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LE RADICI LATINOAMERICANE DI PODEMOS di Bécquer Seguìn

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[ 5 aprile ]
“La nostra gente sta vincendo qui” dice un messaggio inviato da Pablo Iglesias a Iñigo Errejòn agli inizi di dicembre 2005. Iglesias era in Bolivia a seguire da vicino lo svolgimento delle elezioni presidenziali. Politologo spagnolo e oggi leader del partito di sinistra PODEMOS, Iglesias era arrivato in Bolivia con l’idea di scrivere un articolo accademico a proposito di un partito promettente chiamato Movimiento al Socialismo (MAS) che aveva finalmente la possibilità di governare.

[Nella foto Il leader di Podemos, Pablo Iglesias (a destra) e il vicepresidente boliviano Alvaro Garcia Linera l’autunno scorso.]

La formazione aveva proposto un candidato presidenziale indigeno, Evo Morales, in una nazione le cui organizzazioni politiche ed economiche erano state dominate da élite creole si da quanto Simon Bolivar aveva assunto la carica di primo presidente della Bolivia nel 1825.
Inoltre il suo candidato alla vicepresidenza, Alvaro Garcìa Linera, era stato incarcerato negli anni ’90 per aver preso parte al radicale Esercito Guerrigliero Tupac Katari. Il 18 dicembre 2005 i boliviani hanno eletto il MAS con il 53,7 per cento dei voti. (Gli avversari di centrodestra, che ironicamente si erano presentati con l’acronimo Podemos, hanno ricevuto il 28,6 per cento).
Sulla scia delle proteste contro la globalizzazione, che si erano estese da Seattle, Washington a Porto Alegre, Brasile, la vittoria del MAS ha dimostrato che la sinistra poteva trasformare l’indignazione politica in potere istituzionale.
E’ per questo che Iglesias era là: per capire come il MAS aveva potentemente mobilitato la popolazione indigena e i lavoratori della Bolivia. Egli e i suoi colleghi erano “decisi a sostituire gli occhiali eurocentrici” della sinistra spagnola e a rendere intelligibile il movimento sociale boliviano a chi voleva combattere il neoliberismo in Europa.
Lezioni politiche condivise
Nove anni e una rielezione di Morales dopo, Iglesias è tornato in Bolivia per assistere a un’altra elezione presidenziale. Questa volta, tuttavia, non stava cercando di scrivere un articolo accademico. Era invece andato in Bolivia con Errejòn per dire ai boliviani quanto l’Europa aveva imparato da loro.
“Oggi volevo condividere con voi alcune intimità politiche, che hanno molto a che fare con la genealogia – il DNA – di Podemos e che sono direttamente collegate alla Bolivia in un modo che più stretto di quanto molti immaginino”, ha detto Iglesias in un discorso tenuto a fianco dell’attuale presidente boliviano Garcìa Linera.
Pronunciato a La Paz il 26 settembre 2014, solo pochi giorni prima delle elezioni presidenziali, il discorso a proposito di Podemos ha raccontato una storia che molti non amano sentire: ci sono luoghi nel mondo in cui la sinistra ha potere istituzionale ed è da essi che dovremmo imparare come acquisirlo.
Non dovrebbe sorprendere, allora, che Podemos – che ha stupito molti a maggio per aver conquistato cinque seggi al Parlamento Europeo – attinga largamente la sua ispirazione politica e il suo acume organizzativo dalla “marea rosa”, i movimenti popolari poi trasformatisi in governi, a partire dalla vittoria elettorale di Hugo Chàvez nel 1999.
Il Processo Costituente di Podemos – un dibattito nazionale di due mesi dello scorso autunno che ha stilato le fondamenta etiche, politiche e organizzative ed eletto i suoi leader – ha reso omaggio a congressi dal nome simile in Venezuela, Ecuador e Bolivia. Come dice il sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos: “Podemos è il risultato finale di un processo di apprendimento originato nel Sud”.
