai sta proprio nel fatto che – appositamente credo – è proprio Bagnai che usa una sua lente ideologica, ossia la lente del microscopio per separare la questione dell’Euro dalla analisi globale della crisi.


Molto francamente il mio giudizio non cambia: Bagnai ha fiutato nell’Euro il tema che può “unificare pance diverse”. Ha capito che far convergere la spiegazione della crisi su qualcosa che si tocca, che hai in tasca è la cosa più facile. La gente è stanca e irritata. Non capirebbe un fico secco se gli si spiegasse la crisi per bene. Però capisce benissimo cosa è un Euro e dirigere stanchezza e irritazione verso l’Euro è facile e comprensibile. Ma, soprattutto, è dannatamente interclassista perché ti fa applaudire dall’operaio e dal padrone, dal muratore al laureato disoccupato. Probabilmente nel prossimo futuro Bagnai si farà qualcosina di politico o parapolitico (si comincia sempre da un manifesto) facendo tesoro del flop dei neoliberisti di FARE. Bagnai che ha – mi pare di intuire l’intelligenza sufficiente per assorbire stimoli differenti – ha capito che FARE si era delineata come qualcosa di “classista”, troppo vicino ad una parte. 

Il suo uovo di Colombo è presentarsi come qualcuno che è al di là della sinistra e della destra ma non inaffidabile e ignorante come il grillismo (dal quale si è opportunamente distanziato intuendone le derive). Da questa posizione ti rifila una spiegazione semplice semplice, la condisce di quel buon spirito antitedesco che sonnecchia in ogni italiano, spara due o tre scemenze sul recupero della sovranità nazionale, si accarezza gli imprenditori di Schio e cerca di ingraziarsi gli operai in una Union sacrée contro l’Euro. 

Così facendo finta di rigettare ogni ideologia se ne crea una propria che non c’entra più niente con l’economia o con qualsiasi analisi economica seria. Condisce il tutto con un po’ di “sgarbismo” ossia sputazza insulti a destra e sinistra, finisce in televisione, si crea una “massa critica” sufficiente di adoratori che si infilano in tutti gli interstizi rifilando le scemenze del maestro. Ed è quel che ho detto nel mio primo intervento sul personaggio: si sta costruendo una carriera politica, punto e basta. Si è costruito la favoletta di quello che da sempre ha capito come stavano le cose, anche mentre partecipava a Lisbona ad un convegno che non metteva minimamente in discussione l’Euro. Lei, se vuole, si accodi al progetto Bagnai, io sono troppo vecchio per credere alla purezza di qualcuno che ha visto l’occasione per svoltare (come dicono a Roma) passando dalla condizione di sconosciuto professore a tribuno della plebe nazionale». [Ecco dove avevo già sentito parlare di Bagnai. Un ricordo lontano che affiora]

«I bagnaisti continuano a illudersi di potere mettere a confronto il loro idolo di cartone con Emiliano Brancaccio. Ma stiamo scherzando? Bagnai ha voluto a tutti i costi un “duello” con Brancaccio. Zezza lo ha organizzato a Napoli, e Brancaccio lo ha LETTERALMENTE DISTRUTTO. Nella sua replica, Bagnai balbettava, e alla fine, resosi conto di essere stato piallato, ha pure chiesto a Brancaccio una stretta di mano e un abbraccio da immortalare in video. Un ipocrita viscido cacasotto e ignorante di questa risma non lo avevo mai visto in vita mia.. (…)

Poi, riguardo all’idea che uno come Brancaccio credesse nelle magnifiche sorti progressive dell’euro, ma dove cazzo l’avete letta questa stronzata? i bagnaisti hanno preso da Bagnai anche la tendenza alla truffa? Piuttosto dovreste ricordarvi che il vostro idolo del cazzo, nel libro “Il tramonto dell’euro” e nel suo blog, ha citato proprio Brancaccio tra i primi autori ad avere dimostrato che l’assetto dell’eurozona e gli squilibri commerciali conseguenti sono insostenibili. L’articolo citato da Bagnai fu presentato nel 2006 a Rive Gauche, ed è stato pubblicato nel 2008. Ancora una volta, vedere per credere Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista.

Bagnai è solo un econometrico di quart’ordine, con chiari problemi psicologici e con note tendenze di destra. Basta vedere che l’articolo del 1997 che citate parla della necessità di rendere flessibili i mercati del lavoro. Da uno così non mi farei nemmeno offrire un caffè. Il fatto che dei poveri mentecatti abbiano elevato a loro idolo questo caso psichiatrico è la dimostrazione del disastro in cui siamo». [Roberto, commento del 5 luglio]