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“COSA ROSSA” COSA? di Enea Boria

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[ 14 ottobre ]

Proponiamo una traduzione dal politichese-sinistrato al linguaggio comune nel mondo reale dell’odierna geremiade de Il Manifesto sulla sinistra che non riesce ad unificarsi.
La riunificazione della Sinistra Sinistrata Radical Chic di cui abbiamo già più volte parlato sembra proprio essere un feto nato morto, anche stando alle parole del quotidiano sinistrato per antonomasia.


Per un progetto di portata nazionale Fassina non risulta integrabile agli altri per questioni tematiche.
Difficile dire se sia più colpa dello stolido europeismo degli altri soggetti coinvolti, o colpa di Fassina che, non volendo procedere unilateralmente al tentativo di realizzare un partito coerentemente socialdemocratico e quindi necessariamente euroscettico —cosa che oggi richiederebbe l’esser pronti a rotture quasi rivoluzionarie. L’UE ha messo Keynes di fatto fuorilegge— cercando di costruirlo sui propri temi, cerca di negoziare i termini di una riunificazione con queste frattaglie d’una pretesa sinistra totalmente allo sbando.

Ma le ragioni degli altri soggetti quali sarebbero?
L’articolo è facilmente leggibile in trasparenza; a maggior ragione lo è per chi, pur da sconsolato critico spettatore, ha conoscenza degli apparati di questi partiti e delle assemblee che si tengono sui territori, che ormai sono soltanto serate in compagnia per circoli di anziani nostalgici d’una sinistra che fu, nelle quali si passa il tempo a parlare del nulla. 

O a secondo delle circostanze, di tutto fuorché del necessario….
Il vero problema tematico è una lotta di potere sulle poltrone calcolate “in previsione”.
L’apparato civatiano, composto appunto da persone squisitamente di apparato fuoriuscite dal PD solo quando hanno avuto la certezza assoluta del fatto che i renziani non avrebbero fatto prigionieri, e con nessun’altra pretesa di contenuto oltre al tentativo di salvare il poco che resta delle proprie carriere, non vuole ridursi a dover prendere ordini dall’apparato sellino ma vuole darne.
Questo nella presunzione di essere più capaci come persone d’apparato.
Ma se il dilettantismo dei sellini è notorio e palese, parimenti il suicidio della campagna referendaria dei civatiani appena avvenuto non depone in favore di una loro presunta maggiore professionalità politica.

Quindi i sellini rispondono a Civati: “carino, il gruppo parlamentare per non dover raccogliere le firme per la presentazione delle liste e i soldi dai finanziamenti pubblici per fare la campagna elettorale ce li abbiamo noi, quindi noi decidiamo la linea e chi fa il capolista e dove”.
Intanto si può assistere a pietosi litigi posticci sulle primarie milanesi e sul proposito di varare un gruppo parlamentare comune, del quale però i civatiani non farebbero parte.
Questi ultimi, ritenendo di avere il monopolio di cosa significhi essere modernamente di sinistra, un po’ si offendono, un po’ disertano qualche assemblea o il capo in segno di protesta manda avanti qualche vice senza pieni poteri, un po’ continuano a portare avanti i propri suicidi politici ostentando una pretesa di autosufficienza che farebbe fin tenerezza, se non stessimo attraversando una fase storica drammatica.

Il bisticcio trova coronamento nell’assemblea romana che dovrebbe portare a tirare le fila del senso del progetto.
In questa sede ci si azzuffa sul fatto che Rifondazione e frattaglie altreuropeiste non vogliono allearsi col PD in nessun luogo, Fassina vuole che la responsabilità delle rotture locali se la pigli il PD offrendo alleanze ma mettendo sul piatto temi da loro non ricevibili, Civati vuol fare il giochetto dei due tempi stando contro il PD al primo turno ed insieme al secondo, mentre Sel da buon ufficio di collocamento quale è, esiste per niente altro che negoziare scrannetti e assessorati fin dal primo turno e quindi spinge per alleanze ovunque possibile utilizzando Pisapia come “pontiere”.

Nel frattempo Renzi ringrazia; anche perché nel frattempo NESSUNO di costoro ha intavolato una discussione sulle attività da organizzare a proposito di un referendum costituzionale che, a differenza delle buffonate civatiane, si terrà per certo [nell’ottobre 2016, Ndr] e senza quorum.
Un referendum che bisogna vincere assolutamente e che —se vinto— non solo preserverebbe il poco che resta dei nostri democratici assetti costituzionali, ma darebbe una spallata determinante anche all’Italicum ed alla stabilità dei governi a marchio PD-UE in Italia.

Tocca ben dire che questo ceto politico è non solo inutile ma dannoso, a causa della sua stessa esistenza.

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