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CUL DE SAC di Leonardo Mazzei

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24 luglio.
La crisi senza fine di una classe dirigente che può fare ancora molti danni

D’accordo, Ruby non era la nipote di Mubarak. Ma chi si era rifiutato di crederlo, ora crede invece alla sincerità di Alfano sul caso kazako. Come cambiano i tempi! E in quanto poco tempo essi mutano! Con questo suo ravvedimento operoso il Pd ha salvato il ministro dell’interno, ma difficilmente salverà se stesso.

Il Pdl ha così messo al sicuro il suo segretario, ma gli servirà probabilmente a poco. Una piccola vittoria in vista di ben altri scogli. Napolitano, che sempre si conferma il peggiore di tutti, ha salvato Letta e il suo «governo della svendita», ma quanto potrà reggere ancora il suo commissariamento?

Solo i ciechi possono non vedere la tempesta all’orizzonte. Apparentemente il nipote dello zio cieco non è. Tant’è che la sua fondazione – la sua cupola italiana che riunisce quando non è impegnato in quelle internazionali (Trilateral, Bilderberg…) – si chiama Vedrò, anzi per la precisione veDrò. Un ambientino rigorosamente bipartisan, frequentato anche dal povero Angelino, oltre che (fra gli altri) da Matteo Renzi, Mara Carfagna e Luigi De Magistris… e finanziato da Enel, Eni, Autostrade per l’Italia, Sky, Telecom, Vodafone. Insomma, tanta bella gente, e tanti begli affari.

Nella primavera scorsa chi scrive riteneva, sbagliando, che l’ipotesi di un governicchio per tirare a campare fosse semplicemente improponibile. Improponibile per il blocco dominante, considerata la crisi e la delicatezza del momento. I fatti mi smentirono, e subito dopo quelli che la sanno sempre lunga cominciarono a dire che non di governicchio, bensì di governissimo si trattava.

Ora, ancor prima che passino i canonici cento giorni della cosiddetta luna di miele, non dovrebbe essere difficile trarre un primo bilancio. Il governo Letta è il governicchio del tirare a campare di un blocco dominante a corto di idee. Che non sapendo come venir fuori dall’inferno provocato dalla crisi del capitalismo casinò, aggravata dalla salsa eurista in cui si è impastata nel Vecchio Continente, sa fare solo due cose: impiccare l’economia italiana al rispetto dei vincoli europei, portare alle estreme conseguenze la linea della svendita della ricchezza nazionale (grandi aziende pubbliche, beni dello Stato, risparmi).

Questi sono i veri nodi. Questo è ciò che caratterizza il «governo della svendita» del sig. Letta junior. Questo è quel che andrebbe discusso. Perché, nonostante la sua pochezza, questo governo (ed ancor più le forze che rappresenta) possono fare danni immensi. Peggiori di quelli già fatti dai governi precedenti (Monti in primis).

E tuttavia c’è nei fatti di questi giorni qualcosa di più profondo. Qualcosa che corre in parallelo alla crisi economica e sociale. Ed anche alla crisi politica che ha prodotto le due mostruosità rappresentate dalla rielezioni di Napolitano e dall’insediamento del governo Letta. Si tratta della crisi della classe dirigente, non solo di quella politica in senso stretto.

Prendiamo alcune dichiarazioni udite nell’ultima settimana. E’ noto: per l’ex ministro Calderoli la signora Kyenge è simile ad un orango, non per le sue posizioni politiche ma per il suo aspetto fisico e perché congolese. Ma se di Calderoli nessuno può stupirsi, che dire del sig. Enrico Bondi, un manager venerato a destra e a manca, che ha avuto il coraggio di dire che i tumori all’Ilva li ha provocati il fumo?

Ecco, è in questo quadro che il patetico Angelino ha potuto mentire. Il naso gli si è allungato più dei denti, ma il leader di veDrò non ha visto, arrivando a parlare di «fatti inoppugnabili» circa un’estraneità del suo vice dalla vicenda kazaka, estraneità già smentita dai collaboratori più stretti del ministro.

Se questo è il governo, che dire delle altre istituzioni? Su Napolitano c’è ben poco da commentare. Suo, come sempre l’attacco più forte ad ogni principio democratico. Per l’ex ministro degli esteri del Pci il governo è semplicemente intoccabile, pena il disastro totale. Un principio che si pretende superiore ad ogni altra considerazione. Inutile dire che l’applicazione sempiterna di questo dogma ci avrebbe lasciato in dote pure la monarchia, un particolare che forse non sarebbe dispiaciuto a colui che molti ritengono il figlio naturale di Umberto II di Savoia.

