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VENTOTENE, GLI STATI-NAZIONE E L’IMPERIALISMO di Luciano Barra Caracciolo

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22 dicembre.
Col Manifesto di Ventotene , steso nel 1941, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi mettono sotto accusa lo Stato-nazione come “male assoluto”, responsabili delle due grandi guerre, e quindi avanzano la soluzione di un’Europa federale che finalmente li sopprima. Luciano Barra Caracciolo (nella foto) smentisce questo paradigma, mettendo invece sotto accusa l’imperialismo e le politiche predatorie liberoscambiste e mercantilistiche.
1. Bazaar mi segnala questa recensione di Zagrelbesky alla pubblicazione del “Progetto di costituzione confederale europea ed interna” di Duccio Galimberti e Antonino Rèpaci, “un testo assai meno noto del Manifesto, che si pone sulla medesima lunghezza d’onda”.

Questa recensione premette che:

«Dopo le tragedie dei totalitarismi e i massacri della guerra, una ricostruzione dell’Europa a partire dalla ricostituzione degli Stati sovrani, cioè propriamente dalla riproposizione delle cause di tanta sventura, pareva essere un errore foriero di nuovi altri mali, già sperimentati. Occorreva ascoltare la lezione della storia».

Da questa premessa è poi giocoforza arguire che:

«Tanto il Manifesto quanto il Progetto rovesciano il punto di partenza che noi abbiamo fatto nostro come dato incontestabile, cioè l’idea che l’Europa federata possa procedere soltanto a partire dalle sovranità degli Stati, per mezzo di “cessioni” o “limitazioni” di poteri. La fonte di legittimità europea avrebbe dovuto essere in Europa, non negli Stati: le costituzioni statali come derivazioni dalla costituzione europea, e non viceversa. Le politiche europee e i Trattati che hanno dato loro forma giuridica presuppongono invece gli Stati come prius e l’Europa come posterius. Questa presupposizione divenne presto inevitabile, ma tale non appariva allora. Con le parole del Manifesto: «L’ideale di una federazione, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una meta raggiungibile e quasi a portata di mano», non come un lontano ideale, ma «come una impellente, tragica necessità» in quello ch’era il «totale rimescolamento» di popoli, il quasi totale sfacelo delle economie nazionali, la necessità di ridefinire i confini politici, la riconsiderazione dei rapporti tra maggioranze e minoranze etniche. Tutti questi problemi non avrebbero potuto essere affrontati se non a partire dalla dimensione politica europea: la guerra era nata in Europa e l’aveva distrutta; solo l’Europa avrebbe potuto rimettersi piedi.La storia avrebbe dimostrato l’illusorietà di quel “a portata di mano”. La liberazione dai fascismi non avvenne affatto in nome dell’Europa, ma in nome delle nazioni e della loro indipendenza e autosufficienza».

2. E’ singolare come un costituzionalista così accreditato come Zagrebelsky muova la sua analisi storico-politica da un documento mai ben analizzato (e compreso) nella sua ideologia economica e, ancor più, PRECEDENTE alla soluzione data, a tali problematiche, dalla Costituzione nel suo complesso, cioè la trasformazione del ruolo della sovranità, da potere illimitato al servizio delle oligarchie dominanti le Nazioni a quello di tutela dei diritti fondamentali “attivi” pluriclasse. 

In particolare, pare oggetto di dimenticanza il senso molto concreto del conseguenziale ruolo di questa “nuova sovranità democratica” nella comunità internazionale, delineato nell’art.11, che si proietta in una “sovranità aperta” alle organizzazioni internazionali che promuovano la pace e la giustizia tra le Nazioni. Cioè si confondono i “nazionalismi” negatori della altrui pari dignità con i nazionalismi che tale pari dignità pongono esplicitamente in termini di “giustizia” da perseguire nella comunità internazionale.

