La Scuola italiana nell’epoca della Globalizzazione di Nello De Bellis

31 dicembre


LA GRECIA AL VOTO di Leonardo Mazzei

Brevi note sul programma di Syriza e sugli scenari possibili

30 dicembre


 Syriza.

Nea Dimokratia sembrerebbe assai limitato, da due a sei punti percentuali. Un distacco che Samaras, spalleggiato in pieno dall’Unione Europea e dal Fondo monetario internazionale, pensa di poter colmare. E non è affatto detto che questo disegno sia destinato al fallimento.


Alla fine è molto probabile che tutto si giochi per una manciata di voti. E siccome il sistema elettorale assegna un premio di maggioranza di 50 parlamentari (su 300) a chi arriva primo, è prevedibile una fortissima polarizzazione del voto tra i primi due partiti, come già avvenne nelle elezioni del giugno 2012.


Syriza vinca e che vada al governo, che è l’unico modo per complicare i disegni della Troika, per far pesare il rifiuto popolare delle politiche austeritarie, ed infine per mettere seriamente alla prova Syriza stessa.


Troika, un successo indiscutibile per Juncker e soci. La cosa è così chiara che non importa dilungarsi oltre.  



Syriza


Syriza vincesse e riuscisse a formare un governo? Questa è la vera domanda. Di certo l’oligarchia eurista non si farebbe convincere da Tsipras, il quale invece si muove all’interno di una linea che ha come sua premessa proprio la «riformabilità» dell’Unione Europea. Il fatto è che questa grossolana illusione non potrebbe durare troppo a lungo, imponendo allora strade ben più radicali nel confronto con Bruxelles. 


Syriza, il cosiddetto «Programma di Salonicco», perché lì presentato da Tsipras lo scorso 15 settembre.



Syriza non è il socialismo, ma quel che possiamo certamente dire è che si tratta del programma più avanzato di una forza che si candida, con reali possibilità di successo, al governo di un paese europeo. Questo è un dato di fatto difficilmente discutibile. Il problema è che Tsipras vorrebbe realizzarlo con l’assenso delle oligarchie europee, e questo ci sembra davvero un po’ troppo…


Programma di Salonicco parte comprensibilmente dalla questione del debito, ponendo chiaramente la necessità di una sua sostanziale decurtazione. Leggiamo: «Cancellare la maggior parte del valore nominale del debito pubblico in modo che diventi sostenibile nel contesto di una “Conferenza europea del debito”». Ed ancora: «Includere una “clausola di crescita” nel rimborso della parte restante in modo che tale rimborso sia finanziato con la crescita e non attraverso leggi di bilancio». Ed infine: «Includere un periodo significativo di grazia (“moratoria”) del pagamento del debito per recuperare i fondi per la crescita».


Conferenza europea»? Vogliamo davvero augurarci che nessuno sia a questi livelli di ingenuità.


Syriza si propone i seguenti scopi: «Aumento immediato degli investimenti pubblici di almeno € 4 miliardi; graduale inversione di tutte le ingiustizie del Memorandum; graduale ripristino di stipendi e pensioni in modo da far aumentare i consumi e la domanda; ricostruzione dello stato sociale»



Tutto bene dunque? Assolutamente no.

La contraddittorietà e l’illusorietà di certi obiettivi è ricavabile dalla stessa lettura di alcuni punti programmatici. Leggiamo ad esempio: «Escludere gli investimenti pubblici dai vincoli del Patto di Stabilità e di Crescita». Qualcuno sa dirci cosa ci sia di diverso in questa proposizione da quanto va ciarlando Renzi da molti mesi? E non è anche questo un modo per riaffermare l’accettazione di fondo di tali vincoli, che andrebbero solo alleggeriti?


Un “New Deal Europeo” di investimenti pubblici finanziati dalla Banca europea per gli investimenti». Può piacere oppure no, ma un tale piano di investimenti attraverso la Bei esiste già. Lo ha varato di recente Juncker (leggi QUI), peccato che alla sua efficacia non creda praticamente nessuno. 


Un aiuto quantitativo da parte della Banca centrale europea con acquisti diretti di obbligazioni sovrane». Eccoci così arrivati al famoso Quantitative easing, che però la Bce sta predisponendo (leggi QUI e QUI) in modo assolutamente penalizzante per un paese come la Grecia.



Conclusioni 



Syriza è ricavabile dalla parte conclusiva del programma, che merita una citazione integrale: «Siamo pronti a negoziare e stiamo lavorando per costruire le più ampie alleanze possibili in Europa. L’attuale governo Samaras è di nuovo pronto ad accettare le decisioni dei creditori. L’unica alleanza che si preoccupa di costruire è con il governo tedesco. Questa è la differenza tra di noi e questo è, alla fine, il dilemma: negoziazione europea di un governo di Syriza, o accettazione dei termini dei creditori sulla Grecia da parte del governo Samaras. Negoziazione o non-negoziazione. Crescita o austerità. Syriza o Nuova Democrazia».