Molte figure di Podemos, tra cui Iglesias, hanno vissuto le vittorie elettorali in America Latina sia personalmente sia professionalmente. Juan Carlos Monedero, un politologo dell’Università Complutense di Madrid e segretario del partito del processo e programma costituente, è stato consigliere del governo Chàvez. Luis Alegre, un filosofo marxista e segretario del partito per la partecipazione interna, ha scritto un libro sulla democrazia venezuelana.
E Errejòn, segretario politico di Podemos, ha studiato movimenti popolari in Venezuela, Bolivia ed Ecuador. “In America Latina sono riuscito a vedere esperienze reali di trasformazione politica in cui sono stati protagonisti i settori subalterni”, dice Errejòn a Luis Giménez in un’intervista per il libro di recente pubblicazione Claro que Podemos. “Ogni contesto è diverso ma questa è una lezione che ‘sì, può essere fatto’”.
Una diversa nazione spagnola
Le lezioni, tuttavia, vanno molto più in profondità del “sì, possiamo”. Gli omologhi di Podemos in America Latina hanno ispirato il movimento a inserirsi in un discorso popolare che, in Spagna, era rimasto dormente dal 1978.
Fino a poco tempo fa l’immagine dello stato-nazione spagnolo come potenziale forza per il bene evocava immediatamente l’esercito franchista e i quattro decenni di dittatura del paese. Evitando a tutti i costi qualsiasi accenno al franchismo il Partito Socialista dei Lavoratori (PSOE) di centrosinistra e il Partito Popolare (PP) di destra si sono più o meno tenuti lontani dal vocabolario dell’unità nazionale e della sovranità popolare.
Ma l’hanno evitato, in parte, perché non vogliono attirare l’attenzione sul loro collegamento implicito o esplicito con il passato in questo che oggi è chiamato il “mito della transizione”. Il mito della transizione spagnola è l’idea che cattolici, franchisti, moderati, socialisti e comunisti mettono da parte le diversità per collaborare e introdurre un regime democratico. La realtà, tuttavia, è che le cose non sono state così consensuali; forze filo-franchiste hanno controllato ogni fase del processo e gli spagnoli sono oggi oberati dai ruderi del vecchio regime fascista.
Iglesias e altri di Podemos hanno reso legittimo parlare nuovamente della nazione spagnola, liberandola dagli echi fascistici e identificandola esclusivamente con i membri delle classi dei lavoratori e dei disoccupati.
Un’altra importante lezione che Podemos ha appreso dall’America Latina consiste nel mobilitare la gente mediante gruppi locali di tipo assembleare. In Venezuela sono chiamati colectivosin Bolivia ayllusOggi in Spagna sono chiamati “circoli”. (L’ayllu – una forma comunitaria quechua e aymara – risale a migliaia di anni addietro).
I circoli in Spagna sono emersi meno dalle associazioni esistenti che da esperimenti di autogestione durante le proteste degli indignados, o 15-M, nell’estate del 2011. L’idea è che le persone – che in Venezuela e in Bolivia sono rappresentate prevalentemente da gruppi indigeni – hanno già ideato come organizzarsi; è compito dei partiti includere queste forme organizzative nei loro processi costituenti.
In Podemos i circoli sono il motore politico del partito; presentano le proposte e dibattono le politiche. Il Comitato dei Cittadini, composto da sessantadue persone, ha il compito di sostenere le loro tesi presso i media nazionali spagnoli e, sinora, nel Parlamento Europeo e nel parlamento regionale andaluso. Podemos attualmente detiene quindici seggi nel parlamento andaluso, essendo arrivato terzo dopo i Socialisti e il Partito Popolare, e ora è in procinto di entrare in altri governi locali alle elezioni del 24 maggio. Alcuni sondaggi prevedono addirittura che Iglesias sarà il prossimo primo ministro dopo le elezioni nazionali di dicembre.
I nuovi populismi
Ho parlato con Germàn Cano del rapporto del partito con l’America Latina nelle vicinanze della direzione di Podemos a Lavapiés, il quartiere più etnicamente composito di Madrid. Cano è membro del comitato dei cittadini di Podemos ed è responsabile del fiorente rapporto con il “Cono Meridionale” dell’America Latina: Argentina, Uruguay e Cile.
