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QUANTE BALLE SULL’ARTICOLO 18 di Emiliano Brancaccio

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27 settembre.

Le nuove proposte del governo Renzi sul mercato del lavoro mirano ad accrescere ulteriormente la flessibilità dei contratti, prevedendo in alcuni casi anche l’abolizione delle tutele dell’articolo 18 contro i licenziamenti ingiustificati. I fautori della riforma sostengono che occorre superare le rigidità e i dualismi del mercato del lavoro italiano per rilanciare l’economia e l’occupazione. 

Tuttavia i dati dell’OCSE mostrano una realtà ben diversa da quella che viene solitamente raccontata. Basti notare che tra il 1999 e il 2013 l’Italia ha già fatto registrare una delle più pesanti cadute degli indici di protezione dei lavoratori, addirittura tripla rispetto alla riduzione che si è registrata nello stesso periodo in Germania. 

Questo significa, per intenderci, che le riforme Biagi e Fornero hanno accresciuto la precarizzazione del lavoro molto più della famigerata riforma Hartz realizzata in Germania. Inoltre, oggi l’Italia si caratterizza per un livello generale di protezione dei lavoratori pressoché in linea con quello di molti paesi europei, come Germania e Belgio, e inferiore al livello generale di protezione dei lavoratori in Francia. Ed ancora, la protezione dei lavoratori a tempo indeterminato è già inferiore a quella che si registra in Germania. 
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Riguardo poi al dualismo tra lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori temporanei, questo in Germania è oltre tre volte maggiore che in Italia. Infine, come è noto, per la stessa ammissione dell’attuale capo economista del FMI, vent’anni di ricerche empiriche hanno negato l’esistenza di una relazione tra maggiore precarietà del lavoro e minore disoccupazione. 

Di fatto, l’unico effetto plausibile dei contratti precari è che essi riducono il potere rivendicativo dei lavoratori e quindi consentono di ridurre i salari. Ma l’idea che abbattendo i salari si esca dalla crisi è anch’essa smentita dai fatti. Lo dimostra la Grecia, che nonostante un vero e proprio crollo delle retribuzioni continua a registrare crescita della disoccupazione e aumenti del debito.


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4 pensieri su “QUANTE BALLE SULL’ARTICOLO 18 di Emiliano Brancaccio”

  1. Anonimo dice:

    SpartacusL'articolo mi sembra un po' "sibillino" e solo velatamente si riesce a cogliere il pensiero dell'Autore. In quanto alle "balle" vien fuori il solito minestrone e non mi pare che alcune, le più grosse, siano state chiaramente rivelate e disvelate,Forse sono duro di comprendonio, ma nel complesso, ritengo l'Art.!8 una bandiera su uno degli ultimi sparuti baluardi del welfare: la dignità del lavoratore (per quello che ormai rimane), la dignità di poter ricorrere alla protezione della Legge avverso un ingiustificato (talvolta pure malevolo e ritorsivo) licenziamento. Da ricordare che di questi tempi un licenziamento equivale quasi ad una specie di condanna a morte.

  2. Anonimo dice:

    "sibillino"? ma fammi il piacere, e poi non è un articolo, è un intervento in radio. Perfetto come sempre, Brancaccio. Redwolf

  3. Anonimo dice:

    La "sibillinità" è una caratteristica che rende il discorso poco deciso e quindi ambiguo. Qualità tipica del linguaggio di certi politici. Per me, un intervento, radio o TV, quando è stampato diventa una pubblicazione e non è scandalosamente improprio assimilarlo ad un articolo.In quanto ai red-wolfs, mi piacerebbe che tenessero i loro denti sempre ben affilati specie in certe circostanze drammatiche.

  4. Anonimo dice:

    io preferisco un Brancaccio che con scioltezza e assoluta precisione riporta dati OCSE per dimostrare che sul mercato del lavoro raccontano balle, rispetto a un Bagnai che imbroglia sui salari, un Barnard che vomita cazzate e un Fusaro che filosofeggia sul nulla. Il motivo per cui gli anti-euro sono allo sbando è che preferiscono tipi di comunicazione che esaltano poche minoranze di ultras ma allontanano le grandi masse. Saluti, Saverio

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