Syriza) e non-negoziazione, cioè supina accettazione da parte di Nuova Democrazia. Qui però c’è un piccolo dettaglio, ed è che per negoziare veramente bisogna essere in due. L’Europa vuol davvero negoziare con Atene? E darebbe a Tsipras quel che non ha concesso ai servitori che ha insediato al governo tre anni fa? La risposta non pare davvero difficile.



Dopo di che resterebbero solo o la resa o la lotta, altro che negoziazione!

Ed è in questo quadro che si porrebbe, come unica alternativa possibile alla resa incondizionata, la questione della rottura con l’UE, a partire da quella con l’euro.


Syriza è debole nell’insieme della sua struttura, pur se condivisibile nei sui obiettivi sociali. Ma quel che più conta è il processo che potrebbe avviarsi con l’eventuale (e non facile) successo del partito di Tsipras. Le contraddizioni e le illusioni che abbiamo messo in luce non potrebbero reggere la prova dei fatti. E la partita sarebbe tutta da giocare. Ecco perché ci auguriamo che Tsipras possa essere il prossimo capo del governo di Atene.




TE LO DO IO IL QUANTITATIVE EASING! di Leonardo Mazzei

28 dicembre

Raramente la verità delle cose si mostra fin da subito nella sua pienezza. Anzi, di solito, essa ama nascondersi nelle pieghe degli eventi e dei processi che segnano la storia, i cui svolgimenti sono in genere tortuosi e non privi di contraddizioni. Ed il percorso dissolutivo dell’Unione Europea, realisticamente preceduto dalla fine della moneta unica, non fa certo eccezione.

Per comprendere la portata di quanto sta avvenendo è utile tornare sulla vicenda del Quantitative easing (QE), sulla quale abbiamo già scritto pochi giorni fa (vedi Il QE della discordia). Le cose corrono infatti con la fretta dovuta dei momenti topici, e nuovi e decisivi elementi sulle manovre in corso sono ormai di pubblico dominio.

Due settimane fa avevamo ipotizzato uno scenario dove al successo d’immagine di Draghi, l’avvio del QE appunto, corrispondeva una vittoria del governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, sulla sostanza di questa operazione. Come dire: a Draghi le telecamere, a Weidmann gli euro-tedeschi ben chiusi in cassaforte.

Quel che è emerso in questi ultimi giorni non fa che confermare questa ipotesi, che comincia ad assumere contorni sempre più precisi quanto più inquietanti per i paesi dell’area mediterranea.

Il principio è sempre il solito dogma tedesco: non può e non deve esserci mutualizzazione alcuna del debito e del rischio che ne consegue. Punto. Il problema è che tutto ciò sta scritto nei trattati europei, un particolare che a volte si tende a dimenticare ma che a Berlino invece non scordano.

Come conciliare questo dogma con un QE almeno in parte basato sull’acquisto di titoli del debito dei vari stati dell’Eurozona? Ecco il problema che la Bce cerca di dirimere. Perché che il QE debba esserci è ormai cosa praticamente certa: lo reclamano i mercati finanziari (cioè i pescecani della finanza), lo esige il sistema bancario (pena il rischio di crack incontrollabili di alcune banche del sud Europa), lo chiedono a gran voce da oltreoceano per andare a compensare la minor liquidità emessa dalla Fed.

Che si possa trattare di un’operazione davvero efficace per ottenere un minimo di ripresa economica non ci crede ormai più nessuno, ma – al di là delle ragioni di cui sopra – a questo punto ce n’è un’altra ancora più importante che impone che il quantitative easing si faccia. Una ragione così sintetizzata da Alessandro Merli sul Sole 24 Ore di questa mattina:

quantitative easing, e concentriamoci invece sulle sue – decisive – modalità.

Innanzitutto una necessaria premessa. 

La seconda ipotesi, nella sostanza gemella della prima, non prevede nuovi fondi dedicati, ma solo perché la funzione di garanzia verrebbe esercitata dalle singole banche centrali nazionali sotto la direzione e la vigilanza della Bce. La decisione finale di Francoforte è attesa per il 22 gennaio, ma al momento è questa l’ipotesi che va per la maggiore.

Ed è un’ipotesi davvero rivelatrice della verità che comincia a manifestarsi, sia pure nel modo tortuoso di cui abbiamo detto all’inizio. Se il QE dovrà prendere forma attraverso acquisti e garanzie delle singole banche centrali, non è questo il segno manifesto della fine dell’unitarietà della politica monetaria dell’attuale Eurozona? Detto in maniera più chiara: non è questo – per quanto possa essere lungo il percorso – l’inizio della fine dell’euro?