Egli ritiene che l’esperienza dell’America Latina smonta l’assunto occidentale che “non c’è alternativa” al neoliberismo. “L’America Latina è stata un laboratorio che ci ha mostrato che è possibile costruire una volontà politica maggioritaria senza aderire all’orizzonte che ci raccontano essere inevitabile”, afferma.
E’ un orizzonte iniziato molto tempo fa, aggiunge Cano, ma “in Europa ha cominciato ad avere senso con la cosiddetta Terza Via di Tony Blair e i successivi adeguamenti di partiti come i socialisti spagnoli”. Negli Stati Uniti Bill Clinton ha incarnato questa Terza Via, che ha indorato il welfare industriale, le politiche antisindacali e la revoca di programmi di stato sociale con l’espressione “investire nella gente”.
Chiedo a Cano cosa spera di riportare in Spagna dall’America Latina.
“E’ impossibile trapiantare esattamente quello che succedi in America Latina in una realtà così diversa come quella europea o spagnola”, dice. “E’ una cosa di cui siamo consapevoli. Queste società sono diverse.” Ma se c’è un punto teorico più profondo che Podemos ha appreso dai governi della marea rosa latinoamericana, è “come articolare rivendicazioni che a prima vista non sembrano adatte a identità già costituite”, dice.
Come ogni partito politico Podemos è costituito da tendenze diverse. Diversamente dalla maggioranza di essi, tuttavia, le differenze restano largamente teoriche, non pratiche. Iglesias e Errejòn, ad esempio, sembrano sottoscrivere il cosiddetto “post-marxismo” di pensatori come lo scomparso Ernesto Laclau. Monedero e Alegre, per contro, sono più allineati al marxismo classico, a quello che in Spagna è noto come marxismo repubblicano, che richiama la guerra civile spagnola. Queste differenze, tuttavia, passano in secondo piano quando si tratta di politica sul campo.
E in termini di politica pratica Podemos “sta scommettendo sulla recente tradizione politica chiamata ‘nuovi populismi’”, come dice Cano. Stanno tentando di considerare il “populismo come uno spazio che è stato sottovalutato e sottostimato tanto dalla tradizione liberale quanto da quella marxista, che non ha compreso che la composizione sociale non corrisponde a identità fisse e precostituite”. Le identità politiche, prosegue, sono in continua costruzione.
Questo approccio è stato ispirato da Garcia Linera che ha elaborato una visuale teorica che oggi pone al centro dell’attenzione le esperienze condivise del mondo di lingua spagnola. La sua teoria delle “plebi” getta una rete più ampia su chi conta da “proletario”, come i contadini e i popoli indigeni in Bolivia.
In Spagna si potrebbero sostituire ai “contadini” le centinaia di migliaia di giovani frustrati il cui tasso di disoccupazione viaggia attorno al 51 per cento. Le categorie marxiste classiche hanno storicamente ignorato tali persone, tuttavia lo sviluppo di un’interpretazione più flessibile del proletariato ha introdotto un pensiero politico nuovo sia in America Latina sia in Spagna.
Ad esempio la convinzione dei “nuovi populismi” ha condotto Podemos in territori non esplorati come la riforma dell’esercito. Mediante l’organizzazione di un circolo di membri del servizio militare chiamato le Forze Armate Podemos, il partito è stato in grado di esprimere critiche molto necessarie a un esercito spagnolo cui i politici hanno dato via libera. Il circolo ha sollecitato Podemos, con il sostegno della parlamentare Lola Sànchez, a sostenere la propria causa relativamente alla riforma del sistema della giustizia militare presso il Parlamento Europeo.
Rivendicazione della marea rosa
I limiti di tempo derivanti dall’essere parlamentare europeo e dal continuare a far crescere il partito hanno costretto Iglesias ad abbandonare il proprio lavoro accademico, compresa la sua ricerca sulla Bolivia. Ed è probabile che altri suoi colleghi di Podemos ne seguiranno presto l’esempio.
