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SYRIZA, LA QUESTIONE DEL DENARO E LA SOVRANITÀ POPOLARE di Kostas Lapavitsas

[ 29 agosto ]

Una capitolazione disastrosa

Il governo Syriza ha appena firmato un nuovo accordo di salvataggio. È un pessimo accordo, per ragioni evidenti che esporrò.

In primo luogo questo accordo è recessivo. Farà cadere l’economia greca in recessione. Poiché i soli aumenti di imposta arrivano al 2% del PIL. Riguardano soprattutto l’IVA, imposta indiretta prelevata su prodotti consumati principalmente dai lavoratori. Ma riguardano anche le imprese, e colpiranno in primo luogo le piccole e medie imprese, che restano la spina dorsale dell’economia greca. L’agricoltura è senza dubbio il settore più duramente colpito da questo aumento: l’imposta sul reddito versata dagli agricoltori raddoppierà, ed essi saranno sottoposti a nuovi obblighi. Queste misure sono incontestabilmente recessive. Arrivano in un momento in cui l’economia greca vacilla al bordo del precipizio. Non c’è dubbio che la faranno precipitare nella recessione.

In secondo luogo, l’accordo impone misure chiaramente inegualitarie. Queste inaspriranno le disuguaglianze nel paese. Nessuno venga a dirvi il contrario: il grosso delle entrate fiscali verrà dalle imposte indirette, delle quali si sa che sono fattore di disuguaglianza. Le disuguaglianze aumenteranno perché le misure impongono di prendere 800 milioni all’anno dalle pensioni. Questo farà pesare un carico ulteriore sui pensionati, che in generale sono già tra gli strati più poveri della popolazione. E certamente le disuguaglianze cresceranno anche perché la disoccupazione aumenterà quest’anno e l’anno prossimo.

Questo accordo poi è cattivo perché non rimedierà per niente al problema del debito del paese. Non prevede una ristrutturazione del debito. Sostituirà una categoria particolare del debito con un’altra. Potrebbe comportare un miglioramento marginale – marginale – sul piano dei tassi d’interesse e sulla scadenza del debito. E questo aumenterà senza dubbio di 20-25 miliardi per ricapitalizzare le banche. Secondo l’FMI il rapporto del debito sul PIL dovrebbe passare al 200% l’anno prossimo. Molto probabilmente è quanto avverrà.

In quarto luogo, l’accordo non prevede assolutamente niente per lo sviluppo del paese. Il «pacchetto» di 35 miliardi di euro semplicemente non esiste. Queste somme sono già state assegnate alla Grecia nei diversi fondi. Non sappiamo né quando né come il paese riceverà denaro fresco. Dunque, niente in materia di sviluppo.

Infine, questo accordo è chiaramente di tipo neocoloniale. Il governo di sinistra ha firmato un accordo neocoloniale. È tale per diverse ragioni. Ne faccio presenti tre: la prima è che l’accordo prevede l’istituzione di un fondo di privatizzazione di 50 miliardi di euro, sotto controllo straniero, che avrà permissione di vendere i beni pubblici. I primi 25 miliardi saranno destinati alle banche. Se resta qualche cosa– e non resterà niente perché non si raggiungeranno mai 50 miliardi– le somme serviranno al rimborso del debito e, forse, agli investimenti. Di conseguenza, questo fondo venderà tutto quello che è possibile vendere per ricapitalizzare le banche. Abbiamo accettato di vendere i nostri gioielli di famiglia per ricapitalizzare le banche greche in fallimento.

Abbiamo anche accettato di condurre riforme dell’amministrazione pubblica sotto la bacchetta dell’UE. Abbiamo accettato di sottometterci a un controllo che non solo sarà severissimo, ma che durerà assai più a lungo dei tre anni di durata dell’accordo.

Ai miei occhi, questo accordo rappresenta una capitolazione disastrosa. Non è Brest-Litovsk. Quanti tra voi lo credono, sbagliano. Non si tratta di guadagnare tempo per consolidare il potere bolscevico a Mosca e Leningrado. Non si tratta di guadagnare tempo, perché non c’è tempo da guadagnare. Il tempo, caso mai, gioca a favore del nemico. Non è una manovra tattica.

Questo accordo pone il paese su una via che ha una sola uscita. Un’uscita che non serve gli interessi del popolo. Quanto a sapere chi è il vero vincitore dell’accordo, è l’evidenza stessa. Il vincitore vi sta davanti. È l’oligarchia che si esprime nei media di massa. Per questo i media esultano e celebrano la vittoria. A volte la realtà è esattamente quella che sembra. È inutile grattare la superficie. Se leggete i grandi giornali e ascoltate i media, sapete chi ha vinto.