3. C’è qualcosa di misteriosamente ostinato e inspiegabile nel voler ipostatizzare un episodio storicamente datato come Ventotene et similia, decontestualizzandolo dal naturale epilogo che i fascismi ebbero nel perdere il loro ruolo effettivo: quello di garanti dell’aspirazione conservatrice del liberismo, perseguito in modo privilegiato, allora, come evidenzia Polany, attraverso la dimensione statale.
Quest’ultima, nel caso del nazifascimo, peraltro —nella logica tutta europea (e occidentale) dell’ “ordine internazionale del mercato”, da conquistare—, proiettata, (nella Storia moderna europea e fino al ‘900), verso un’affermazione non statalista “indipendentista”, quanto semmai imperialista, di espansione coloniale, e di concorrenza con i precedenti “oligopolisti” del colonialismo, che avevano affermato lo status quo, con le armi, al mondo intero.
E dunque la revanche tardo-colonialista dei totalitarismi (e dello stesso Giappone in ascesa industriale ma tagliato fuori dalla aree colonizzate delle materie prime), era dunque contrapposta per necessità ai colonialismi dei pretesi mercati liberoscambisti “universali”: ciò apriva una partita che si risolveva necessariamente per un mutamento conflittuale dei precedenti equilibri egemonici —non certo di parità wesftaliana— all’interno dell’Europa.

4. Ma tutti insieme, questi imperialismi, totalitari, (ma radicati nel cuore di un’Europa che andava loro stretta), ovvero liberoscambisti, (autoproclamatisi “mondo libero” solo sul presupposto del totale misconoscimento della pari libertà dei popoli situati nelle aree assoggettate alla colonizzazione, “escludente” i primi), erano riconducibili non alla generalità degli Stati sovrani nazionali europei, ma ad un concentrato di pochissimi Stati, alternativamente egemoni.
Cioè all’alveo ristretto che, pur dopo Westfalia, non avevano mai abbandonato la tendenza imperialista e che, dunque, si erano caratterizzati per l’aspirazione al dominio su ogni altra Nazione, europea o extraeuropea.
Sfugge quindi che il principio di Westfalia, la parità di ciascun detentore della sovranità, era stato costantemente negato; e, anzi, proprio questa negazione, e non certo i “nazionalismi”, aveva dato luogo “a incessanti guerre e devastanti” sullo scenario continentale, guerre che, peraltro, coinvolgevano l’intero mondo colonizzato da queste entità imperiali.
La stessa Rivoluzione francese (a tacere della guerra di Successione che il Re Sole scatenò pur essendo l’inchiostro di Westfalia ancora fresco), nasce da un collasso economico-finanziario della monarchia determinato dallo scontro “triangolato” tra Francia e Inghilterra, per la protezione accordata dalla prima verso i nascenti Stati Uniti; protezione non certo “idealistica”, ma, se vogliamo, “pretestuosa”, essendo lo sviluppo di politiche ostili e di guerre coloniali già in corso tra le due Potenze “imperialiste” europee del tempo (e a loro volta, in precedenza tese a contendersi le spoglie dell’Impero spagnolo sui territori centro-Nord americani).

5. In pratica, SI IGNORA come le due guerre mondiali fossero state, (nella perfetta tradizione europea), il prodotto della negazione, non della riaffermazione, della pari dignità degli Stati affermata dai trattati di Westfalia; e questo in nome di super-entità,  —certo statali, ma inevitabilmente autoproclamatesi sovrastatali. Questi Super-Stati (che sono sempre stati presenti nel caratterizzare l’equilibrio del diritto internazionale) si erano rigenerati, dopo le due rivoluzioni industriali e la riproposizione mercantilista del gold standard, della “totale flessibilità del lavoro”, con diverse forme di oligarchie capitaliste, (sostanzialmente identiche nelle aspirazioni all’egemonia sovranazionale), mosse da interessi contrapposti di tipo capitalistico-industriale.