Se questo sarà il “QE all’europea”, che la stampa economica definisce ormai senza pudore alla “tedesca”, avremo che ogni stato risponderà per le sue perdite, pur non essendone neppure direttamente responsabile, dato che la stanza dei bottoni dalla quale partiranno gli ordini sarà solo quella all’interno della torre della Bce. E questa è una cosa senza precedenti. Quando mai si è vista una banca centrale (e dunque uno Stato) divenire titolare di una perdita, senza avere invece alcuna titolarità sulle scelte di acquisto che l’hanno determinata? Ebbene, in Eurolandia è possibile anche questo…

Becchi e bastonati: ecco la condizione in cui verranno a trovarsi gli stati con i debiti più alti. Ma dire “stati” dice ancora poco, perché a pagare saranno ancora una volta i popoli.

Il meccanismo che si va congegnando è infatti micidiale. 

QUI), c) le banche centrali, che dovranno sanare le perdite della Bce, ripianeranno i loro bilanci attingendo da quelli dei relativi stati.

Dunque, alla fine, più tagli e più tasse per i cittadini dell’Europa mediterranea per consentire il QE salva-banche, trasformando così un’altra quota di debito privato (quello delle banche) in debito pubblico. Peggio di così non si potrebbe. Ma proprio per questo si può esser certi che la decisione finale non si discosterà più di tanto da questo schema.




DI CHE MOVIMENTO POLITICO ABBIAMO BISOGNO? (inedito) di Costanzo Preve

27 dicembre

 
[Nella foto Costanzo Preve, a sinistra, in uno dei forum al Campo Antimperialista (Assisi) dell’agosto 2000]
CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE PREPARATORIA SULLA COSTITUZIONE DI UNA NUOVA FORZA POLITICA IN ITALIA

di Costanzo Preve

di una mia possibile futura adesione organica. Un conto è infatti scrivere, spedire e pubblicare interventi teorici e filosofici (che continuerei ovviamente a fare), un conto invece una aperta adesione politica. Non intendo comunque, alla mia età e con la mia esperienza politica (sono nato nel 1943 ed ho cominciato a fare politica nel 1963), mettermi a tavola per mangiare cibi cucinati da altri. Questa è una cosa che non farò mai più. E’ bene dunque che sia chiaro a tutti che una cosa del genere mi interessa come cuoco e non come cliente. Meglio che su questo non nascano equivoci dolorosi e noiosi.

ESPOSIZIONE DELLE TESI

Inizierò con una riflessione sul nome dell’eventuale forza politica. Il nome deve infatti essere un compendio fedele del contenuto, e non un segnale identitario ideologico (tipo Democrazia Proletaria, cioè l’organizzazione meno proletaria mai esistita, oppure Partito della Rifondazione Comunista, che è in realtà un partito cesarista e leaderistico-mediatico di rifondazione no-global e new-global). Passerò poi ai tre punti programmatici fondamentali che a mio avviso devono caratterizzare questa forza politica. Seguiranno due allegati il cui scopo è chiarire ulteriormente i punti indicati per la discussione.
Roma, 29 aprile 2004: in solidarietà col la Resistenza irachena



Non si allude volutamente al “comunismo” (vedi allegato A) o al “marxismo” (vedi allegato B), per ragioni che verranno chiarite più analiticamente in questi due allegati. Non si parla di Forze Popolari, o altri termini guerriglieri e terzomondisti. perché non siamo in Nepal o in Colombia, e bisogna ispirarsi al giusto motto di “non farci ridere dietro da tutti”.


I TRE PUNTI PROGRAMMATICI FONDAMENTALI

A mio avviso, per questa forza politica bastano ed avanzano tre punti programmatici. fondamentali, e cioè:

(I) Resistenza alla dittatura oligarchica dell’economia capitalistica, senza un’imposizione contestuale di un solo profilo ideologico che dovrebbe fare da unico fondamento legittimo di questa resistenza,
(II) Resistenza all’attuale struttura imperialistica del mondo, di cui l’impero militare americano non è che l’odierno aspetto dominante, ma che certamente non è l’unico o quello cui bisogna ricondurre tutto,
(III) La scelta di tenersi integralmente fuori dal bipolarismo Ulivo-Polo, non per ragioni di. principio astoriche eterne, ma sulla base di un giudizio politico determinato, che potrebbe anche essere modificato in futuro se cambiasse il panorama politico europeo e mondiale.

Discutiamo ora questi tre punti uno per uno.