Il prodotto di un errore strategico

Ma la vera domanda è la seguente: che fare ora? Ve lo dico io, e su questo punto la mia pratica ha valore di prova. La sola posizione coerente al parlamento in questi ultimi giorni – coerente su due punti: il mandato elettorale ricevuto da Syriza il 25 gennaio, e il referendum dove il popolo ha detto molto chiaramente no ai piani di salvataggio – la sola posizione coerente era dire no. Non sì.

Non è una questione di coscienza morale. Io rispetto la coscienza di ciascuno, capisco la difficoltà morale provata da ciascun deputato, ciascun membro di Syriza, ciascun cittadino greco. Ma non è una questione morale. Non suggerisco assolutamente che il «no» sia moralmente superiore al «sì». Tengo a dirlo molto chiaramente. Qui non si tratta di morale, ma di giudizio politico.

Qui è la politica che conta, e il giusto orientamento politico da prendere era dire no. È la sola opzione che permette di restare coerenti con la volontà popolare, con le promesse che abbiamo fatto al popolo, e con le misure che potremo prendere in futuro.

Se questo orientamento è mantenuto, il «sì» ci piomberà verosimilmente in immense difficoltà. Immense difficoltà per le ragioni che vi ho detto e che riguardano il contenuto dell’accordo. Non è possibile accettare questo accordo e trasformare la Grecia. Non sarà possibile perché l’accordo contiene meccanismi di controllo durissimi. Questi tipi dell’estero non sono idioti. Sanno esattamente di che cosa si tratta. E imporranno delle condizioni, delle regole, dei meccanismi di controllo che impediranno a Syriza di prendere misure che vadano nel senso di ciò a cui molti aspirano.

La prova del pudding è nel mangiarlo. Questi esigono già il ritiro della maggior parte delle leggi che abbiamo adottato nel corso dei cinque mesi scorsi nell’interesse dei lavoratori. E noi le ritireremo. Ci costringono a farlo. E voi immaginate che a partire da adesso potrete adottare altre misure legislative radicali? Ma su quale pianeta vivete? È impossibile. E non sarà possibile.

Ritornare sull’accordo appoggiandosi sul No al referendum

Che succederà dunque se prendiamo questa via? Prima di tutto, bisogna prepararsi tecnicamente e, soprattutto, bisogna preparare il popolo. Perchéuna cosa simile è impossibile senza di lui. Infine, non è del tutto vero: si può fare a meno del popolo, ma in tal caso bisogna mandare i carri armati nelle strade. Si può fare anche questo. Ma non è l’orientamento della sinistra. La sinistra vuole arrivarci con la partecipazione del popolo, perché vogliamo liberarlo in questo modo, vogliamo farlo partecipare.

Che succederà dunque se prendiamo questa via? Ho visto delle simulazioni e delle modellizzazioni econometriche dell’effetto che questo potrà avere sul PIL, sui prezzi, ecc. Questo genere di cose, a volte è molto utile e interessante da leggere. Ma in questo caso le simulazioni non hanno il minimo valore. Perché? Perché, essenzialmente, la simulazione e l’econometrica si basano sulla conservazione delle caratteristiche strutturali del modello. Se no qualsiasi simulazione è impossibile. Qui, come progetto noi trasformiamo la struttura. È un cambiamento di regime. Ora, in altri termini, se qualcuno decide di rimettere a cultura il suo vigneto, come prevederne gli effetti? È quello che succederà. Ci sarà un cambiamento strutturale. Dunque, tutte le previsioni con i numeri, non valgono molto. Non credete a quelli che vi dicono che ci sarà una recessione del 25% , una contrazione del PIL del 50%. La verità è che non ne sanno niente. Tirano fuori queste cifre dal loro cappello.

Il meglio che si può fare in queste condizioni è concepire delle anticipazioni ragionate, basate sulle esperienze precedenti e sulla struttura dell’economia greca. Immagino che se prendiamo questa via e siamo preparati, entreremo in recessione. Sarà difficile. Durerà probabilmente parecchi mesi, almeno la caduta durerà parecchi mesi. Ma se mi baso sull’esperienza monetaria, non credo che questa situazione durerà più di sei mesi. In Argentina è durata tre mesi. Poi l’economia è ripartita.

