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“MODELLO TEDESCO”: ECCO DI CHE STIAMO DAVVERO PARLANDO di Graziano Priotto*

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6 settembre. 
Le cifre per capire e smascherare i falsi profeti del “Modello tedesco”  
dai piedi d’argilla.

Riceviamo dall’amico Priotto e volentieri pubblichiamo questa impeccabile spiegazione
Il ricorrente dibattito sul modello tedesco, volgarizzato con la  semplicistica (e falsa) spiegazione: “La Germania ha fatto le riforme, i  
PIGS no” o peggio con la moralizzante accusa “I PIGS hanno vissuto al di  sopra delle loro possibilità”,  che è non solo ignorante e ipocrita ma  profondamente falsa. Nessuno può vivere al di sopra delle proprie  possibilità: se fa debiti e non li può restituire la colpa è – e lo sanno  
bene le banche  – dell’incauto creditore che ha prestato senza garanzie,  non dell’imprudente debitore, che se si tratta di uno Stato potrebbe  benissimo evitare l’indebitamento eccessivo con la minaccia della svalutazione della propria moneta, cosa che renderebbe prudenti i creditori. 

E’ chiaro che con la moneta unica è stato introdotto esattamente quel sistema finalizzato ad invogliare i governi più incapaci  e corrotti (cioè tutti i PIGS) ad indebitare in modo insensato la finanza  pubblica (cosa che ha immediatamente generato un identico  comportamento da parte dei privati) e quindi a finire nella situazione debitoria senza vie d’uscita a tutti nota.
Infatti superata una soglia che finora gli economisti stentano a quantificare con formule esatte che tengano conto di tutti i fattori in gioco ma che empiricamente si può calcolare partendo dal costo del   finanziamento del debito rispetto alla crescita economica ed al gettito fiscale direttamente ad essa collegato: la soglia dell’impossibile riduzione del deficit si ha quando:

CFDS  (costo finanziamento debito sovrano) > GF (gettito fiscale) e  contestualmente CFDP (costo finanziamento debito privato) > CE (crescita economica cioè aumento PIL), laddove CFDS dipende dal costo del denaro  —che è diverso per ogni Stato—, il confronto è misurato dal cosiddetto “spread” cioè dalla differenza fra i rispettivi tassi di interesse sulle obbligazioni.

Attualmente questi tassi per i PIGS sono mantenuti bassi artificialmente dalle promesse del governatore della Banca Centrale Europea – Draghi, e gli Stati “virtuosi” pagano un tasso più basso o addirittura negativo unicamente grazie … al fatto che ci sono i PIGS meno affidabili. Ma i tassi possono aumentare improvvisamente quando la promessa di sostenere  comunque il debito dei PIGS acquistando illimitatamente titoli PIGS dovesse cessare di essere credibile: gli effetti sarebbero devastanti e riguarderebbero l’economia di tutti i Paesi, sia i PIGS che i  “virtuosi”.
La bilancia dei pagamenti (conto corrente) nella Ue.


Superata la soglia di cui sopra diviene evidentemente impossibile ripagare il debito eccessivo con qualunque forma ancorché la più radicale di risparmio poiché questo metodo (meglio noto come “politica di austerità” —un termine eufemistico per significare “inutile dissanguamento di molti  per arricchire i pochi profittatori della tragedia”— conduce alla  deflazione, alla disoccupazione ed alimenta un circolo vizioso che finisce per distruggere in modo irreversibile la base produttiva di qualunque  Stato gestito in tale maniera insensata.

Il famoso “Modello tedesco” di cui parlano i falsi profeti economisti di professione che sembra vadano a gara per squalificare la loro disciplina ed assomigliano sempre di più ai falsi medici delle commedie di Molière  è  smentito facilmente se si vanno a vedere le cifre ufficiali che chiunque può consultare in internet  —QUI.