Sta di fatto che tra le bizzarrie dell’odierna giornata parlamentare, e sempre a proposito dell’inquilino del Quirinale, c’è pure capitato di sentire di quale arroganza e cultura democratica sia fatto l’attuale presidente del Senato. L’ex procuratore Grasso è arrivato addirittura ad intimidire un senatore del M5S, dicendogli ripetutamente che – chissà in base a quale norma o principio! – egli non poteva neppure citare le parole del presidente della repubblica…

Se a tanto siamo arrivati non sarà solo per l’indifendibile Angelino, al quale qualcuno avrà probabilmente dettato la linea da tenere sul caso del Khazakistan, che forse l’azzeccagarbugli di Agrigento neppure saprebbe collocare sulla carta geografica. Del resto questa è la classe politica. Non ci credete? Sentite questa perla ascoltata ieri sera a Zapping (Rai 1). E’ in trasmissione un redivivo Di Pietro, che per almeno tre volte definisce convintamente Ablyazov un «dissidente sovietico», senza che il conduttore abbia minimamente sentito il bisogno di una piccola precisazione storico-politica, ricordandogli magari che l’Unione Sovietica è stata sciolta nel 1991, prima ancora che il nostro diventasse il sig. «Mani Pulite». Che senza quello scioglimento – scusate l’inciso – le mani avrebbero fatto finta di pulirsele solo più avanti.

Ma torniamo a bomba. Dove credono di andare costoro? Sì, per Napolitano è questione di vita o di morte, così pure per Letta, per non parlare di Berlusconi. E’ questione di vita o di morte per i manager di Stato, per la classe politica più scadente dell’intera storia dello Stivale. E’ questione di vita o di morte per chi comanda negli apparati dello Stato, per quella inamovibile casta che (giusto per fare un esempio) ha visto passare un De Gennaro dalla polizia, ai servizi, fino ad approdare al vertice di Finmeccanica. E’ questione di vita o di morte per quei giornalisti leccapiedi (eufemismo) che dirigono la cosiddetta «grande stampa». E soprattutto è questione di vita o di morte per i signori della finanza, per i vertici delle banche e per i loro amici. Ma, ripetiamo la domanda, dove credono di poter andare costoro con il governo Letta?

Forse sbagliando, chi scrive pensa che andranno semplicemente a sbattere. Certo, ogni ministro sta facendo il suo compitino. Il più diligente di tutti, è lì per questo, il banchiere Saccomanni. Colui che vorrebbe passare alla storia come il «grande liquidatore».

Ma quale sia la forza dell’accozzaglia governativa ce lo dice il quotidiano attacco del sindaco fiorentino, il quale non è un’aquila ma neppure un’idiota. Ed egli sente che la barca è vicina al naufragio. Ed intende approfittarne. Un segno comunque di quanto sia forte lo scontro all’interno del blocco dominante.

Perché questo è il punto. Il blocco dominante non è un monolite. Esso è composto da fazioni e frazioni in perenne lotta fra loro. Ed in questo momento ognuno gioca la sua partita. Interessi particolari, cordate affaristiche e/o politiche, lotte di potere la fanno da padrone. Certo, di fronte al pericolo il blocco dominante saprebbe probabilmente ricomporsi, ma guai a non vedere lo sfacelo dall’altra parte della barricata.

Uno sfacelo che spiega assai bene la crisi di egemonia delle classi dominanti in questo frangente storico. Un segno di quanto la crisi economica abbia veramente un carattere sistemico. Di quanto la follia europeista abbia allontanato le èlite dal popolo.

Di questa crisi c’è qualche traccia anche nelle cronache della giornata di oggi. Basti pensare al divorzio – sicuramente solo momentaneo, ma comunque sempre significativo – di Eugenio Scalfari (e del suo giornale) dalla linea Napolitano-Letta, fin qui proposta come l’unica possibile in termini perfino apologetici.

Naturalmente Scalfari, e quelli come lui, non sanno come uscire dal cul de sac in cui si sono cacciati. Vorrebbero sostenere fino alla morte quello che sentono come il loro governo, ma vorrebbero le dimissioni di Alfano e magari, tra breve, la condanna definitiva per Berlusconi. Eh no! Non si fa così con gli alleati…

Il caso di Scalfari (ma in fondo è stata la linea del Pd) è come sempre patetico. Sentite come avrebbe voluto cavarsela: «L’attuale ministro dell’Interno riaffermi pure la sua “innocenza” nel caso kazako; Letta dia per certa questa tesi e Berlusconi ancora di più, ma suggerisca al suo rappresentante di ritirarsi per ragioni di opportunità. Avvenne già in Italia un caso analogo quando il ministro per la Difesa, Vito Lattanzio, fu indotto dall’allora presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, a dimettersi per la fuga del massacratore nazista Kappler dal carcere in cui stava scontando la pena inflittagli da una sentenza definitiva».