RESISTENZA ALL’ECONOMIA CAPITALISTICA
Roma, manifestazione di solidarietà col popolo iracheno


Dall’altro, ed in modo solo apparentemente contraddittorio, questa larga insofferenza ai nuovi imperativi economici (che, ripeto è addirittura maggioritaria, o almeno corposamente minoritaria) convive e coesiste con una assoluta e verificabile indisponibilità ad una militanza politica stabile di tipo anticapitalistico. Da una sensibilità di massa si precipita a prefissi da elenco telefonico. Da un potenziale anticapitalismo generico minoritario (o almeno corposamente minoritario) si passa ad un anticapitalismo specifico organizzato ultra-ultra-minoritario. Questa è a mio avviso la contraddizione da cui partire.

Roma, marzo 2003: l’oceanica manifestazione contro la guerra in Iraq


Se poi qualcuno mi volesse fare cortesemente osservare che un’anticapitalismo generico non è sufficiente, oppure che è “poco scientifico” (in quanto prescinde dalla conoscenza di Marx, dalla pratica di Lenin, eccetera), gli risponderò che ne sono perfettamente consapevole, ma non ritengo questa obiezione risolutiva. L’anticapitalismo, infatti, non è un dato astorico oppure epocale permanente, sempre eguale dal settecento ad oggi, ma è qualcosa di storicamente determinato in senso spaziale e temporale, ed è cioè qualcosa di dipendente dall’esperienza generazionale, dalla collocazione sociale nella divisione del lavoro, eccetera. Questa è la ragione per cui, a mio avviso, esso non deve essere preventivamente sottoposto alla condivisione di un’ortodossia ideologica, fosse pure la migliore del mondo. E dal momento che l’ortodossia ideologica migliore del mondo per ciascuno di noi finisce di fatto con l’essere la propria, dando luogo a tragicomiche vicende di tipo narcisistico ed autoreferenziale si organizzano di fatto solo i pochissimi “veri credenti”.
Questo discorso, ovviamente, vale innanzitutto per me stesso, e mi considero pienamente consapevole di questo.

Chi pensa che una piattaforma di anticapitalismo generico darebbe luogo a contraddizioni profondissime di tipo economico (salariati ed autonomi), politico (anticapitalismo di destra e di sinistra) e soprattutto culturale (perché sono ovviamente diversi gli aspetti del capitalismo che piacciono o non piacciono a ciascuno di noi), ebbene sappia che ne sono perfettamente consapevole. Ma pur essendone consapevole la ritengo comunque una risorsa dinamica, o quanto meno un male minore rispetto al male maggiore dell’uniformazione ideologica preventiva.
D’altro canto, mi chiedo come si possa seriamente pensare di riuscire a far passare una “linea di massa” sulla base della richiesta dell’uniformazione ideologica preventiva, fosse pure la migliore (o la meno peggiore) del mondo.
Oggi il capitalismo è “percepito” come cattivo da una maggioranza (o quanto meno da una corposa minoranza), mentre è “interpretato” come cattivo da una piccolissima minoranza ultra-ideologizzata, per di più spaccata al suo interno in decine di sette rabbiosamente ostili una all’altra per la divisione delle piccolissime quote di militanza nella ristrettissima nicchia di mercato socio-politico.
E questo è in breve il primo punto programmatico.

PARTICOLARE

Dunque, niente USA come male assoluto. E dunque respingiamo ogni accusa di antiamericanismo assoluto. L’americanismo, militare imperiale (AMI) è però un nemico. Dunque, se vogliamo, noi non siamo nemici degli USA, ma degli AMI sì. Tuttavia, non giochiamo più con le parole, ma cerchiamo di chiarire i concetti.

Oggi il potere unilaterale militare americano non è che la forma presa dall’odierno imperialismo. Questo non significa, ovviamente, che ci sia oggi un solo potere imperialista nel mondo, e Francia, Inghilterra, Germania, eccetera, fino alla piccola Italia ulivo-polista, non sono più potenze imperialiste per nulla. Mi chiedo come ci si possa seriamente attribuire una simile sciocchezza. Oggi il potere imperiale americano sovradetermina la conflittualità inter-imperialistica in modostoricamente inedito, perché non è ancora mai successo finora nella storia del mondo (impero romano, impero mongolo, impero navale britannico, eccetera) che una singola potenza intendesse attuare un effettivo dominio militare mondiale.

Scrivo, senza sapere ancora se vincerà Bush o Kerry. Ma in ogni caso, con dosi maggiori o minori di cosiddetto “multilateralismo” e di coinvolgimento subalterno ONU, eccetera, non cambierà nell’essenziale lo scenario di dominio, militare americano.

E questo è in breve il secondo punto programmatico.

