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CHARLIE HEBDO: RIFLESSIONI SCOMODE DI UN CREDENTE di Paolo Maria Filipazzi

8 gennaio


Ci segnalano e volentieri pubblichiamo

di un attentato terroristico nel cuore di Parigi: due tizi armati di kalashnikov hanno assaltato la redazione di “un giornale” facendo fuori 11 persone, fra cui due agenti ed un passante. Mi faccio attento. Arriva una precisazione: “un giornale” sarebbe in realtà la rivista “satirica”Charlie Hebdo, ed i due avrebbero compiuto la strage per “vendicare il Profeta”. A quel punto parte la filippica: è un attacco a tutto l’Occidente, si è voluto colpire un giornale che era baluardo del pensiero laico ed illuminista, che si era battuto per la libertà di critica. Al che, lo confesso, mi è partito un sano e schietto: “Ma mi faccia il piacere!”. Una breve messa a punto mi sembra dunque doverosa.
Ok, la violenza va condannata e mi dispiace per le persone morte. Andiamo avanti.

Charlie Hebdo NON è la rispettabile rivista che ci stanno dipingendo in queste ore i media. Si tratta, in realtà, di un parente del nostro italico Vernacoliere. Solo un po’ più schifoso. Il pezzo forte di tale rivista “satirica” sono le bestemmie, di cui le pagine e copertine della pubblicazione da anni traboccavano. Contro tale “linea editoriale” si erano ripetutamente levate proteste da parte di associazioni ebraiche e cattoliche, ma, come si sa, per dei progressisti, vale a dire per dei violenti, le civili proteste a mezzo stampa sono qualcosa di cui sghignazzare. Qualche problema in più, va da sé, l’avevano avuto coi musulmani, che, come si sa, contrariamente a noi pigri e semi-apostati cristiani da strapazzo, quando tocchi loro Maometto ed Allah si incazzano di brutto. Al che era stato tutto un florilegio di intellettuali salottieri e radical-chic che erano “scesi in campo” per difendere il “diritto di critica” e lodando il “coraggio” di questo giornale “scomodo”. Nel 2011 qualcuno aveva pure tirato contro la redazione, nottetempo, nel 2011, una bomba “dimostrativa”. Per la gioia dei vernacolieri d’Oltralpe, improvvisamente trasformatisi in eroi dell’Occidente. Il che li aveva ringalluzziti, e giù altre bestemmie. Alla fine si son presi delle fucilate, come era da mettere in conto.

Al che ci tocca, non senza un certo rossore, ribadire le solite cose, già ripetute su Campari dall’amico Facchini qualche anno fa: è inutile che noi cattolici ci scandalizziamo per la blasfemia anti-cristiana e poi, come a volte accade, reagiamo con un “ben gli sta” o con una compiaciuta complicità quando le bestemmie colpiscono l’Islam. Per le jene del laicismo Cristianesimo ed Islam sono due facce della stessa medaglia, entrambe forme di opposizione all’ideologia secolare che, negando Dio, nega l’uomo e lo porta al di sotto della bestia. E se noi cristiani, fedeli al Vangelo, anche se sentiamo pruderci le mani, alla fine porgiamo l’altra guancia, possiamo anche comprendere, pur nella condanna della violenza, come si senta un musulmano di fronte ad una vignetta di Maometto nudo in posa ammiccante: esattamente come ci sentiamo noi quando una vignetta analoga viene pubblicata avendo per oggetto Cristo o la Madonna.

Se un giornaletto di bestemmie e pornografia adesso, diventa, un baluardo del pensiero laicista ed illuminista, c’è da chiedersi se il pensiero illuminista e laicista non sia letame allo stato puro. Se la bestemmia viene scambiata per “diritto di critica”, e non viene più riconosciuta per quello che è, vale a dire come una forma vile di violenza, un attacco contro la libertà dei credenti, vuol dire che siamo sprofondati in una fogna. Se la rappresaglia di due killer contro un giornaletto poco di buono anziché essere relegata, come dovrebbe, nelle pagine della cronaca nera, fra i tanti fatti delittuosi che capitano quotidianamente nei bassifondi di una metropoli come Parigi, diventa un “attacco all’Occidente”, manco fosse l’11 settembre, ci sorge il sospetto che l’Occidente stesso ormai non sia altro che i bassifondi del pianeta. Se un gruppo di imbrattacarte che si è visto, per sua disgrazia, ritorcere contro anni ed anni di vigliaccate, volgarità e violenze (perché la violenza non è solo quella fisica…), si vede elevato al rango di schiera di “martiri della libertà” vuol dire che abbiamo perso tutti il cervello.

E tutti dovrebbero farsi due domande: la “destra” che si lamenta perché gli immigrati non accettano i “nostri valori”, farebbe bene a chiedersi quali siano, a questo punto, i “nostri valori”. La “sinistra” che farnetica di “integrazione”, dovrebbe spiegare a tutti in cosa gli immigrati dovrebbero “integrarsi”. Forse ci accorgeremmo che, se molti immigrati, specie musulmani, non si “integrano”, se cresce fra i musulmani in Europa la simpatia per l’integralismo e qualcuno finisce per passare alle vie di fatto, ciò non è sicuramente giustificato, ma non accade nemmeno perché i musulmani sono di per sé cattivissimi. Gli è che, per chi è abituato a considerare la religione come la stella polare della sua vita, un mondo in cui la massima espressione di progresso è considerato la bestemmia è l’Inferno sulla terra. E qualcuno potrebbe anche sospettare che la bufala progressista dell’ “integrazione” celi, dietro di sé, un truffa per fare all’Islam ciò che l’Occidente ha già fatto al Cristianesimo: stuprarlo ed ucciderlo. Sarebbe un’impressione totalmente errata?