Che è come dire: Alfano menta pure, gli altri siano così ipocriti da fingere di crederlo, ma alla fine cerchiamo tutti di salvare la faccia. Non andrà così, anche perché Berlusconi non è Andreotti ed Alfano non è Lattanzio. Scalfari, e quelli come lui, se ne facciano una ragione: o il governo o l’antiberlusconismo. Nel cul de sac in cui si sono cacciati non ci sono «terze vie».

E questo varrà anche per l’attesa sentenza del 30 luglio, quando la Cassazione dovrà decidere sulla conferma della condanna per Silvio Berlusconi. Una condanna che, data l’interdizione dai pubblici uffici, taglierebbe fuori dalla vita politica il leader del Pdl, con evidenti ricadute sul governo.

Non possiamo sapere come andranno le cose in Cassazione. Non perché sia difficile comprendere come stanno le cose, ma perché la ragion politica potrebbe prevalere su ogni altra considerazione. E tuttavia, non è affatto certo che Berlusconi la faccia franca anche stavolta. Questa certezza non può esservi, non perché crediamo all’inesistente autonomia della magistratura, che quando si manifesta lo fa solo a corrente alternata, ma perché (come abbiamo già detto) il blocco dominante è tutto fuorché monolitico, essendo invece percorso da scontri di ogni tipo.

Scontri che coinvolgono la magistratura, casta anch’essa, ed essa stessa percorsa da conflitti interni non trascurabili.

La sensazione è che oltre al Pd, a Napolitano, a Letta, ai giornalisti alla Scalfari, anche il Pdl e la magistratura si siano messi in qualche modo in un cul de sac. Prendiamo il partito di Berlusconi. Molti pensano, a sinistra, che il governo Letta sia per il Cavaliere quello ideale. Per lui forse, ma per il suo blocco sociale non lo pensiamo proprio. E non sarà un caso se il Pdl ha pagato pesantemente nelle recenti elezioni amministrative. Ora, in che situazione si troverebbe il Pdl, dopo aver sostenuto Letta, se a fine luglio la Cassazione dovesse confermare la condanna del suo capo indiscusso? Manterrebbe l’appoggio al governo, subendo sostanzialmente la decapitazione, o reagirebbe rompendo la maggioranza, accollandosi la responsabilità delle elezioni anticipate, alle quali dovrebbe comunque presentarsi con un nuovo leader scelto in fretta e furia?

Come si vede, un cul de sac. Un vicolo senza via d’uscita nel quale si è cacciata anche la Cassazione, con l’anticipo dei tempi della sentenza. Ora, se Berlusconi verrà condannato la Cassazione dovrà accollarsi la responsabilità della crisi politica conseguente; se invece verrà assolto, sarà difficile difendersi dalla giusta accusa di essersi piegata alle minacce berlusconiane, magari addolcite con qualche azione corruttrice.

Dunque, si sono cacciati un po’ tutti in un vicolo cieco. Un cul de sac politico, istituzionale e giudiziario dal quale non si sa come usciranno. Un cul de sac che è la rappresentazione simbolica dell’impotenza rispetto alla crisi, ai vincoli europei, ai sacrifici per l’euro. Se a forza di dire «seguiamo Napolitano» si è arrivati al salvataggio di Alfano, a forza di dire «viva l’euro» siamo giunti al dissanguamento del paese. Ed arrivati fin qui, come comporre ora il rigorismo di Saccomanni con l’invocazione della crescita di Squinzi (Confindustria) e con il calo delle tasse richiesto un po’ da tutti?

Eh no, signori! La quadratura del cerchio non è ammessa, e su questo vi scontrerete, mostrando ancora una volta, insieme al vostro sadico volto, la vacuità delle prospettive da voi proposte. Sperando che nel frattempo cominci a prendere forma lo schieramento dell’alternativa, quel fronte che dovrà mandarvi a casa. E che non può ancora tardare a manifestarsi.

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2 pensieri su “CUL DE SAC di Leonardo Mazzei”

  1. Anonimo dice:

    Scusate per l'OT. Avete un indirizzo di posta elettronica relativo alla redazione?

  2. AP dice:

    «… Ora, se Berlusconi verrà condannato la Cassazione dovrà accollarsi la responsabilità della crisi politica conseguente; se invece verrà assolto, sarà difficile difendersi dalla giusta accusa di essersi piegata alle minacce berlusconiane … »Forse ti è scappato un refuso. Volevi scrivere: se invece verrà assolto, sarà difficile difendersi dalla giusta accusa di essersi piegata alle minacce del presunto garante dell'unità nazionale.Giusto?

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