CHIAMARSI FUORI DAL BIPOLARISMO CENTRO-DESTRA/CENTRO-
Firenze, ottobre 2002 in occasione del sociale forum europeo

SINISTRA

Lasciamolo dire ai gruppuscoli bordighisti e trotzkisti. Bisogna invece ammettere apertamente che Polo e Ulivo sono diversi per insediamento sociale, rappresentanza differenziata di gruppi sociali, culture politiche di riferimento, eccetera. E non potrebbe essere diversamente, perché Polo e Ulivo, lungi dall’essere una “sola massa reazionaria”, sono la prosecuzione, nella nuova situazione della seconda repubblica italiana nata dal colpo di stato giudiziario kafkianamente detto “mani pulite” (laddove non ci fu mai nulla di più “sporco”), di divisioni sociali e culturali presenti già, sia pure in forma diversa ed apparentemente irriconoscibile, nella prima repubblica. Persino nella politica estera ed europea vi sono differenze, anche se l’ulivista D’Alema ha fatto la guerra del 1999 e il polista Berlusconi ha aderito alla guerra del 2003, entrambe ad assoluta sovranità strategica e militare USA.

In secondo luogo, sarebbe assurdo dire che con l’Ulivo non ci si potrebbe alleare mai perché un signore ucraino chiamato Trotzky ha scritto nel 1934 che non si possono mai fare per principio dei “fronti popolari”, e questo varrà sempre per i tempi dei tempi fino a che finalmente sarà possibile riedificare una salvifica Quarta Internazionale planetaria. Gli allucinati che pensano questo hanno già la loro piccola nicchia politico-ideologica per compiere i loro riti identitari. No, non è così. E’ anzi del tutto possibile che in futuro si possano creare situazioni inedite ed oggi imprevedibili per cui potrà essere utile e necessario fare alleanze politiche con un Ulivo (o con un Polo) trasformati da eventi tellurici di tipo economico e sociale per ora inimmaginabili.
Roma, settembre 2006

 e politico-militare reali.


Per questa ragione è del tutto inutile ipotizzare di fondare una nuova forza politica se non ci si mette bene d’accordo sul fatto che in ogni caso, per ora e nelle attuali condizioni storiche, nonsi vota per l’Ulivo e ci si mette fuori dell’illusione bipolare Polo-Ulivo. E nelle stesso tempo deve essere anche chiaro che non ci si presenta alle elezioni in modo testimoniale senza che ci siano ancora le condizioni minime di visibilità e di consenso, perché questo vorrebbe dire prendere percentuali da prefisso telefonico e farsi ridere dietro da tutti. Ancor peggio, vorrebbe dire di fatto ridicolizzare una causa storica e strategica con elettoralismi affrettati e mediatici.

ALLEGATO A. SUL COMUNISMO
Genova, 20 luglio 2001

Nessuno può impedire a qualcuno di essere e proclamarsi pubblicamente “comunista”, come nessuno può impedire a qualcuno di essere e proclamarsi cristiano o musulmano.
Ridotto a questo, il comunismo diventa di fatto, al di là delle migliori intenzioni un fantasma identitario. Ora, agitare un fantasma identitario che nasconde centinaia di significati diversi e spesso opposti non può diventare la precondizione per l’adesione ad una forza politica oggi. I “comunisti” allora è bene che ci aderiscano individualmente rivendicando pienamente quello in cui credono, senza pretendere però che questo “comunismo” diventi un vincolo ideologico comunitario di partito.
Con questo, non dico che Lenin e Gramsci hanno fatto male a fondare ai loro tempi dei partiti comunisti. Personalmente, ritengo invece che abbiano fatto benissimo. Ma ai loro tempi la parola “comunismo” significava una cosa ben precisa (dittatura del proletariato industriale, abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, partito unico che si fa stato, socializzazione formale e statalizzazione reale delle forze produttive, filosofia marxista ridotta ad ideologia di partito, ateismo di stato, eccetera), e allora essere “comunisti” voleva dire una cosa ben precisa (anche se poi inevitabilmente spaccata fra ortodossi ed eretici). Ma oggi non è più così, o meglio è ancora così solo per i gruppi fondamentalisti, non importa se neostalinisti o neotrotzkysti (ed allora chi lo vuole si accomodi con loro). Non si sente il bisogno oggi di un’ennesima setta neocomunista di tipo mazzeo-previano-pasquinelliana, il cui motto inevitabilmente non potrebbe essere “Proletari di tutto il mondo unitevi”, ma “Prepariamoci a farci ridere dietro da tutti”.

ALLEGATO B. SUL MARXISMO


Torino, ottobre 2004




GIÙ LE MANI DAL POPOLO NO TAV! di Vincenzo Baldassarri

26 dicembre




Il problema delle grandi masse è simile a questi fenomeni naturali come il vulcano di cui sopra o come una slavina che prima di staccarsi dal crinale della montagna silenziosa non dà adito a preoccupazioni ma che dopo travolge tutto e tutti.