“Stranamente”, le istanze federaliste che esaltano la negazione della originarietà della sovranità statale, non colgono come i trattati internazionali, quand’anche proposti come Costituzioni “universali”, siano sempre l’inevitabile prodotto dei rapporti di forza, economica e militare, all’interno di una qualsiasi parte della comunità internazionale. E quindi, come questa costante negazione di Westfalia, si sia proiettata, col prevalere del capitalismo mercantilista e industriale, in assetti che irresistibilmente, ricalcano i difetti del liberoscambismo: la necessità del lavoro-merce come viatico alla “competitività”, la connessa esigenza della “stabilità dei prezzi” assicurata dal vincolo monetario, lo svuotamento dei processi democratici di tutela dei diritti fondamentali in nome dell’autoritarismo T.I.N.A. [There Is Not Alternative, Ndr] dei “mercati”.

6. SI IGNORA, IN DEFINITIVA, LA STAGIONE DEL COSTITUZIONALISMO di temperamento del “capitalismo sfrenato” —come evidenzia Popper—, che cercò di risolvere la vera radice di quel mondo guerreggiato novecentesco: il conflitto sociale.
Si ignora quindi come, tale stagione, fu apportatrice di PACE  —del tutto avulsa dal postulato del “federalismo negatore” della sovranità nazionale democratica— nonché di benessere e democrazia per i popoli che lo abbracciarono.
Certo, storicamente questa fase storica, sopravvenuta a “Ventotene”, rifletteva ciò che il federalismo europeista aggira nella sua dimensione di problema centrale, soffermandosi sull’effetto, la guerra, e ignorando le cause: il modo in cui gli Stati imperialisti intendono ed esportano il conflitto di classe.
Il secondo dopoguerra del ‘900 , è senza dubbio anche il riflesso di una escalation della trasformazione politico-internazionale del conflitto sociale; quella cioè concretizzatasi nella contrapposizione tra socialismo reale e Stati pluriclasse del welfare e geograficamente “ratificata” nel patto di YALTA. Quest’ultimo, aveva già segnato, proprio nella inequivocabile “lezione della Storia”, il superamento del totalitarismo nazifascista.

Il riportare la soluzione del problema dei conflitti in Europa alla percezione delle cose di “Ventotene”, ignora, altresì, un altro imponente rivolgimento storico: la sopravvenuta centralità del conflitto di classe, simmetrico all’affermarsi aggressivo del capitalismo sfrenato, non consentiva di assimilare il totalitarismo stalinista a quelli che, pur ad esso in parte storicamente sovrapposti, l’avevano preceduto (cioè gli imperialismi coloniali delle super-Nazioni egemoni su conglomerati europei o extraeuropei).
Il marxismo-leninismo russo (pur nell’ambiguità di Stalin sul ruolo leader della Russia, ora Nazione egemone, ora, sede ecumenica dell’Internazionale “vivente” in Terra), rendeva insostenibili i vecchi imperialismi europei.


Se questi erano stati, da subito, i “negatori di Westfalia”, la dialettica conflittuale del tardo ‘800 e dell’intero ‘900, fu innescata dal sovrapporsi della Germania nel Risiko degli imperialismi europei (come a suo tempo della stessa Inghilterra, rispetto a Francia, Spagna e Impero asburgico, tutti all’inseguimento del mito carolingio del Sacro Romano Impero). Questione geo-politica del tutto distinta dalla conflittualità intrinseca al capitalismo colonialista, prima mercantilista e poi liberoscambista, conflittualità che precede e contestualizza lo stesso “problema Germania”.
La “sopravvenuta” spinta egemone di quest’ultima aveva appunto già trovato una soluzione in sede europea: la democrazia costituzionale. 