La contrazione durerà dunque parecchi mesi, poi l’economia ripartirà. Viceversa, è probabile che occorrerà attendere più a lungo per riprendere tassi di crescita positivi, perché il consumo, la fiducia, e le piccole e medie imprese subiranno senza dubbio un duro colpo. Suppongo che si tornerà a tassi di crescita positivi in capo a 12 – 18 mesi.

Dopo che il paese sarà uscito da questo periodo di aggiustamento, penso che l’economia tornerà a tassi di crescita rapidi e sostenuti. Per due ragioni. Prima, la riconquista del mercato interno. Il cambio di divisa permetterà al settore produttivo di riconquistare il mercato interno, di ricreare opportunità e attività, tutte cose che si sono viste ogni volta che si sono prodotti avvenimenti monetari di questa ampiezza. E un governo di sinistra favorirà la ripresa in modo che sia più rapida e solida. In parte perché le esportazioni molto probabilmente ripartiranno; in parte perché si metterà in atto un programma sostenuto di investimenti pubblici che favorirà anche gli investimenti privati e produrrà crescita per parecchi anni. Queste le mie previsioni, che non ho il tempo di sviluppare qui.

La via della saggezza…

Vorrei aggiungere due cose. Non si tratta di un’uscita dall’Europa. Nessuno sostiene quest’idea. L’euro, l’Unione europea e monetaria, non si confonde con l’Europa – questo valore disincarnato, che ci tormenta da così tanto tempo. Qui parliamo di uscita dall’Unione monetaria. La Grecia resterà membro dell’Europa e delle strutture europee finché il popolo greco lo vorrà. Questa strategia mira al contrario a liberare la Grecia dalla trappola costituita dall’unione monetaria, a permetterle di recuperare una crescita sostenuta e la giustizia sociale, a rovesciare il rapporto di forza a favore dei lavoratori del paese. Mi dispiace ma non c’è un’altra strategia. Immaginarsi il contrario è inseguire delle chimere.

Non so se la Grecia sceglierà questa strategia. Mi sono imbattuto di recente in una frase molto interessante, attribuita a un primo ministro israeliano. Diceva che le nazioni prendono la via della saggezza, ma solo dopo avere provato tutte le altre. Nel caso della Grecia, temo che non sia quello che ci attende. La via della saggezza è quella dell’uscita dall’euro e del cambiamento sociale. Spero che Syriza lo capisca e dica no. Che non firmi questo accordo. Che ritorni ai suoi principi radicali e ai suoi valori radicali. Che faccia una nuova proposta alla società greca e si avvii sulla via della saggezza.

* Fonte:  Europe Solidaire Sans Frontières– N° 35473
« La voie de la sagesse, c’est celle de la sortie de l’euro et du changement social ».

Contretemps. 19/07/2015

** Traduzione di Gigi Viglino

*** Costas Lapavitsas è deputato eletto al Parlamento greco, membro della Piattaforma di sinistra di Syriza, e professore di economia alla SOAS (School of Oriental and African Studies, Londra).




Alla fine, questa è la rassegnazione. Questa è la vera sconfitta di un intero popolo. di Luciano Barra Caracciolo

[ 29 agosto ]

Le gerarchie contano

[Nella foto Luciano Barra Caracciolo al convegno ci Chianciano terme del gennaio 2014]


E questo, se valori e obiettivi possono essere comparati con quelli legalmente superiori, cioè quelli scritti una volta per tutte, nelle Costituzioni, risulta evidentemente pericoloso.

Le gerarchie che contano veramente, quindi, sono quelle che stanno scritte dentro i cuori (rassegnati e intimoriti) degli uomini: più precisamente, quelle che riescono a imporsi in base al timore che suscita chi le stabilisce, senza dover ricorrere a regole formali, preferibilmente. O peggio ancora, aggiustando le regole secondo la propria convenienza nel conservare la propria posizione di potere.


L’irresponsabilità di cui parliamo è “di genere”: cioè, complessivamente, coloro che sono posti, come classe di individui, in posizione di comando gerarchico, sono considerati collettivamente fuori da un giudizio di merito, dal dover rendere conto.

 

Perchè, dal caso Tsipras al “battiamo i pugni sul tavolo”, passando per “tagliamo le tasse tagliando la spesa pubblica”, tutto dimostra che la possibile alternanza di assetti di potere su cui si basa la democrazia costituzionale, è venuta meno.




Alla fine, questa è la rassegnazione. Questa è la vera sconfitta di un intero popolo.

* Fonte: Orizzonte 48