Gilda Rivoluzionaria



I NODI VENGONO SEMPRE AL PETTINE di Marxista dell’Illinois n.2


segnala ai suoi lettori che ha espresso il proprio dissenso con l’amico Borghi Aquilini. La prova sarebbe appunto il suo cinguettio. Gliene diamo atto, solo che su una questione della portata della Flat Tax non è che uno se la possa cavare con un paio di pelosi e sconcertanti tweet.
endorsement senza principi per la Lega Nord.

era da tempo nel programma della Lega Nord?
Avevamo avvisato Bagnai che questa paccottiglia strategica lo avrebbe ficcato in brutti pasticci. Sta a lui venirne fuori se non vuole lasciarci le penne.




SOVRANISTI VERI E SOVRANISTI FASULLI di Piemme



Sovranisti? (clicca per ingrandire)


che del neoliberismo è la quint’essenza) il suo cavallo di battaglia. E pensare che questi opportunisti solo ieri parlavano di Keynes, di aumento della spesa pubblica per la piena occupazione, di rispetto della Costituzione.

stessi metodi di infiltrazione. 

sovranisti fasulli.




DI RITORNO DALLA GRECIA: SE SYRIZA SALE AL GOVERNO

22 dicembre.
Brigate sovraniste per la Costituzione.




VENTOTENE, GLI STATI-NAZIONE E L’IMPERIALISMO di Luciano Barra Caracciolo

Questa recensione premette che:

«Dopo le tragedie dei totalitarismi e i massacri della guerra, una ricostruzione dell’Europa a partire dalla ricostituzione degli Stati sovrani, cioè propriamente dalla riproposizione delle cause di tanta sventura, pareva essere un errore foriero di nuovi altri mali, già sperimentati. Occorreva ascoltare la lezione della storia».

Da questa premessa è poi giocoforza arguire che:

La storia avrebbe dimostrato l’illusorietà di quel “a portata di mano”. La liberazione dai fascismi non avvenne affatto in nome dell’Europa, ma in nome delle nazioni e della loro indipendenza e autosufficienza».

da un documento mai ben analizzato (e compreso) nella sua ideologia economica e, ancor più, PRECEDENTE alla soluzione data, a tali problematiche, dalla Costituzione nel suo complesso, cioè la trasformazione del ruolo della sovranità, da potere illimitato al servizio delle oligarchie dominanti le Nazioni a quello di tutela dei diritti fondamentali “attivi” pluriclasse. 

garanti dell’aspirazione conservatrice del liberismo, perseguito in modo privilegiato, allora, come evidenzia Polany, attraverso la dimensione statale.
Quest’ultima, nel caso del nazifascimo, peraltro —nella logica tutta europea (e occidentale) dell’ “ordine internazionale del mercato”, da conquistare—, proiettata, (nella Storia moderna europea e fino al ‘900), verso un’affermazione non statalista “indipendentista”, quanto semmai imperialista, di espansione coloniale, e di concorrenza con i precedenti “oligopolisti” del colonialismo, che avevano affermato lo status quo, con le armi, al mondo intero.
E dunque la revanche tardo-colonialista dei totalitarismi (e dello stesso Giappone in ascesa industriale ma tagliato fuori dalla aree colonizzate delle materie prime), era dunque contrapposta per necessità ai colonialismi dei pretesi mercati liberoscambisti “universali”: ciò apriva una partita che si risolveva necessariamente per un mutamento conflittuale dei precedenti equilibri egemonici —non certo di parità wesftaliana— all’interno dell’Europa.

4. Ma tutti insieme, questi imperialismi, totalitari, (ma radicati nel cuore di un’Europa che andava loro stretta), ovvero liberoscambisti, (autoproclamatisi “mondo libero” solo sul presupposto del totale misconoscimento della pari libertà dei popoli situati nelle aree assoggettate alla colonizzazione, “escludente” i primi), erano riconducibili non alla generalità degli Stati sovrani nazionali europei, ma ad un concentrato di pochissimi Stati, alternativamente egemoni.
Cioè all’alveo ristretto che, pur dopo Westfalia, non avevano mai abbandonato la tendenza imperialista e che, dunque, si erano caratterizzati per l’aspirazione al dominio su ogni altra Nazione, europea o extraeuropea.
Sfugge quindi che il principio di Westfalia, la parità di ciascun detentore della sovranità, era stato costantemente negato; e, anzi, proprio questa negazione, e non certo i “nazionalismi”, aveva dato luogo “a incessanti guerre e devastanti” sullo scenario continentale, guerre che, peraltro, coinvolgevano l’intero mondo colonizzato da queste entità imperiali.
La stessa Rivoluzione francese (a tacere della guerra di Successione che il Re Sole scatenò pur essendo l’inchiostro di Westfalia ancora fresco), nasce da un collasso economico-finanziario della monarchia determinato dallo scontro “triangolato” tra Francia e Inghilterra, per la protezione accordata dalla prima verso i nascenti Stati Uniti; protezione non certo “idealistica”, ma, se vogliamo, “pretestuosa”, essendo lo sviluppo di politiche ostili e di guerre coloniali già in corso tra le due Potenze “imperialiste” europee del tempo (e a loro volta, in precedenza tese a contendersi le spoglie dell’Impero spagnolo sui territori centro-Nord americani).