Sopravvenuta la “riunificazione” —ad una situazione che delimitava (scindendola fisicamente) proprio la sovranità nazionale tedesca—, invece, l’Europa ha rimesso in discussione in base ad una risalente diagnosi, storicamente sbagliata. Proprio questa soluzione (il costituzionalismo democratico) già consolidatasi.
La soluzione che aveva reso, nel frattempo, del tutto marginale l’ipotesi di “Ventotene”: l’Europa si era già strutturata, in forza delle rispettive democrazie del welfare  —e non certo della “costruzione europea” rivolta a profili essenzialmente commerciali non decisivi, ma “sussidiari”, sul piano politico—, in una serie di inter-relazioni culturali, politiche e persino linguistiche che non avevano precedenti nella storia del continente.
Ed invece, nel nome di “Ventotene” —essenzialmente in Italia (altrove non danno molto peso a questa presunta “genesi” ideale, potendo rammentare ben altre radici)— si è arrivati alla deleteria proposizione che la moneta unica, cioè il paradossale presupposto per una obbligata lotta di competizione mercantilista tra gli Stati europei coinvolti, sarebbe stata meglio, per conservare la pace dall’aggressività tedesca(!), di un trattato di stretta cooperazione di politica estera e della difesa.

7. Con l’aspirazione internazionalista-federalista, si prosegue, in sostanza, in modo a-storico e inconsapevole, a ragionare sulla realtà delle oligarchie contrapposte del XX secolo, se non altro perchè si pretende che il preteso super-trattato, accentratore di sovranità primigenia (degradando quella degli Stati democratici), possa non essere il prodotto “leonino” (art. 2265 cod.civ.)” di un “asse” tra le potenze storicamente egemoni che gli danno vita, coltivando un’illusione propagandistica ed utopica che non ha mai visto una conferma proprio nella “lezione” delle vicende storiche.

La realtà e l’applicazione dei trattati europei conferma, invece, che —quale che sia la cornice ideale e filosofica che si vuol dare al “federalismo”—, esso non può che vivere nelle dinamiche del diritto internazionale, specie se si pensi irrealisticamente di poterle superare dall’angolazione limitata di intellettuali appartenenti a Nazioni strettamente influenzate culturalmente da quelle stesse potenze egemoni.

Il che suggerisce pure una radice storica di questa “resa unilaterale” del…più debole, che vuole dissolversi nel dominio del più forte, visto come eticamente superiore: e, quindi, implicitamente superiore. E quindi implicitamente AUTORAZZISTA.

8. Ma l’utopia inconsapevole in questione, sconfina ulteriormente nell’ipocrisia: degli imperialismi coloniali i fascismi costituirono, come abbiamo visto, solo uno sviluppo contrappositivo, ma tutto all’interno del conservatorismo liberista.
Abbiamo visto cioè che, sul fare del ‘900, trascinati dalla loro stessa intransigenza, i liberisti, da soli, avevano progressivamente perso il controllo sociale degli Stati-comunità e delle relative istituzioni. E proprio a causa dell’assetto predatorio del capitalismo da essi propugnato, della ossessione per il “vincolismo monetario” del gold standard, e delle spaventose crisi economiche ricorrenti che avevano innescato la reazione del lavoro, cioè il conflitto di classe. 


Cioè proprio a causa di tutto ciò che, oggi, costituisce l’essenza, per quanto dissimulata, dei Trattati europei.

Se le soluzioni che hanno corretto le brutture delle oligarchie liberiste sono state il modello politico-economico keynesiano e il costituzionalismo, che senso ha tutt’ora, resuscitare in continuazione una visione di federalismo incentrata, esplicitamente (“Ventotene” non può certo nascondere tale sua forte asserzione) su quello stesso “ordine internazionale dei mercati”? E che senso ha dimenticare che quello stesso “ordine”, inscindibilmente legato all’idealizzazione del vincolismo monetario, aveva già costituito il cuore del meccanismo determinante lo scontro tra diversi imperialismi industriali e commerciali che condusse alle guerre mondiali in Europa?

