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LA VARIANTE SPAGNOLA di Piemme

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28 ottobre. Lucido ed efficace l’articolo di Mazzei sulla drammatica situazione economica e sociale della Grecia. Un paese che sta muorendo a forza di donare il sangue del suo popolo nel sacrificio per tenere vivi l’euro e l’Unione europea. Mazzei nota giustamente, senza possibilità di smentita, che se nel 2010 la Grecia fosse tornata alla sovranità monetaria e  bloccato il rimborso sul debito sovrano non sarebbe sprofondata nell’abisso. I piani di “salvataggio” e le cure da cavallo imposti dalla troika, spacciati come salvifici, hanno dunque falllito miseramente.

Che l’Italia possa fare la stessa fine, ci dicono gli analisti di regime, non è possibile poiché, affermano, è un “grande paese manifatturiero”. Grazie, lo sapevamo. 

E’ alla Spagna, ci suggeriscono Lorsignori, che dobbiamo invece guardare per capire come l’Italia potrebbe e dovrebbe uscire dalla depressione economica.

La Repubblica di ieri, 27 ottobre, dedica una pagina al “piccolo miracolo” spagnolo. Il paese iberico dimostra che il salvataggio europeo della primavera del 2012 (dopo il default del sistema bancario) sta dando i suoi frutti. Il titolo del reportage è enfatico: «Stabilità politica, rigore e riforme, così la Spagna trona a crescere».
Lo stesso giorno Morya Longo, su Il Sole di ieri canta la stessa  musica: l’Italia non esce dalla recessione mentre la Spagna sì.

«Come mai? Perché in Spagna c’è stata quella che gli economisti chiamano “svalutazione interna” (e che altri definiscono “macelleria sociale”): un drastico calo del costo del lavoro, che ha prodotto un disastro sociale ma ha reso competitive le imprese e dato certezze agli investitori. (…)
Dal 2009 ad oggi, secondo i dati Ocse, in Spagna il costo unitario del lavoro è calato dell’11%: questo significa che oggi le imprese producono a costi minori. Dunque sono più competitive sui mercati internazionali: l’export è cresciuto del 6,6% nei primi sette mesi dell’anno. Insomma: la Spagna ha tramortito il mercato interno, ma è tornata a respirare grazie all’export. (…) L’Italia ha invece fatto molto meno. Il costo unitario del lavoro dal 2008 ad oggi non è sceso, come in Spagna, ma è salito del 3,5%: questo pesa sulla competitività delle nostre imprese. E pesa sulle esportazioni, che potrebbero essere un maggiore traino per il Paese. Inoltre il problema delle banche (zavorrate da 300 miliardi di crediti deteriorati) non è stato affrontato strutturalmente come in Spagna».

Lorsignori non dimenticano di segnalare quale sia l’altra faccia della medaglia: una disoccupazione ufficiale (quella reale è ben più alta) al 26%, lo smantellamento dello Stato sociale, una crescita enorme dell’emarginazione sociale, la ripresa in grande stile dell’emigrazione verso il Nord Europa e l’America latina, i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

E’ il capitalismo bellezza! ci ricorderebbe Marx, che non solo fa seguire la depressione ai cicli di espansione; è un sistema che fa sì crescere la ricchezza sociale ma solo in quanto aumenta il profitto del capitale, e quando i profitti sono minacciati può far ripartire il ciclo espansivo solo a condizione di gettare sul lastrico il proletariato costringendolo a vendere la sua forza lavoro a prezzi stracciati.

Qui ci interessa sottolineare cosa abbiano in mente per il nostro paese le classi dominanti e le tecno-oligarchie europee. Far crescere ancora la disoccupazione per abbassare drasticamente salari e stipendi, falciare la spesa pubblica, privatizzare il privatizzabile. Che ciò porti alla miseria e al crollo del mercato interno lo sanno bene, ma è proprio ciò che essi vogliono.

E’ la strada tracciata da Monti. Una strada solo apparentemente abbandonata e che i dominanti vorranno riprendere ad ogni costo. La Legge di Stabilità che il governo Letta ha presentato, prima agli oligarchi europei e solo dopo al Parlamento, apparentemente sfuma la linea dura. E’ solo una parentesi, dettata dalla paura che misure troppo drastiche scatenino la rivolta popolare. La cocente sconfitta ricevuta alle elezioni non solo dal Monti, ma dai due partiti che lo appoggiavano, Pd e Pdl, ha solo rallentato la loro marcia.

Stanno comprando tempo ma torneranno all’attacco. “Ce lo chiede l’Europa”. E se le “larghe intese” non serviranno, se i ceti politici cincischieranno e non avranno il coraggio di affondare il coltello nel  corpo vivo del popolo lavoratore, allora, come ha affermato il Pasquinelli, sarà forse il momento i cui chi comanda davvero calerà la carta di un grande shock finananziario, sullo stile di quello dell’estate autunno del 2011. Scateneranno l’inferno. A quel punto vedremo se sarà sollevazione o se il popolo accetterà di capitolare senza combattere.

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Un pensiero su “LA VARIANTE SPAGNOLA di Piemme”

  1. Anonimo dice:

    la presunta ripresa spagnola è una grandissima sòla. c'è stato semplicemente un'impennata del deficit pubblico (-10%) che ha rinvigorito i consumi. il debito è passato in 1 anno dal 69 all'84% del pil. tutti i fondamentali sono negativi: credito, attività industriale, masse monetarie, bancarotte.i salari dal 2008 sono scesi del 25%.antonio.

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