5. In pratica, SI IGNORA come le due guerre mondiali fossero state, (nella perfetta tradizione europea), il prodotto della negazione, non della riaffermazione, della pari dignità degli Stati affermata dai trattati di Westfalia; e questo in nome di super-entità,  —certo statali, ma inevitabilmente autoproclamatesi sovrastatali. Questi Super-Stati (che sono sempre stati presenti nel caratterizzare l’equilibrio del diritto internazionale) si erano rigenerati, dopo le due rivoluzioni industriali e la riproposizione mercantilista del gold standard, della “totale flessibilità del lavoro”, con diverse forme di oligarchie capitaliste, (sostanzialmente identiche nelle aspirazioni all’egemonia sovranazionale), mosse da interessi contrapposti di tipo capitalistico-industriale.

“Stranamente”, le istanze federaliste che esaltano la negazione della originarietà della sovranità statale, non colgono come i trattati internazionali, quand’anche proposti come Costituzioni “universali”, siano sempre l’inevitabile prodotto dei rapporti di forza, economica e militare, all’interno di una qualsiasi parte della comunità internazionale. E quindi, come questa costante negazione di Westfalia, si sia proiettata, col prevalere del capitalismo mercantilista e industriale, in assetti che irresistibilmente, ricalcano i difetti del liberoscambismo: la necessità del lavoro-merce come viatico alla “competitività”, la connessa esigenza della “stabilità dei prezzi” assicurata dal vincolo monetario, lo svuotamento dei processi democratici di tutela dei diritti fondamentali in nome dell’autoritarismo T.I.N.A. [There Is Not Alternative, Ndr] dei “mercati”.

6. SI IGNORA, IN DEFINITIVA, LA STAGIONE DEL COSTITUZIONALISMO di temperamento del “capitalismo sfrenato” —come evidenzia Popper—, che cercò di risolvere la vera radice di quel mondo guerreggiato novecentesco: il conflitto sociale.
Si ignora quindi come, tale stagione, fu apportatrice di PACE  —del tutto avulsa dal postulato del “federalismo negatore” della sovranità nazionale democratica— nonché di benessere e democrazia per i popoli che lo abbracciarono.
Certo, storicamente questa fase storica, sopravvenuta a “Ventotene”, rifletteva ciò che il federalismo europeista aggira nella sua dimensione di problema centrale, soffermandosi sull’effetto, la guerra, e ignorando le cause: il modo in cui gli Stati imperialisti intendono ed esportano il conflitto di classe.
Il secondo dopoguerra del ‘900 , è senza dubbio anche il riflesso di una escalation della trasformazione politico-internazionale del conflitto sociale; quella cioè concretizzatasi nella contrapposizione tra socialismo reale e Stati pluriclasse del welfare e geograficamente “ratificata” nel patto di YALTA. Quest’ultimo, aveva già segnato, proprio nella inequivocabile “lezione della Storia”, il superamento del totalitarismo nazifascista.

Il riportare la soluzione del problema dei conflitti in Europa alla percezione delle cose di “Ventotene”, ignora, altresì, un altro imponente rivolgimento storico: la sopravvenuta centralità del conflitto di classe, simmetrico all’affermarsi aggressivo del capitalismo sfrenato, non consentiva di assimilare il totalitarismo stalinista a quelli che, pur ad esso in parte storicamente sovrapposti, l’avevano preceduto (cioè gli imperialismi coloniali delle super-Nazioni egemoni su conglomerati europei o extraeuropei).
Il marxismo-leninismo russo (pur nell’ambiguità di Stalin sul ruolo leader della Russia, ora Nazione egemone, ora, sede ecumenica dell’Internazionale “vivente” in Terra), rendeva insostenibili i vecchi imperialismi europei.

La soluzione che aveva reso, nel frattempo, del tutto marginale l’ipotesi di “Ventotene”: l’Europa si era già strutturata, in forza delle rispettive democrazie del welfare  —e non certo della “costruzione europea” rivolta a profili essenzialmente commerciali non decisivi, ma “sussidiari”, sul piano politico—, in una serie di inter-relazioni culturali, politiche e persino linguistiche che non avevano precedenti nella storia del continente.
Ed invece, nel nome di “Ventotene” —essenzialmente in Italia (altrove non danno molto peso a questa presunta “genesi” ideale, potendo rammentare ben altre radici)— si è arrivati alla deleteria proposizione che la moneta unica, cioè il paradossale presupposto per una obbligata lotta di competizione mercantilista tra gli Stati europei coinvolti, sarebbe stata meglio, per conservare la pace dall’aggressività tedesca(!), di un trattato di stretta cooperazione di politica estera e della difesa.