E l’Occidente in guerra contro il terrorismo, non farebbe meglio a chiedersi se quest’ultimo non trovi terreno di facile proselitismo grazie anche al fatto che, oggettivamente, l’Occidente stesso fa schifo?»


GRECIA: PERCHÉ TSIPRAS SI SBAGLIA di Antonio Maria Rinaldi

8 gennaio


Mentre i mercati s’interrogano quali strategie, aldilà degli slogan elettorali, saranno poi effettivamente perseguite nel caso di successo delle forze politiche d’opposizione in Grecia, traspare sempre più la volontà del leader di Syriza, Alexis Tsipras, di procedere con un programma “accomodante” per la permanenza del paese nell’area euro. La stessa auspicata rimodulazione concordata del debito pubblico in una nuova versione rivista e corretta dei precedenti haircut, non produrrebbe infatti gli effetti sperati così come puntualmente evidenziato dall’economista tedesco Hans-Werner Sinn, presidente dell’Ifo (Istituto per la ricerca economica, maggiore think-tank tedesco sulle tematiche di politica economica) il quale ha fatto giustamente presente che “solo uscendo dall’euro la Grecia può evitare il fallimento”. Qualsiasi intervento sul debito significherebbe solamente procrastinare i problemi dell’economia greca e non risolverli, aggravando il già disastrato paese ellenico da ulteriori vincoli determinati da prestiti internazionali e da tutele sempre più pressanti nella gestione economica domestica. D’altronde i precedenti e sempre più onerosi salvataggi non hanno fatto che aumentare la posizione debitoria del paese e non certo aiutato nel tirarlo fuori dall’impasse della drammatica situazione economica il cui destino ogni giorno appare sempre più irreversibile.

La popolazione è allo stremo e francamente non ci sono più i presupposti e i margini di manovra per poter rendere l’euro una valuta idonea alle esigenze dell’economia greca. Il caso greco ha dimostrato, in tutta la sua drammaticità, come il trapianto forzato di una moneta possa alla fine degenerare in un inevitabile rigetto distruggendo letteralmente un paese nonostante noti personaggi, che hanno costruito esclusivamente la propria carriera e credibilità asservendosi supinamente ai dogmi perversi della moneta unica, abbiano sostenuto fino a poco tempo fa che proprio il paese ellenico era la prova più tangibile del successo dell’euro.

Il problema di fondo della Grecia pertanto rimane la permanenza nell’euro e le sue assurde e anacronistiche politiche economiche imposte a un paese che non ha mai avuto le possibilità, neanche remote, di poterle perseguire ed attuarle. 


L’aver di fatto commissariato il governo di Atene inducendolo a perseguire politiche e metodi completamente errati che hanno peggiorato continuamente la situazione inchioda, senza possibilità di attenuanti, le responsabilità della Commissione Europea, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea almeno sin dal 2010, anno in cui sono emerse in tutta la sua gravità sia l’effettiva posizione debitoria innescata dalla bomba ad orologeria dei derivati contratti per ottenere il via libera all’entrata nell’eurozona, sia l’insostenibilità che l’euro aveva prodotto nella sua crescita economia.

Syriza chiede l’istituzione di una Commissione internazionale sulla falsariga di quella che portò all’accordo sul debito di Londra del 27 febbraio del 1953 dove fu cancellato il 50% del debito estero tedesco, ma i greci ora sottovalutano che la Germania di allora si avvantaggiò enormemente dell’accordo perché poté contare su una propria moneta e soprattutto su una politica economica perfettamente tarata per le proprie esigenze e non invece come quella odierna che rimarrebbe in ogni caso per la Grecia decisa altrove!

Pertanto se le nuove forze che assumeranno il potere ad Atene nei prossimi mesi intenderanno realmente fare gli interessi del paese con l’obiettivo di farlo risorgere economicamente e moralmente, dovrebbero perseguire una uscita dall’euro concordata e pianificata direttamente con i governi europei e promuovere contestualmente un’azione risarcitoria nei confronti della Troika per le responsabilità oggettive avute nella gestione delle crisi finanziarie avvenute negli ultimi anni. In particolare se l’inesperienza e i grossolani errori profusi a più riprese dall’ex Commissario europeo per gli affari economici e monetari Olli Rehn, trincerato sempre dietro vulgata dell’irreversibilità dell’euro, non avessero forzatamente fatto adottare alla Grecia politiche economiche con il pugno di ferro con il criterio del “bisogna punire chi non rispetta i patti”, non rendendosi minimamente conto che in questo modo stava segando il ramo dove invece erano seduti anche gli altri, lui compreso, il paese ellenico non sarebbe arrivato allo stato disastroso in cui versa attualmente.

E’ giusto che vengano pertanto risarciti gli enormi danni perché gran parte delle colpe sono da imputare all’imposizione di politiche economiche completamente errate e con fini molto distanti dall’effettivo risanamento del paese: in questo modo si ristabilirebbe un criterio di giustizia nei confronti di palesi soprusi compiuti fra l’incompetenza e l’aver favorito interessi finanziari di parte.