Le presunte virtù del modello sarebbero:
1) piena occupazione
2) riduzione del debito sovrano
3) aumento della produttività

Il confronto fra i dati del 1993 (antecedente l’introduzione del modello  del socialdemocratico Gerhard Schröder “Agenda 2000”) e quelli del 2013 non lasciano ombra di dubbio: (cifre in milioni)

Lavoratori a tempo pieno 1993: 25,5;  2013: 21, 8: diminuzione 3, 7 milioni
Lavoratori a tempo parziale 1993: 3,1; 2013: 7,5: aumento 4,4 milioni
Lavoratori complessivi 1993: 28,6;  2013: 29,3: aumento 700mila unitàDisoccupati: 1993: 3,4; 2013: 3,0 : diminuzione 400mila unità
Addetti in totale (tempo pieno e parziale): 1993: 37,7 ; 2013: 41,8 :  aumento 3, 9 milioni

La disoccupazione aveva raggiunto un apice nel 2005 (4,9 milioni) ma rispetto al 1993 si può considerare quasi costante.

Dunque i lavoratori in più fra l’inizio e la fine del ventennio in esame sono sostanzialmente dovuti all’aumento del lavoro part time, che infatti considerato il 1993 come base 100 sono passati al 183,9 % nel 2013 mentre nel medesimo lasso di tempo i lavoratori a tempo pieno sono scesi all’89 %.

Esiste poi un’altra categoria di lavoratori, i cosiddetti “Leiharbeiter”  cioè i lavoratori ingaggiati da agenzie che li cedono in affitto alle imprese per periodi limitati cioè quando esse ne hanno bisogno, a paghe di  gran lunga più basse di quelle degli addetti a posto fisso che svolgono però di regola le identiche mansioni. 
La commissione pagata dalle imprese alle agenzie è conveniente sia per il notevole risparmio sui salari sia per l’enorme flessibilità nell’ingaggio: di fatto questi lavoratori “in affitto” non hanno alcuna garanzia, quando restano senza lavoro ricevono unicamente l’assistenza sociale  (Harz IV).

Questa categoria numericamente sembra poco rilevante ma in sensibile e costante aumento. Rispetto al totale degli addetti nel 2012 si contavano  908.113 unità di “Leiharbeiter” (3,1 % della forza lavoro complessiva),  mentre nel 1994 erano soltanto 138.451 (0,6 % );  l’aumento è stato del  628 %.


Tabella n.2. I salari reali 2000-2010: il calo in Germania (clicca per ingrandire)


Dunque si può stabilire anche una correlazione fra queste forme di lavoro ad alto sfruttamento con l’aumento della produttività: fatto 100 la produttività oraria nel 2000, il 2013 ha registrato un aumento a 137. [Vedi tabella n. 1]

E’ dunque vero che col “modello tedesco” vi è stato un aumento di produttività, ma se si considera come questo risultato è stato ottenuto (“lavoro precario, a tempo parziale, finanziamento indiretto alle imprese  tramite sostegno di sopravvivenza (Harz IV) ai lavoratori non utilizzabili in momenti di sovrapproduzione) anche un profano purché capace di logica deduzione si rende subito conto che  il vantato modello in realtà significa unicamente uno spostamento massiccio di massa salariale dagli addetti agli azionisti, cioè dal lavoro al capitale, da coloro che producono a quelli che traggono profitto dalla rendita del lavoro altrui. [Vedi tabella n.2]


Tabella n.1: la forbice salari/produttività in Germania

Che questo possa essere il modello al quale gli altri Stati europei si dovrebbero adeguare è una pura e semplice follia poiché esso ha un ulteriore contraddizione intrinseca insanabile:  si regge unicamente  sull’esportazione [modello “mercantilistico”, Ndr] poiché è impensabile che i beni così prodotti grazie alla riduzione della massa salariale (e quindi del potere d’acquisto) possano trovare sbocco sul mercato interno. Ed infatti la Germania ha  esportato raggiungendo un surplus enorme che è esattamente corrispondente alla somma dei deficit dei Paesi PIGS, che non avendo mortificato i salari  interni non hanno potuto concorrere sui mercati esteri ed hanno dunque importato i debiti. 

Debiti che, se diverranno in tutto o in parte notevole inesigibili (come è fatale che sia e giá si vede facilmente che cosí sará) travolgeranno comunque anche il “Paese virtuoso” ed il suo strabiliante  
modello economico che, come i numeri spiegano, poggia su un inganno ed ha  

i piedi d’argilla.
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