7. Con l’aspirazione internazionalista-federalista, si prosegue, in sostanza, in modo a-storico e inconsapevole, a ragionare sulla realtà delle oligarchie contrapposte del XX secolo, se non altro perchè si pretende che il preteso super-trattato, accentratore di sovranità primigenia (degradando quella degli Stati democratici), possa non essere il prodotto “leonino” (art. 2265 cod.civ.)” di un “asse” tra le potenze storicamente egemoni che gli danno vita, coltivando un’illusione propagandistica ed utopica che non ha mai visto una conferma proprio nella “lezione” delle vicende storiche.

La realtà e l’applicazione dei trattati europei conferma, invece, che —quale che sia la cornice ideale e filosofica che si vuol dare al “federalismo”—, esso non può che vivere nelle dinamiche del diritto internazionale, specie se si pensi irrealisticamente di poterle superare dall’angolazione limitata di intellettuali appartenenti a Nazioni strettamente influenzate culturalmente da quelle stesse potenze egemoni.

Il che suggerisce pure una radice storica di questa “resa unilaterale” del…più debole, che vuole dissolversi nel dominio del più forte, visto come eticamente superiore: e, quindi, implicitamente superiore. E quindi implicitamente AUTORAZZISTA.

8. Ma l’utopia inconsapevole in questione, sconfina ulteriormente nell’ipocrisia: degli imperialismi coloniali i fascismi costituirono, come abbiamo visto, solo uno sviluppo contrappositivo, ma tutto all’interno del conservatorismo liberista.
Abbiamo visto cioè che, sul fare del ‘900, trascinati dalla loro stessa intransigenza, i liberisti, da soli, avevano progressivamente perso il controllo sociale degli Stati-comunità e delle relative istituzioni. E proprio a causa dell’assetto predatorio del capitalismo da essi propugnato, della ossessione per il “vincolismo monetario” del gold standard, e delle spaventose crisi economiche ricorrenti che avevano innescato la reazione del lavoro, cioè il conflitto di classe. 

all’idealizzazione del vincolismo monetario, aveva già costituito il cuore del meccanismo determinante lo scontro tra diversi imperialismi industriali e commerciali che condusse alle guerre mondiali in Europa?

Una lente deformante, una “cataratta” prodotta dall’inerzia culturale e dall’enorme pressione mediatico-culturale del capitalismo finanziario in cerca di rivincita, offusca in Italia (ancora più che nel resto d’Europa) la percezione della realtà della crisi.





QUANDO SE NE ANDRÀ SARÀ TROPPO TARDI di Emmezeta

21 dicembre



Quisling Monti a Palazzo Chigi. Ma prima ancora (marzo 2011) il fautore più acceso dell’attacco criminale alla Libia. Poi – nelle monarchie le successioni sono a volte più complicate che nelle repubbliche – è succeduto a se stesso, per fungere da protettore del governo di larghe intese. Infine, nell’ultimo anno, è stato il custode istituzionale di quel patto extra-istituzionale (il “Nazareno”) che ancora governa l’Italia.


In questi anni di crisi è stato il vero referente delle oligarchie europee. Berlusconi? Inaffidabile. Monti? Un fedele servitore, ma troppo rozzo. Letta? Meno rozzo, ma poco efficace. Renzi? Più furbo, ma forse troppo. In questo tourbillon di primi ministri a Bruxelles cercavano un punto fermo. Fermo ed inamovibile come solo le monarchie lo possono offrire. Chi meglio allora di Napolitano?




Non si attenti in qualsiasi modo alla continuità di questo nuovo corso“, queste le sue parole minacciose a difesa del processo di stravolgimento di quella Costituzione sulla quale a suo tempo ha pure giurato.

Non si attenti“? E noi poveri ingenui che ancora pensavamo che quantomeno il parlamento certi temi avesse ancora il potere (e il dovere) di discuterli. No, nessuna discussione, che di attentato si tratta. Così parlò il monarca.
super partes, ecco indicati i pericolosi eversori nei: “venti di scissione in questa o quella formazione politica, magari nello stesso partito di maggioranza relativa“. 

Dicono le cronache del palazzo (del non dal, tanto sono servili), che i renziani presenti si davano di gomito, persino loro increduli di questa copertura a 360 gradi ad ogni malefatta del boss che se li è tirati dietro al governo.


ça va sans dire, dovranno farlo nel modo giusto. E chi non è d’accordo – questa non si era ancora sentita – non può neppure scindersi da quel partito che gli impone una scelta contro i propri principi e le proprie convinzioni. Sei messa bene Repubblica Italiana…




 pole position