Ma il partito ha ora istituzionalizzato il suo interesse alla regione. Certi membri del suo Comitato dei Cittadini recentemente eletto, così come vari circoli hanno avuto l’incarico di incontrare virtualmente i sostenitori in America Latina. Circoli di Podemos sono germogliati da Quito, Ecuador, a Paysandù, Uruguay. E Cano e altri sono ora responsabili di mantenere i forti contatti del partito in luoghi come l’Argentina, dove ha trascorso una settimana lo scorso ottobre a visitare circoli in tutto il paese.
I collegamenti intellettuali e politici di Podemos con l’America Latina, tuttavia, dipendono tuttora da stretti legami universitari. In Argentina, ad esempio, il sostegno al partito proviene da vasti strati della sinistra universitaria e attivista che i Kirchner sono stati in grado di incorporare nell’orbita governativa.
E in mesi recenti il partito ha silenziosamente abbandonato i suoi riferimenti entusiastici ai governi di sinistra dell’America Latina. Ad esempio, invece di definire l’Argentina un “esempio di democrazia”, Iglesias ha affermato recentemente: “Il peronismo sembra estraneo a noi in Europa”.
I motivi del cambiamento sono abbastanza chiari. In Spagna i media hanno una storia di demonizzazione di paesi come il Venezuela, che si tratti di El Pais, l’equivalente nazionale del New York Times, o di pubblicazioni conservatrici, come El MundoABCe dell’emittente televisiva nazionale gestita dal Partito Popolare TVEE l’opinione pubblica spagnola spesso si adegua alle coordinate politiche dei propri media, un’idea che Podemos ha sfruttato con grande effetto.
Anche se Podemos è riuscito a cambiare i termini del dibattito politico nazionale, non è arrivato nemmeno vicino allo stesso grado di successo quando si tratta di politica estera, dove i pregiudizi e gli assunti di ieri continuano a dominare le prospettive della gente nei confronti di paesi come Cuba, Bolivia e speciale Venezuela. Non aiuta, ovviamente, che lo stesso Monedero sia finito invischiato in uno scandalo a proposito di pagamenti da lui ricevuto quando lavorava per il governo di Hugo Chàvez.
In reazione, Podemos deve costruire narrazioni a proposito dei suoi progetti associati in America Latina. Narrazioni che aprano la via per seguire ed evidenziare i successi materiali di quei governi: considerevoli riduzioni della povertà, dell’analfabetismo, della disuguaglianza economica assieme a considerevoli aumenti dei diritti degli indigeni, dei salari minimi, dell’accesso all’assistenza sanitaria e della partecipazione politica popolare.
Durante lo scorso anno Podemos ha creato un convincente linguaggio critico della “casta” del “Regime del ‘78” bipartisan in Spagna. Un racconto ugualmente persuasivo e costruttivo della marea rosa dell’America Latina può essere opportuno oggi. Potrebbe proprio convincere il popolo spagnolo che anch’esso può vincere.
* Fonte: Znet Italy
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2 pensieri su “LE RADICI LATINOAMERICANE DI PODEMOS di Bécquer Seguìn”

  1. Anonimo dice:

    Non contate su Iglesias, appena si è avvicinato alle stanze del potere spagnolo, si è rimangiato in 5 minuti qualsiasi appoggio alle sinistre sudamericane.http://www.ilbuio.org/?p=13398

  2. Karl Melvin dice:

    Fa sorridere (amaramente) osservare podemos oggi e pensare alla sinistra italiana che ha sempre avuto un atteggiamento ostico nei confronti di gente come Chavez ad esempio solo per il fatto di credere ciecamente a ciò che il mainstream inscatolava con cura .Forse é anche grazie a questo paradosso per il quale l attivista radicale combatte quell establishment dal quale goffamente e acriticamente prende le informazioni che ci ritroviamo solo oggi a fare i conti con una teoria mutilata e colpevolmente astratta.

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