Una lente deformante, una “cataratta” prodotta dall’inerzia culturale e dall’enorme pressione mediatico-culturale del capitalismo finanziario in cerca di rivincita, offusca in Italia (ancora più che nel resto d’Europa) la percezione della realtà della crisi.


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3 pensieri su “VENTOTENE, GLI STATI-NAZIONE E L’IMPERIALISMO di Luciano Barra Caracciolo”

  1. Vincenzo Cucinotta dice:

    Grazie, un contributo eccellente.

  2. Anonimo dice:

    A me non sembra. Manca un quadro teoreticamente puntualizzato e organico e il discorso è tenuto da un'analisi storico-antropologico-politica approssimata perché tiene troppo modestamente conto dello stato attuale dei rapporti internazionali.Indubbiamente tuttavia l'homo politicus è sempre lo stesso di quello dei tempi di Nabucodonosor, Ciro e compagnia bella.

  3. Lorenzo dice:

    Posto qui il commento che Orizzonte48 sembra aver censurato sul blog. In una minicomunità di anime belle che passano il tempo a congratularsi l'un l'altro le opinioni radicalmente divergenti non sono gradite. Grazie a Moreno per lo spazio concessomi.++++++Orizzonte48 tende di suo alla dispersività, ma il senso di quest'articolo mi risulta particolarmente ostico: individua – marxisticamente – la causa della guerra nel processo di accumulazione capitalista, poi rimprovera ai fondatori dell’unione europea – che marxisti non erano – di aver ignorato questo (supposto) stato di cose.Detto fra parentesi, se la teoria fosse corretta il pacifismo più perfetto avrebbe dovuto realizzarsi in ambito sovietico, là dove i mercati erano interamente soggiogati allo stato-partito. Perché allora preferirgli il costituzionalismo borghese e socialdemocratico?L’elemento primario della politica internazionale non è l’economia e meno ancora la lotta di classe, ma la politica e la guerra, e le élites che presiedono al loro articolarsi. Cui si aggiungono, in un più vasto contesto, i processi di crescita e senescenza delle civiltà organiche. E che la nostra sia arrivata alla frutta lo si ricava dal fatto che siano bastate due guerricciole mondiali per suscitare belati di affratellamento continentale.Il progetto europeista non è legato agli equilibri di Westfalia, alla stagione del costituzionalismo europeo, a contraddizioni di classe o a intenti di perfezionamento democratico. E’ semplicemente il frutto dell’egemonia esercitata dal conquistatore anglosassone ed ha sempre seguito la logica di omogeneizzare le aree periferiche dell’impero. Il resto è ideologia. Come la dittatura europea ha in altri tempi seguito la parabola di prosperità dell’Impero, ora ne segue quella di decandenza, non dissimile alla traettoria descritta dal tardo impero romano (in proposito illuminante il recente Engels D., Auf dem Weg ins Imperium, Europaverlag).L’articolo dice il vero quando osserva che il cosmopolitismo plutocratico sta distruggendo gli spazi redistributivi e democratici faticosamente conquistati nel corso del XX secolo, e legati alla dimensione statale e nazionale. Ma sbaglia a individuarne le cause. Queste non consistono nel fatto che il costituzionalismo era riuscito a addomesticare un conflitto di classe fantasiosamente elevato a motore universale del fenomeno bellico. Invece consistono nel fatto che il popolo riesce – per dirla in termini hegelomarxiani – a farsi classe-per-sé solo a partire da un’omogeneità (culturale, linguistica, razziale ecc.) di fondo. E’ questa una lezione che va da Montesquieu a Carl Schmitt. Ecco perché democrazia e social-ismo (checché si voglia intendere con "sociale") si sgretolano in ambito mondialista.Ai superstiti della sinistra che fu tocca constatare l’incongruenza delle loro aspirazioni: devono scegliere fra la socialità sostanziale della comunità chiusa e quella puramente formale della società aperta mondializzata. La disputa fra sovranisti di sinistra ed europeisti sta tutta qui.

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