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A QUELLI CHE I DIRITTI CIVILI… NO di Moreno Pasquinelli

Sovranismi di sinistra, di destra … e di centro.]

QUI il documento, a firma di Stefano D’Andrea e Giampiero Marano, votato all’unanimità dal Comitato Direttivo.


Il documento esordisce con una premessa disarmante:

«La categoria dei diritti civili è una delle più ideologiche che esistano. Essa tenda a scindere la comunità in due fazioni: da un lato coloro che sono favorevoli ai diritti civili, dall’altro coloro che sono contrari».

Che sciocchezza!
Questo astruso ragionamento, con il pretesto di condannare l’ideologia, ci propina il mito più ideologico che esista: quello dell’unità della “comunità nazionale” come un valore sacro, metastorico, al di sopra degli antagonismi sociali e delle lotte politiche. Ogni società non è solo divisa in classi sociali con interessi diversi ed anche contrapposti, è divisa da identità, visioni del mondo, differenti appartenenze politiche, culturali e religiose. Quindi segnata dalla lotta incessante… “tra fazioni”, la quale muta non solo le consuetudini ed i costumi ma le stesse relazioni fra classi e gruppi.
Tanto per fare un esempio che ci pare stia a cuore anche ad ARS, oggi gli italiani sono divisi tra chi ritiene sia giusto stare nell’Unione euro(pea) e chi ritiene il contrario. Che forse noi dovremmo, per la gioia degli euristi, tacere e cessare di batterci per la sovranità politica e monetaria perché questo “scinde la comunità in due fazioni”?


Per restare ai diritti civili, forse che ARS non avrebbe partecipato al referendum del maggio 1974 che diede agli italiani il diritto al divorzio? Allora la “comunità” era più divisa che mai e lo scontro tra opposte visioni della famiglia e della vita era al calor bianco. Non pensa ARS che la conquista del diritto al divorzio e quindi la sconfitta della Dc e delle destre reazionarie e fasciste fu un evento di grande e positivo valore?
Che giudizio avrebbe dato infine ARS della legge del 1978 che legalizzò l’aborto? Che era un “diritto ideologico” che “scindeva la comunità”? E quindi, come avrebbe votato nel maggio 1981 quando, su iniziativa del mondo democristiano e ciellino, si svolse il referendum per abrogare quella legge?


ARS sembra muovere da un sofisma teorico. Esso consiste nel porre una differenza di tipo qualitativo, se non addirittura un’opposizione, tra diritti sociali, diritti politici, diritti democratici, diritti umani e “diritti civili”. Questa distinzione/opposizione, semmai fosse legittima sul piano della logica giuridico-formale, non esiste nella concreta e dinamica realtà sociale.



Non meno singolare che il documento di ARS in questione, si soffermi a lungo sul matrimonio e il diritto di famiglia. Leggiamo:

«Ciò che stupisce quando viene posta la questione delle unioni civili è l’invocazione di una concezione falsa e assurda del matrimonio come fattispecie dalla quale discenderebbero diritti. Ma il matrimonio è [invece] il regno dei doveri».

Segue l’elenco puntiglioso di questi doveri.
E’ difficile sfuggire alla sensazione di essere in presenza di una difesa maldestra dell’idea cattolica della sacralità del matrimonio quindi della famiglia (patriarcale). Certi preti argomentano in maniera molto più critica e ponderata.
Poco dopo arriva la fatidica e non meno contorta domanda:

«si deve riconoscere il potere di contrarre vincoli e doveri personali e identici a quelli che discendono dal matrimonio anche a persone dello stesso sesso?»

Uno si aspetterebbe da un documento d’indirizzo politico, tanto più perché sottoposto al giudizio di un’assemblea nazionale una risposta chiara, ma la risposta non c’è. Date le premesse si evince tuttavia che la direzione di ARS è contraria a consegnare ad una coppia dello stesso sesso “il potere di contrarre vincoli e doveri personali” propri del matrimonio eterosessuale. Ci chiediamo: ammesso e non concesso che “il matrimonio sia il regno dei doveri” [e non anche relazione che conferisce dei diritti], perché mai proibire, ad una coppia dello stesso sesso di contrarre, se lo vuole, le obbligazioni ed i doveri stabiliti dalla legge?


L’analogia con l’islam può sembrare eccessiva. E sia. Ma qual è dunque il fondamento teorico implicito nella concezione del diritto e dello Stato di diritto di ARS? La troviamo in Giuseppe Mazzini.
ebbi modo di scrivere:

«Stefano D’Andrea, per farla breve, sarebbe stato certamente con Mazzini contro Marx. E segue infatti lo statolatra Mazzini (tutto sommato teocratico e spiritualista)  nel fra precedere i doveri ai diritti».

Giovanni Gentile


Mussolini il 28 ottobre 1925, mentre strangolava gli ultimi brandello dello Stato di diritto ed emanava le “fascistissime “Leggi eccezionali” e fondava la dittatura.

L’idea che i diritti appartengano anzitutto allo Stato e alla comunità, mentre al singolo cittadino appartengano solo doveri (verso lo Stato appunto) è inaccettabile.

E’ certo che il cittadino di qualsivoglia comunità, abbia degli obblighi verso lo Stato e dei doveri verso l’intera comunità. Ma esso è, al contempo, in quanto persona umana prima ancora che come soggetto giuridico, portatore di diritti di libertà. Diritti di libertà che i
Giuseppe Mazzini

 cittadini debbono far valere anche contro ogni intrusione pervasiva della macchina statale la quale, dietro alla metafisica dei doveri, tende per sua stessa natura, a far prevalere i suoi propri diritti su quelli dei cittadini e delle forze sociali oppresse.


L’equivoco, se così si può chiamare, consiste nel porre una meccanica equivalenza tra comunità e Stato. Oggi lo Stato non è affatto espressione della comunità, non è, ammesso che possa mai esistere, uno “Stato di tutto il popolo”, esso è piuttosto una protesi e un’arma delle élite e delle classi dominanti.